Il discorso d’addio di Barack Obama smontato punto per punto
11 Gennaio 2017
A quasi dieci anni dal freddissimo 10 febbraio del 2007 in cui annunciò per la prima volta la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, Barack Obama martedì 10 gennaio – in Italia era la notte tra martedì 10 e mercoledì 11 – ha pronunciato il suo discorso di saluto da presidente degli Stati Uniti; il 20 gennaio, infatti, si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca il suo successore, Donald J. Trump, che ha vinto le elezioni dello scorso 8 novembre. Barack Obama ha parlato da Chicago, la sua città di origine, a pochi chilometri dal parco in cui festeggiò la sua vittoria dopo le elezioni del 2008.
Immancabili i toni trionfalistici e l’elenco di tutte le promesse mantenute dal presidente dello “Yes we can”, nei virgolettati offerti dall’ormai ex inquilino della Casa Bianca ci sono però anche parecchi lati oscuri:
La nostra economia non funziona né cresce abbastanza quando pochi prosperano alle spese della nostra crescente classe media. E le grandi disuguaglianze corrodono anche i nostri principi democratici. Mentre l’uno per cento ammassava una ricchezza sempre più grande, troppe famiglie nelle città e nelle campagne sono state lasciate indietro – gli operai licenziati, la cameriera o l’infermiere che non riescono a pagare le bollette – e oggi pensano che il sistema funzioni contro di loro, che il governo sia al servizio dei potenti. La ricetta per aumentare il cinismo e la polarizzazione politica.
Non ci sono modi veloci per correggere questa tendenza di lungo periodo. Sono d’accordo che il commercio internazionale debba essere equo e non solo libero. Ma la prossima ondata di licenziamenti non verrà dall’estero. Verrà dal continuo progresso nell’automazione che renderà obsoleti molti posti di lavoro. E quindi dobbiamo formare un nuovo patto sociale, per garantire ai nostri figli l’istruzione di cui hanno bisogno, per dare ai lavoratori il potere di unirsi in un sindacato per chiedere paghe migliori, per aggiornare il nostro welfare così che sia adatto al modo in cui viviamo, per aggiornare il fisco così che sia le persone che le multinazionali che guadagneranno di più dalla nuova economia non evitino i loro doveri verso il paese che ha reso possibile il loro successo. Possiamo discutere sul come raggiungere questi obiettivi. Ma non possiamo metterli in discussione. Se non creiamo opportunità per tutti, la disaffezione e la divisione che ha fermato i nostri progressi non farà altro che aggravarsi.
Strano, detto dal Presidente che avrebbe dovuto regolamentare Wall Street, rimuovere l’ingerenza della grande finanza sulle istituzioni politiche, ripensare lo Stato Sociale americano e rilanciare il mercato del lavoro. Strano soprattutto se si pensa che Donald Trump, il nemico pubblico numero 1 degli Stati Uniti a detta dei democratici e del mondo patinato di Hollywood, non è ancora nemmeno entrato in possesso dello Studio Ovale e già ha “invitato” GM, Ford e Toyota a non delocalizzare, costringendole ad investire complessivamente oltre 2 miliardi di dollari sul suolo statunitense. In due mesi, in sostanza, Trump ha creato più occupazione che Obama in 8 anni, dacché le politiche protezioniste del presidente eletto non solo creano nuovi posti di lavoro, ma diminuiscono anche gli esuberi.
Prosegue Obama:
La nostra democrazia è minacciata ogni volta che la diamo per scontata. Tutti noi, a prescindere dal nostro partito, dovremmo darci da fare per ricostruire le nostre istituzioni democratiche. Visto che il nostro tasso di affluenza al voto è tra i più bassi tra le democrazie avanzate, dovremmo rendere votare più facile e non più difficile. Visto che la fiducia nelle nostre istituzioni è bassa, dovremmo ridurre l’influenza corrosiva del denaro nella nostra politica, e insistere sui principi di trasparenza ed etica. Visto che il Congresso non funziona, dovremmo disegnare i nostri collegi in modo da incoraggiare i politici a prendere decisioni di buon senso, e non posizioni estremiste.
Chiaro riferimento a Trump anche questo, se non fosse che lo scoramento tra l’elettorato Usa l’ha provocato proprio la disillusione delle lower-classes nei confronti del “presidente del cambiamento”. Visto che Obama in 8 anni non ha cambiato proprio nulla, perché dovrebbe avere ancora senso votare? Le istituzioni democratiche, poi, sono le stesse disprezzate e insultate dai vari Madonna, Lady Gaga, Meryl Streep che, a elezioni avvenute, continuano ancora a sparare a zero contro il presidente diretta espressione di un voto popolare. La famosa democrazia per convenienza, dunque.
Esilarante il commento sulla politica estera:
Se vi avessi detto che avremmo aperto un nuovo capitolo con il popolo cubano, fermato il programma nucleare iraniano senza sparare un colpo, e fatto fuori il regista dell’11 settembre… se vi avessi detto che avremmo ottenuto il matrimonio egualitario, e il diritto alle cure sanitarie per altri 20 milioni di nostri concittadini… avreste potuto pensare che avevamo messo l’asticella troppo in alto.
