L’irrinunciabile dignità della nazione: il terzo convegno del Centro Machiavelli

di Redazione
20 Aprile 2017
Le nazioni e il senso di appartenenza non sono un pericolo ma una risorsa per le società occidentali. Pretendere che l’identità collettiva sia una costruzione artificiale è un errore politico-intellettuale o un progetto asservito agli interessi di un sistema finanziario che arricchisce le élite e impoverisce i popoli. Bisogna avere il coraggio di criticare l’immigrazione indiscriminata anche per i suoi risvolti culturali e non solo per le dinamiche legate alla sicurezza. Sono queste le linee di pensiero che hanno contrassegnato il convegno La rivincita delle identità. Nazioni, cultura e integrazione in Occidente, tenutosi mercoledì 13 aprile alla Sala del Refettorio della Camera dei Deputati. Organizzata dal Centro Machiavelli di Studi Politici e Strategici, giovane e vivace think tank di area sovranista-conservatrice che ambisce ad offrire una fisionomia culturale di alto spessore a tutta la Destra italiana, la conferenza ha visto la presenza di due ospiti di formazione culturale molto diversa: il politologo conservatore Alessandro Campi e il filosofo neo-marxista e neo-hegeliano Diego Fusaro.
 
Aperto dai saluti del deputato Guglielmo Picchi (Lega), il convegno è stato introdotto e moderato da Daniele Scalea, associato al Centro Machiavelli. Scalea ha esordito interpretando le vittorie della Brexit e di Trump come manifestazioni patenti di questa “rivincita delle identità” in un Occidente che ha frettolosamente preteso di bruciare Dio, Patria e Famiglia sull’altare del villaggio globale. Una rivincita che appare come un moto al contempo centripeto e centrifugo: verso l’interno, è una rivolta contro la tendenza all’auto-estinzione di una società anodina segnata da denatalità e deindustrializzazione; verso l’esterno, è una forma di resistenza contro flussi migratori incontrollati, capaci di insediare comunità allogene che non diluiscono ma al contrario rafforzano la propria identità originaria.
 
Alessandro Campi ha passato in rassegna il dibattito storiografico sul tema della nazione mettendo in luce il riduzionismo, i condizionamenti ideologici e le contraddizioni delle prospettive “costruttiviste” (Anderson, Hobsbawm) che hanno insistito sulla “invenzione delle tradizioni” e sul carattere che si vorrebbe totalmente artefatto di tutte le identità collettive. Questa prospettiva ha dominato gran parte del dibattito novecentesco, ma ha dimostrato già negli anni Novanta, con l’esplosione degli etnonazionalismi nell’ex Jugoslavia, tutta la sua limitatezza epistemologica. “In realtà non è neppure corretto dire che le nazioni sono tornate: semplicemente, esse non sono mai andate via”, ha sintetizzato Campi. Il ritorno sulla scena pubblica delle nazioni europee cui stiamo assistendo è dunque un’occasione anche per ripensare le categorie teoriche e il dibattito scientifico sull’identità e la nazione, poiché soltanto vincendo la battaglia metapolitica delle idee è possibile vincere quella politica delle competizioni elettorali.
 
Una prospettiva diversa, ma complementare, è quella che ha offerto Diego Fusaro, che ha coniato il neologismo “glebalizzazione” come sintesi fra plebeizzazione e globalismo, impoverimento delle masse e sradicamento delle culture dovute all’invadenza di un capitale finanziario apolide. Gli Stati nazionali rappresentano oggi gli ultimi argini di difesa contro questo capitale che, secondo Fusaro, non conosce popoli, culture e civiltà, ma soltanto individui-consumatori. Il termine “populismo” usato in senso dispregiativo verso chi critica questo sistema, e ancor più le accuse di nazionalismo e identitarismo, sono forme di delegittimazione ideologica che mostrano l’incapacità di accesso all’essenza dei fenomeni che viviamo. “È questa un’epoca in cui l’uomo comune riesce senz’altro ad avere una percezione della realtà più obiettiva rispetto alla classe intellettuale”, ha chiosato Fusaro, individuando nella dissociazione fra intellettuali e popolo un altro sintomo della crisi odierna. Oggi un intellettuale critico dovrebbe infatti intercettare il malessere popolare contribuendo a comprenderne le ragioni, in luogo di schierarsi dalla parte del potere economico dominante.
 
Nell’ultimo intervento Dario Citati, del Centro Studi Machiavelli, ha riportato l’attenzione sul nesso tra nazione e civiltà. Rifacendosi al pensiero di Joseph de Maistre, Citati ha suggerito di guardare alla storia come “politica sperimentale” per comprendere che le nazioni precedono le costituzioni politiche: ovunque le nazioni sono state forti, esse hanno dato origine a ordinamenti politici duraturi e civiltà culturalmente floride; laddove gli Stati si sono costruiti senza una identità nazionale preesistente e condivisa, hanno generato tribalismo e instabilità. Il progetto di costruzione europea è in antitesi alla civiltà proprio perché pretende di far discendere il sentimento d’appartenenza dalla proclamazione di diritti astratti e dal centralismo burocratico di trattati e convenzioni, negando quel dato originario che si eredita ma non si sceglie qual è appunto la nazione. Rispetto all’immigrazione, accanto ad una severa politica di respingimento e contenimento dei flussi, secondo Citati una risposta ragionevole è invece l’assimilazione dei singoli: chiedere allo straniero di rinunciare alla cultura d’origine è un atto di imposizione solo se rivolto ad un Paese altro, ma rappresenta un legittimo viatico per l’autentica integrazione se indirizzato a chi arriva nel proprio.
Si è trattato del terzo evento del Centro Studi Machiavelli, dopo il debutto a febbraio incentrato sul recupero della sovranità politica, e dopo un secondo evento a marzo dedicato al tema delle fake news e della libertà d’espressione. Un ventaglio di interessi e tematiche che sembra già ampio e prelude ad ulteriori approfondimenti nel futuro prossimo.