Le Mille e una notte
6 Dicembre 2016
Tra le innumerevoli perversioni del fondamentalismo islamico c’è quella di averci fatto dimenticare la inscindibile connessione dell’Europa con la cultura araba. Non è un dato di poco conto. I fumi dell’isteria anti-terroristica, peraltro giusti e condivisibili, spesso ci impediscono però di ritornare a quote di riflessioni più pacate, annebbiano i ricordi come se le avventure di Lawrence d’Arabia, l’architettura araba in Spagna o in Sicilia o l’influenza di quel mondo sulla lingua italiana, tanto per citarne solo alcune, fossero lasciti senza alcuna sostanziale aderenza alla nostra memoria collettiva.
E invece non è così. Se si scava sotto questa coltre di ostilità verso le follie contemporanee di parte di quel mondo, troviamo brandelli del nostro passato ma che ora releghiamo colpevolmente alle favole per bambini o a filmetti della Bollywood indiana. Non ci spingiamo oltre per timore di apparire complici e mischiamo tutto, in una sorta di incomprensibile ‘melting pot’.
Le Mille e una notte, che ora Donzelli ripropone in un bel volume di 555 pagine arricchito dalle illustrazioni di Cinzia Ghigliano, è paradigma di quanto accaduto negli ultimi due secoli e questa operazione editoriale rappresenta allo stesso tempo apoteosi e trionfo delle atmosfere originarie.
Una opera straordinaria essenzialmente basata su una narrazione orale incrementatasi nel tempo ma di cui non si può fissare una data d’origine. Ebbene, agli inizi del Settecento, Antoine Galland raccolse e tradusse tanti manoscritti arabi conservati presso la Biblioteca Nazionale di Parigi apportando modifiche e reinvenzioni. E così tradusse Le Mille e una notte come non raramente accade, riscrivendo parti, reinventando e perciò creando una opera non originale. Ripropose quell’universo misterioso facendolo passare, forse anche inconsapevolmente, all’interno di un setaccio occidentale abbastanza angusto. Certo, Le mille e una notte è già di per sé una sorta di opera collettiva mutata nel tempo e a seconda dei luoghi ma sempre plasmata dall’espressività e dai gusti dell’antico mondo arabo. Quando però arriva in Europa diventa quasi un’altra cosa. Ed infatti, come ci avverte l’Editore Donzelli nella nota iniziale, in Occidente, quando si argomenta sulle Mille e una notte si fa proprio riferimento a Galland; vale a dire si ritorna a quelle esercitazioni troppo svincolate dal contesto primigenio e dalla volontà originaria .
Mentre invece c’è un manoscritto arabo in tre volumi, di qualche secolo più antico e proveniente dalla Siria, che si trova tuttora depositato proprio presso la Bibliothèque Nationale di Parigi. Lo ha studiato a fondo Muhsin Mahdi, arabista professore all’Università di Harvard, che dopo venticinque anni di lavoro ha pubblicato una sua edizione, spuria da ogni inesattezza, e a cui si rifà questo volume della Donzelli.
E perciò abbiamo ora, grazie al curatore Roberta Denaro, una traduzione italiana condotta per la prima volta sull’originale. Un volume che ne riporta non solo le atmosfere trasudanti sensualità ed erotismo ma l’intera dimensione fantastica, la ricchezza lessicale e culturale. Perché il rischio di ‘tradire nel tradurre’, in questo caso è reale. Le Mille e una notte sono state per troppo tempo riverbero di un mondo ma anche nostre proiezioni. E’ pur vero che tutte quelle storie intrecciate e fantasiose non potevano non avere durante i secoli un cammino tortuoso: dall’India all’Iraq, dalla Persia all’Egitto il manoscritto ha attraversato la Storia passando da villaggio a villaggio. Era naturale che si alimentasse di tanti affluenti.
Ma poi è passato da un continente all’altro e perciò questa vicenda delle fonti e delle traduzioni è diventata assolutamente fondamentale. Adesso crediamo però di essere ad un punto di svolta. Il fatto che con questo volume della Donzelli si giunga finalmente quanto più vicino ai testi circolanti all’inizio è elemento di chiarezza imprescindibile per le future avventure editoriali. Torniamo infatti a respirare quei profumi e ci abbandoniamo a racconti che sono di un mondo lontanissimo e lo facciamo, ripeto, per la prima volta, senza le interposizioni di trasposizioni o curatele invadenti sia sulla forma che sulla sostanza.
Ora si svela per quello che è: un testo labirintico e seducente, con una lingua a volte ricercata e suadente, altre colloquiale, in un dedalo di infinite trame e personaggi che come scrive Robert Denaro nella introduzione <<non resta che lasciar parlare, leggendo, ma meglio sarebbe ascoltando la voce di qualcuno, magari di sera, le avventure, gli intrighi, gli amori e i viaggi; facendosi ingannare e affascinare, come molti prima di noi, da un testo che ama poco le frontiere>>.
Un mondo perduto di cui riconosciamo gli echi, perché per larga parte delle terre che si affacciano sul Mediterraneo, sono canti suadenti che rappresentano un patrimonio genetico comune.