Sì, in Iran non è stato sparato nemmeno un colpo, ma che dire dei focolai di guerra accesi in Maghreb e in Medio Oriente dal Premio Nobel per la Pace? E che dire della crisi con la Russia? Un lascito parecchio “pacifico”…
Capitolo riforme: quelle principali messe in atto dal primo presidente di origine afroamericana della storia degli Stati Uniti offrono un parere quantomeno contrastante:
La riforma sanitaria, ad esempio, è stato il pilastro su cui Obama ha fondato tutta la sua prima campagna elettorale, in accordo con i suoi ideali “socialisti” che gli hanno consentito di procurarsi un largo seguito. Entrata in vigore nell’Ottobre del 2013, Obamacare ha alzato la soglia delle famiglie e dei singoli che hanno diritto alla copertura assicurativa necessaria ad avere accesso alle cure sanitarie. Più di 13 milioni di persone che prima non erano assicurate hanno potuto avere accesso a una copertura sanitaria. Nessun ente assicurativo può rifiutarsi di stipulare una copertura a causa dei trascorsi clinici di un paziente e lo stato federale garantisce sussidi per contribuire all’acquisto di una polizza da parte dei meno abbienti. Eppure un sondaggio citato dall’Economist dice che non piace al 56 per cento degli americani. Come mai? Innanzitutto perché il “Patient Protection and Affordable Care Act” copre di fatto poco meno del 10 per cento della popolazione degli Stati Uniti (praticamente più della metà ha già una copertura sanitaria compresa nel proprio contratto di lavoro) e quindi non viene considerata una riforma “popolare”. Secondo poi perché molti dottori, a causa delle condizioni di pagamento imposte dagli Stati a fronte però di un aumento considerevole dei pazienti, rinunciano ad essere parte delle convenzioni con ospedali e centri statali.
Dai due volti è pure la Riforma dell’immigrazione, altro caposaldo di una politica interna, quella di Obama, sviluppata proprio sulla tutela delle grandi comunità di immigrati presenti sul suolo americano. Dice nel suo commiato:
C’è una seconda minaccia per la nostra democrazia, vecchia quanto la nostra nazione. Dopo la mia elezione qualcuno aveva parlato di una America post-razziale. Questo punto di vista, per quanto ben intenzionato, non è mai stato realistico. L’etnia è una forza potente e spesso divisiva nella nostra società. Ho vissuto abbastanza da sapere che le cose oggi vanno meglio di dieci, venti o trent’anni fa: non si vede solo nelle statistiche ma nel comportamento dei giovani americani di ogni orientamento politico. Ma non siamo ancora al punto in cui abbiamo bisogno di arrivare.
Tuttavia, nelle comunità di afroamericani è difficile immaginare che si sia percepito un grande cambiamento. Solo dal 2014 ad oggi sono stati 14 gli afroamericani uccisi dalle forze di polizia statunitensi. Sono esplose rivolte in diversi Stati d’America e mai come nell’ultimo quadriennio la percezione di un trattamento discriminatorio e repressivo ai danni degli afroamericani è stata così alta.
Alla fine del 2014 il presidente presentò due ordini esecutivi, vista l’impossibilità di raggiungere un accordo con i repubblicani, uno di questi era il Deferred Action for Parents of Americans and Lawful Permanent Residents, Dapa, per permettere a circa 3,5 milioni di immigrati senza permesso, genitori di cittadini statunitensi o di residenti permanenti, di evitare il rimpatrio e fare richiesta per un permesso di lavoro. Il secondo, invece, riguardava gli immigrati entrati da bambini nel Paese, chiamato Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca), e consentiva loro di evitare il rimpatrio e ricevere un permesso di lavoro biennale. Il piano tuttavia è stato bloccato dalla Corte Suprema, che si è espressa con un pareggio, 4 voti a favore e 4 contrari, sul caso che vedeva lo Stato del Texas contro Obama a causa del rifiuto da parte del presidente di permettere il rimpatrio forzato a 4 milioni di immigrati presenti irregolarmente nello stato meridionale.
Vale la pena chiudere di nuovo con l’argomento “finanza”. Inizia a far acqua da un pezzo, infatti, pure la riforma finanziaria, voluta per permettere che la crisi del 2008 non si ripetesse. Il Dodd Frank Act, introdotto nel 2010 per regolamentare la finanza, avrebbe dovuto regolamentare il settore finanziario, stilando una lista di banche e includendo anche 4 istituzioni non finanziarie, ritenute troppo grandi per fallire (too big to fail) senza aver ripercussioni sul sistema economico. La riforma istituiva le cosiddette Sifi – systemically important financial institution – ovvero istituzioni finanziarie importanti dal punto di vista sistemico. Giusto qualche mese fa però, big assicurativa MetLife è riuscita a farsi cancellare dalla lista.