Armenia, il genocidio dimenticato
11 Ottobre 2016
Si può correre dietro ai fantasmi del passato e farlo, poi, per tutta la vita? Parrebbe di sì, perché nessuno può liberare la propria coscienza se non prima emendato dagli antichi errori. Non che questo serva ad eludere cristianamente lo sbaglio compiuto e a depennarlo come si fa per uno scarabocchio su un foglio bianco ma almeno ci si chiarisce il punto di vista e il grado di maturazione raggiunto. Vale per il singolo individuo che per il quadro collettivo delle società civili. Perché tutto può essere emendato ma prima bisogna riconoscere gli errori e lavare i propri panni sporchi; con la propria coscienza se si ragiona in termini individuali, in pubblico se si tratta di questioni storiche di impatto sociale e collettivo. E bisogna essere pronti a pagarne le conseguenze. Soprattutto partendo dal presupposto che emendare va inteso non nel senso di cancellare ma solo intendere i fatti in profondità; comprenderli nel senso latino di ‘prendere con’, farli propri, per poi passare oltre.
Ho da qualche giorno sotto mano un bel libro dal titolo Nella terra del terrore. Un volume sul martirio dell’Armenia curato da Carlo Coppola ed edito da LB edizioni (p. 203, euro 15). Oltre a leggere il volume – il minimo che possa fare un recensore – ho provato innanzitutto ad immedesimarmi in quella comunità e a pormi dei quesiti.
Come reagirei dinnanzi al silenzio di un genocidio? Come mai si fa così tanta fatica ad ammettere fatti noti e stranoti? Come mai, ancora nel Terzo millennio, antiche fumisterie dedite a logiche compromissorie riescono ancora ad imbalsamare il dibattito storiografico, ancor prima che quello politico, e non lasciano libero di muoversi in mare aperto chiunque non si adegui alla falsa verità.
La risposta c’è, ed è sempre la stessa! La Storia, quella con la ‘S’ maiuscola, è quasi sempre scritta dai vincitori. Ed è quindi inutile segnalare materiale anche copioso e non generico su temi scabrosi per la comunità internazionale la quale, per sua stessa natura, sempre parametra nei confini del politically correct ogni fatto o situazione ‘inconsueta’ gli capiti sotto mano.
Non è un caso, infatti, che questo libro sia la trascrizione del racconto-inchiesta di Henry Barby, giornalista francese che lo pubblica nel suo Paese nel 1917 e che esce, da noi, in Italia, solo una volta e nel 1934. Cronaca giornalistica, dunque, con resoconti anche aneddotici utili a farci comprendere ogni minimo particolare ma che già allora sembrarono a Barby incredibili: <<Ho riprodotto questi racconti, malgrado il loro orrore, ma tali fatti non potevano essere tenuti segreti. Bisogna divulgarli affinché il mondo civile, affinché la Storia giudichi i colpevoli>>. Ma fu proprio quella Storia con la maiuscola a sotterrare tutto; a mettere il silenziatore ad una tragedia che se avesse colpito qualunque altro popolo occidentale avrebbe occupato diverse decine di pagine del più insignificante manuale scolastico perché <<i più spaventosi massacri di cui l’uomo abbia memoria – continua Barby – non si avvicinano a quelli che hanno insanguinato l’Armenia>>. Ed egli ne racconta trame, nomi, luoghi, date.
E forse il solo fatto che ci sia un casa editrice, seppur piccola, a pubblicare un testo simile vuol dire che non tutto è andato perduto; che il tentativo di affossare la verità storica è andato a segno solo in parte e forse inizia a scricchiolare. Il Papa aveva recentemente parlato di genocidio e non fu una dichiarazione di poco conto. Tuttavia, come sempre accade, al botto seguono le stelle filanti, vale a dire il nulla: nessun approfondimento storiografico, nessun revisionismo utile a ristabilire la verità, nessuno politico che abbia preso la palla al balzo per riaprire la questione e tutto, come nel Gioco dell’Oca, è ritornato al punto di partenza.
Nella introduzione di Carlo Coppola, peraltro preceduta da un breve scritto dell’Ambasciatore Armeno in Italia, vengono ripercorsi in maniera molto sintetica i passaggi geopolitici che hanno portato non solo all’odio ma alla costante minaccia nei confronti del popolo che subisce oramai una sorta di genocidio della memoria. Eppure, se già solo restiamo agli anni raccontati da Barby siamo di fronte a numeri impressionanti e fatti che fanno rabbrividire. Cronaca in presa diretta, tanto scorrevole da sembrare romanzata. Eppure Barby descrive ciò che vede e cioè il resoconto di una macelleria.
Ad un secolo di distanza ci si chiede il perché di tutto questo? Ovvio, verrebbe da dire. Per via dei sentieri impervi e spesso sconosciuti della geopolitica! Per via di rapporti commerciali, di alleanze politiche e militari implicite o esplicite e di tutto quanto è stato necessario a taluni Stati per espandersi o per mantenere intatta la propria supremazia in una determinata area. Tuttavia, siamo ad un secolo esatto da quegli avvenimenti, e iniziare a mettere dei punti fissi avrebbe il senso non di un risarcimento ma almeno di un ripristino di verità per offrirla nuda e cruda alle prossime generazioni. Perché loro giudicheranno anche noi e il nostro silenzio.