Passeggiare tra le rovine, la ricetta di Gambescia contro la decadenza
31 Dicembre 2016
L’ultimo libro di Carlo Gambescia Passeggiare tra le rovine (Edizioni Il Foglio, p.200, euro 14) è un saggio ben strutturato la cui prospettiva è chiara sin dal titolo e dalla quarta di copertina. Gambescia chiarisce infatti le intenzioni sin dall’inizio: “I lettori non si aspettino geremiadi sul buon tempo antico. Oppure un elogio di questa o quella tradizione aurea da opporre alla modernità, molle, decadente e corrotta. Proponiamo un’analisi sociologica del fenomeno sociale decadenza, se ci si perdona la caduta di stile, nudo e crudo. (…) per coloro che si aspettano lamenti e strepiti, la passeggiata tra le rovine potrebbe risultare sgradita”. Ed invece sgradita non è. Innanzitutto, perché come abbiamo anticipato è un saggio ben impostato e quindi pieno di riferimenti, citazioni, connessioni. E poi perché la chiave di lettura sociologica non deprime qualunque altro livello cognitivo o di interpretazione.
Se c’è un inconfutabile pregio è quello di avanzare per gradi; di ampliare il discorso senza tener fuori alcun approccio o tematica. Muoversi in ogni direzione possibile e in maniera analitica. Il tutto è però segnato dalla posizione dell’autore il quale non disdegna associare la concretezza dei dati sociologici alla visione meta-politica che è riferimento strategico. Vale a dire non escludere le categorie osservate (politica, economia, cultura, eccetera) da un quadro d’insieme necessario oltre che obbligatorio.
Necessario perché il tema delle decadenza non ha avuto lo stesso clamore e lo stesso significato lungo le varie epoche che hanno attraversato l’umanità ma sopratutto perché è stato letto dalle varie discipline in modi e forme disparate. Non c’è insomma un unico piano di comprensione per intendere la decadenza. Ed ecco che Gambescia ne approfitta e attraversa il piano storico, quello filosofico, financo la letteratura e i romanzi per arrivare al paradigma dei sentimenti; a quella sorta di pessimismo cosmico che pur ha attraversato i vari momenti della storia recente della nostra civiltà.

Ecco i suoi riferimenti: dalla caduta di Roma fino a Nietzsche, a certo pessimismo culturale della Germania del primo novecento che influenzerà gran parte della filosofia europea e poi nelle versioni peggiori sfocerà nel catastrofismo e in un complottismo pronto ad eccitare taluni animi anche ai giorni nostri. Tante categorie che Gambescia non tarda a ridefinire in schemi non generici. E quindi ci descrive i neofobici, le cassandre del capitalismo, gli etnofobici, i demosociografici, i demopolemografici, i tecnofobici, i devoti, i cultural-declinisti, i realisti (politici). Categorie nelle quali ognuno di noi potrebbe riconoscersi. Così come potremmo riconoscerci nelle conclusioni del suo saggio. La nostra civiltà non riesce a leggere e analizzare questo tempo perché ha totalmente cancellato la nozione fondamentale di verità. Semplifica e si irrigidisce nel pensiero unico e dunque fa fatica a comprendere i pur visibili e tremendi processi di decomposizione a tutti i livelli. Nessuna civiltà che voglia rinascere, o almeno accettare la sua fase di tramonto, può accettare il fatto di porre basi interpretative fondate e non menzognere. Per far ciò bisogna non mentire a se stessi ed utilizzare ‘il cassetto degli attrezzi’; così lo chiama Gambescia. Adoperare gli strumenti cognitivi e interpretativi per fare un’analisi scevra da pregiudizi. E perciò veritiera e libera.