Se ad attaccare la libertà e la democrazia sono i colossi del web: i Social che censurano e il caso polacco

di Sofia Prezzia
25 Gennaio 2021

Il diritto alla libertà di espressione è uno dei fondamenti cardine delle democrazie e a tutela di questo sono state migliaia le vite che si sono sacrificate nel corso dei secoli.

Oggi, forse, il diritto di parola, di opinione, di associazione e anche il diritto al voto sono dati un po’ per scontati e ci si accorge di ciò quando una piattaforma social, che fa profitti per miliardi di euro grazie alle persone che interagiscono su questa, possa bannare e quindi silenziare – togliendo sostanzialmente il diritto di espressione e di parola – il Presidente degli Stati Uniti d’America.

In un mondo giusto o meglio in un mondo dove gli individui posseggono una capacità di critica che va oltre le proprie credenze politiche e le varie ideologie, ci si aspetterebbe che il motivo del ban nei confronti di Donald Trump fosse stato chiesto innanzitutto da degli Stati riconosciuti come tali dal diritto internazionale e non da una società privata e in seconda battuta che il Presidente della democrazia più grande del mondo per meritare di essere silenziato a livello globale, avesse quanto meno minacciato di sganciare bombe atomiche a destra e manca. 

Nella realtà, tuttavia, Trump è stato bannato sol perché distante dal pensiero unico di massa e dal tanto famoso Politically Correct che ormai ritroviamo dappertutto anche nei più piccoli gesti quotidiani. 

Il caso di Trump ha smosso le conoscenze di milioni di persone, anche quelle di coloro i quali hanno idee diametralmente opposte a quelle del Presidente ma sanno che privando una persona – chiunque essa sia – di dire quello che pensa e di professare quello in cui crede si scivola via via in quei regimi dittatoriali che le vite sacrificate di cui parlavo all’inizio hanno combattuto fino allo stremo. 

La furia anti-democratica – perché di questo si tratta senza fare tanti giri di parole come sono abituati a fare i buonisti di sinistra – di queste multinazionali come Amazon, Android e Apple  che ormai veicolano la comunicazione mondiale come le televisioni e la stampa, non si è fermata a bannare chi “non rispetta le regole della community” ma ha rimosso dai loro store “Parler”, app simile a Twitter che in poche ore ha avuto milioni e milioni di download da parte di utenti che hanno abbandonato i social di proprietà di Zuckerberg in segno di protesta. 

Vittima del ban e di minacce di restrizioni sui contenuti della sua pagina è stato anche Marco Rizzo, Presidente del Partito Comunista Italiano, per aver espresso un suo personale parere sui recenti fatti di Washington. 

L’esempio di Rizzo fa comprendere come questo tema interessi tutti e che va oltre l’asse destra-sinistra su cui ognuno di noi si può collocare. 

La pluralità delle opinioni è tutelata dalla nostra Costituzione e azioni di questo genere la violano in pieno ma come sappiamo nessun parlamentare e nessun membro dell’attuale governo – che non ha neanche fatto una piccola nota di solidarietà a Trump o di condanna verso i “bannatori” – ha presentato una sola proposta di legge per limitare le azioni di censura sui cittadini da parte dei colossi privati che gestiscono e veicolano la comunicazione all’interno del nostro Paese e nel mondo. 

E’ curioso, invece, come a muoversi in questo senso, cercando di tutelare la libertà di espressione dei propri cittadini siano state delle Nazioni considerate delle “democrazie fantoccio” e quasi dei “regimi dittatoriali”.

Già a dicembre dello scorso anno, la Russia ha approvato una serie di leggi che prevedono sanzioni amministrative nei confronti di Facebook, Twitter e Youtube nel caso in cui questi dovessero censurare o cancellare gli account di cittadini russi che esprimono qualsiasi tipo di opinione o limitare e censurare i media russi all’estero. 

Sulla stessa scia si è mossa la Polonia, la quale soltanto pochi giorni fa, ha istituito un Tribunale Speciale per salvaguardare il diritto di espressione e di opinione degli utenti che subiscono limitazioni e la cancellazione dei loro account per aver pubblicato contenuti discordanti da determinati valori e ideologie. 

Gli utenti vittima di queste spiacevoli quanto gravi situazioni potranno presentare reclamo al Tribunale Speciale, chiedendo il ripristino dei propri contenuti e/o del proprio account. Qualora il responso dovesse essere favorevole all’utente, la piattaforma social sarà obbligata a ripristinare i contenuti ingiustamente censurati per non subire sanzioni amministrative.

Le vittime di censura ideologica, così definite dal Ministro della Giustizia polacco, Zbigniew Ziobro, vengono censurate non perchè hanno infranto la legge polacca ma semplicemente per un’idea diversa. Proprio per questa ragione, nel caso in cui vengano rimossi contenuti o bloccati account che non violano la legge polacca,i gestori dei social network potranno ricevere multe fino a circa 1,8 milioni di euro.  

La Polonia, sostanzialmente, ha deciso di rendere la sua legislazione di Stato sovrano superiore alle famose “leggi della community” dei colossi social perché solamente in una società come quella di oggi in balia del perbenismo con secondi fini, i regolamenti di società private possono prevaricare su diritti fondamentali sanciti e tutelati dalle costituzioni di Stati nazionali. E tutto ciò, è semplicemente aberrante.