Se non cambia la politica economica l’UE cadrà insieme ai suoi leader
17 Ottobre 2016
Non può passare inosservato come il dibattito sulla politica economica europea sia profondamente mutato negli ultimi mesi. Dalle urne dei seggi dei singoli Stati del Vecchio Continente sta crescendo a dismisura un sentimento popolare fortemente contrario alle politiche economiche fin qui adottate dall’UE. Questo vento, alimentato da euroscettici e indipendentisti ma anche da chi sognava con convinzione un’Europa più bella e più forte, ha cominciato a tirare sempre con più forza a cominciare da provvedimenti molto discussi, intrapresi dalla cosiddetta Troika per indebolire la sovranità dei singoli stati in favore di una futura struttura sovranazionale europea, come il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), detto anche Fondo Salva-Stati e il Fondo Europeo di Redenzione (ERF), passando per il famigerato Fiscal Compact, il Trattato sulla stabilità conosciuto come patto di bilancio europeo con il quale vennero accordate una serie di regole vincolanti nell’UE per il principio dell’equilibrio di bilancio. Da qui, anche a seguito della crisi dei subprime scoppiata nel 2006 negli Stati Uniti, derivano tutti i problemi legati all’austerità e al risanamento “forzato” del debito pubblico di molti stati dell’UE, con particolare riferimento ai maiali del mediterraneo, i quattro paesi dell’Europa meridionale indicati in maniera carina con l’acronimo PIGS (Portrogallo, Italia, Grecia, Spagna) da diversi giornalisti economici.
L’accordo, infatti, che prevede l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio e il non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL, oltre ad una significativa riduzione del rapporto PIL/debito pubblico non è mai stato digerito dal popolo europeo. I motivi sono facilmente individuabili. Aggiungere delle restrizioni non può che avere effetti negativi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà, infatti, diminuisce il gettito fiscale e aumenta la spesa pubblica, limitando la contrazione del reddito disponibile e quindi del potere d’acquisto. In poche parole, in un periodo economico come questo, è difficile, se non estremamente dannoso, cercare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli alla spesa e gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo andranno a danneggiare una ripresa economica già di per sé debole. Una delle più famose critiche al Fiscal Compact, non a caso, venne dall’economista e premio Nobel Paul Krugman, il quale ritenne che l’inserimento in costituzione del vincolo di pareggio di bilancio potesse portare alla dissoluzione dello stato sociale.
L’Italia, attraverso i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, non ha mai espresso critiche sostanzialmente importanti al Fiscal Compact e alle politiche economiche adottate dall’UE, non che fosse mai stata in posizione di farlo, ma comunque ha sempre dimostrato assoluta fedeltà a tali provvedimenti. Sono negli ultimi mesi la situazione è leggermente cambiata e, tuttavia, per diversi fattori. Innanzitutto, è profondamente mutata la percezione dell’opinione pubblica nei confronti delle politiche europee. Ciò ha portato ad un progressivo indebolimento della fiducia dei maggiori leader europei, i quali sono stati protagonisti con i loro rispettivi partiti di un vero e proprio tracollo elettorale nelle ultime elezioni amministrative territoriali. Tutti tranne uno, che a onor del vero non si può proprio annoverare tra i maggiori capi di governo degli stati europei. Dopo aver impartito per anni gli ordini di Angela Merkel, senza ombra di dubbio espressione del paese più forte e vigoroso dell’Unione Europea, Matteo Renzi sembra, negli ultimi mesi, aver alzato la voce forte del resto della fiducia che ancora gode, per il momento, nel propio paese a differenza degli altri due leader europei presi a bastonate nelle urne per colpa, tra le tante, del fallimento delle politiche d’immigrazione. Meglio tardi che mai, per carità. Ma quali sono i reali motivi per cui il premier italiano ha improvvisamente cambiato idea? Semplicemente, Renzi ha preso atto del malumore popolare e strategicamente ha preparato la sua offensiva, cioè quella di porre agli alleati europei la questione di una revisione del Fiscal Compact. D’altronde, in mancanza di una maggiore flessibilità su questo punto, per il presidente del consiglio diventerebbe difficile riuscire a mantenere le promesse fatte per il 2017 e per il 2018.
L’anno prossimo questo trattato sarà sottoposto a un “tagliando” per decidere se incorporarlo nella legislazione europea così com’è o modificarlo. L’Italia chiede una semplificazione delle regole e una minore rigidità che, come sottolineato dal premier, vengono applicate con rigore sul fronte del deficit ma non su quello dei disavanzi commerciali. Il riferimento è diretto alla Germania, che viola la regola del surplus commerciale: dovrebbe essere al 6% e invece sfiora il 9%. In poche parole nessuno chiede ai tedeschi di esportare di meno, ma hanno l’obbligo di investire di più. In ogni caso, è pressoché impensabile che esistano delle regole che beneficino tutti e non danneggino nessuno dal momento che nell’UE ci sono interessi contrapposti, a cominciare dalla sua moneta che fa gli interessi di pochi e porta svantaggi ai più. Se ci fosse un’Europa politica, prima che economica, basata prima di tutto sul sentimento popolare, con trasferimenti fiscali realmente comunitari con obiettivi in termini di sviluppo, vivremmo tutta un’altra situazione, allora il sistema Europa funzionerebbe.