Senza assemblea costituente non può esistere una riforma costituzionale

di Gennaro Malgieri
9 Ottobre 2016

Da oltre trent’anni abortiscono uno dopo l’altro i tentativi di riformare la Costituzione repubblicana. A meno di non voler considerare riusciti quelli che hanno stravolto il Titolo Quinto ed innescato un processo di dissolvimento di certezze istituzionali, bisogna ammettere che i “ritocchi” estemporanei hanno fatto più male che bene. A dimostrazione che un impianto costituzionale o lo si ripensa in maniera organica e complessiva o si va incontro al naufragio. Eppure le buone intenzioni non sono mancate, come dimostrano le Commissioni bicamerali presiedute da Aldo Bozzi (1983-1985), da Ciriaco De Mita e Nilde Jotti (1993-1994), Massimo D’Alema (1997-1998), purtroppo schiantatesi contro logiche partitocratiche. Non sarà perciò la Riforma Renzi-Boschi, dal di là dell’esito referendario che pure ha un significato politico di indubbio rilievo, a dare all’Italia la Costituzione di cui necessita. La Carta fondamentale non può nascere, se vuole durare, nel modo in cui sta nascendo la “nuova”, frutto di compromessi al ribasso, di confusioni giuridico-politiche ed inficiata da un effetto-trascinamento che un Senato né abolito, né mantenuto si porterà dietro la decadenza di decine di norme. Sarà comunque un fallimento. Per il semplice fatto che la sedicente riforma non è sostenuta da una “filosofia”.

Della riforma, tuttavia, c’è bisogno. Lasciare le cose come stanno è delittuoso. Il problema è come farle: non si può continuare a pensarle rabberciate, né improvvisate, né tantomeno a “spezzoni”. Peggio ancora se approvate a maggioranza: l’esperienza recente dimostra che non reggono neppure lo spazio di una legislatura. Il referendum sancirebbe il fallimento in caso di rigetto o il successo di una una risicata maggioranza raccolta più intorno alla disperazione di fronte alla prospettiva dei vari soggetti di sparire politicamente che unita dalla convinzione di aver elaborato un progetto largamente condiviso dai cittadini.

Se una “stagione costituente” deve nascere non la si può far partorire prescindendo dalla consapevolezza, condivisa peraltro da quasi tutti i soggetti politici, che le riforme debbano rispondere alle esigenze reali dei cittadini, i quali si attendono la cessazione dell’estenuante guerriglia tra poteri dello Stato; una più razionale ed equa imposizione fiscale; la limitazione del decentramento che ridimensioni le Regioni, vere e proprie idrovore che drenano risorse pubbliche sottraendole allo sviluppo collettivo; criteri di autonomia di spesa che si contemperi con le oggettive richieste di solidarietà; un più rigoroso controllo da parte del Parlamento sugli atti del governo; l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (nella forma presidenzialista o semi- presidenzialista) che concretizzi la partecipazione democratica nel modo più alto e compiuto.

Un’impresa del genere, dalla quale dovrebbe nascere addirittura, come si dice, la Terza Repubblica, la può compiere soltanto una classe politica legittimata dall’investitura popolare con l’unico e preciso mandato di rinnovare il sistema politico-istituzionale. Se non si vuol continuare a perdere tempo, nell’indecente dimostrazione di impotenza davanti all’opinione pubblica, la strada, come da tempo immemorabile è stato ipotizzato, è una sola: il varo di un’assemblea costituente nella quale si confrontino idee, progetti, programmi dal cui lavoro venga fuori una nuova Carta dei diritti e dei doveri degli italiani in sintonia con le grandi questioni planetarie nelle quali siamo immersi. Assemblea che dovrebbe essere eletta a suffragio universale e con sistema rigorosamente proporzionale, della quale non dovrebbero far parte i membri del Parlamento (chi ha interesse può evidentemente dimettersi da deputato o da senatore) che per almeno due anni s’impegni al fine di dare al Paese istituzioni all’altezza dei tempi e rispondenti ai bisogni dei cittadini. È il solo strumento, che possa sottrarsi alla tentazione di influire sul parallelo ed ordinario svolgimento dell’attività parlamentare, senza condizionare la vita del governo e gli assetti parlamentari stabiliti dalle consultazioni elettorali.

Dubitiamo che l’attuale classe politica sia capace di vincere l’antica pigrizia intellettuale che l’attanaglia e possa avere, dunque, la forza di intraprendere il percorso di un fattivo riformismo partendo da un’assemblea costituente che realizzerebbe le esigenze di partecipazione dei cittadini alla fase riformista e porrebbe le forze politiche e culturali nella condizione di elaborare una Carta frutto di una dialettica tutt’altro che improvvisata, al di là delle alchimie partitocratiche.

Ciò che è lineare in Italia sembra impossibile. Ma noi non abbiamo smesso di pazientare aspettando Godot.