Emil Cioran, tra divagazioni e frammenti
4 Gennaio 2017
Il fondo oscuro della nostra coscienza. Quante volte abbiamo letto o ascoltato questa frase allo stesso tempo orribile e liminare ad ogni sorta di luogo comune. Emil Cioran è il chiavistello per immergersi totalmente in quel fondo oscuro. Pur essendo letterato e filosofo, non biascica articolate o incomprensibili elucubrazioni filosofiche, né si perde in sofisticherie romanzesche. Cioran è crudezza fatta parola, realtà fatta scrittura. Divagazioni (euro 14, p.107) che ora le edizioni Lindau presentano ai lettori con traduzione e curatela di Horia Corneliu Cicortaş, è il vertice dello svelamento, in sé crudo e perciò asettico. Il lirismo si scioglie nell’aforisma, il tono poetico nella malinconia dimessa e senza speranza. Manoscritto redatto probabilmente tra il 1945 e il 1946 dove le ‘divagazioni’ non sono altro che strade battute e florilegio di smarrimenti.
Il libro inizia in questo modo, perentorio nello stile e nella sostanza: “Noi diamo voce solo a dolori senza nome; gli altri, che formano l’ordito e la trama degli istanti, li gettiamo nella pattumiera dell’evidenza”. Cioran infatti deturpa, o meglio sintetizza al massimo le parole e i concetti, così come paiono frammentati gli stessi pensieri. Porge assoluta attenzione al silenzio, e dunque al vuoto, al nulla. Tanto che più volte è evocata la soluzione sbrigativa e liberatoria del suicidio.
E’ insomma un Cioran come sempre senza vincoli che affronta il nulla accedendo in esso dalla porta principale, quella della verità nuda e cruda. Perché è inutile farsi illusioni; il nulla è il cosmo che riveste la nostra esistenza: “Niente spaventa di più l’uomo come il tempo puro. Se la vacanza di una domenica fosse prolungata per una settimana, due settimane o un mese, se tutti gli uomini fossero costretti a contemplare, privi di ogni altra occupazione, il divenire del tempo e la nudità della esistenza, perfino l’omicidio sembrerebbe loro di una banalità paurosa. (…). Il tormento è l’impiego, il mestiere essenziale di tutti noi. Sopprimetelo – e la storia è finita”. L’inconveniente di essere nati è esclusiva percezione di coloro i quali ben comprendono il significato del concetto heideggeriano della ‘gettatezza’: “Se tutta la noia che ho accumulato negli anni si convertisse in energia, e quand’anche l’universo fosse rimasto impietrito, lo metterei in moto”.
Su Cioran una operazione di pari valore la compie Voland editore con il Breviario dei vinti II. 70 frammenti inediti (p.107, euro 13). Testo redatto in romeno tra il 1941 e il 1944, è ora in edizione italiana con traduzione e cura di Cristina Fantechi. Siamo in piena seconda guerra mondiale e questo è l’ultimo suo scritto in romeno, poi si abbandonerà al francese. Pensieri che sottendono anche una disillusione politica. Quell’universo di ideali che aveva infiammato l’Europa degli anni Trenta e a cui lui aveva creduto, si sta sbriciolando. Cioran sta passando da un mondo ad un altro pur saldo su talune medesime asserzioni (“la moderazione uccide l’esistenza”; “la tomba è preferibile allo sbadiglio”).
Pessimismo e mancanza di fiducia nei confronti di questo nuovo mondo, di cui ne percepisce l’alba e già pure la decadenza, permangono infatti come una sorta di smascheramento dell’ignobile idea di progresso. Raramente dei frammenti producono per via della loro separatezza e brevità un vigore dirompente, visionario e allo stesso tempo aspro e a tratti insopportabile. Ogni singola frase, ogni spaiata considerazione è sempre uno schiaffo alla mitezza di coloro i quali si dicono certi di un futuro radioso, di una umanità più solidale e diversa. In questo, il cinismo di Cioran è unico, e perciò senza reconditi fronzoli retorici. Prosa spesso asciutta come secca e senza alcun ridondante teoria sono tutti gli altri suoi scritti.
Tutto questo non deve farci dimenticare che Cioran è però un grande scrittore, come pochi, e allo stesso tempo un filosofo. Una considerazione che va ribadita con tutta la forza possibile perché nel corso dei decenni non raramente lo si è fatto passare come un discreto narratore ammaliato per qualche tempo dal fascismo e poi piantatosi nell’arida terra di un pessimismo da cui non vedeva alcuna via d’uscita e che, tuttavia, gli fa ora riscuotere sul piano commerciale vendite eccellenti. Cioran invece marchia con un pessimismo la sua opera e la sua vita e perciò non vuole allettare curiosi o gaudenti lettori perché «chi cade sempre in piedi è un disertore dell’Assoluto».