Panfilo Gentile, il cronista antipolitico che inventò il termine sottogoverno

di Roberto Alfatti Appetiti
10 Ottobre 2016

L’evento, per una volta, merita l’altisonante definizione. Gli ordini regionali dei giornalisti sono tenuti a organizzarne un certo numero l’anno. Parliamo dei corsi di formazione che permettono agli iscritti all’albo di accumulare crediti formativi. I temi iniziano inevitabilmente a ripetersi e l’aggiornamento professionale diventa di una noia mortale. Per questo siamo saltati sulla sedia quando abbiamo appreso che l’ordine abruzzese ha programmato una lezione su Panfilo Gentile: “giornalista e intellettuale dimenticato”, che si terrà a L’Aquila il 9 dicembre. Tre crediti per chi parteciperà. Tre crediti per ricordare un giornalista – ma Gentile non è stato solo una grande firma – che già in vita era stato marginalizzato per poi venire rimosso dopo la morte, avvenuta a Roma il 6 luglio 1971. «Un dissenter», lo definì Indro Montanelli, ricordandolo sul Corriere della Sera. «Forse il vero Gentile era proprio questo, il conservatore, anzi il reazionario – scriveva Montanelli – perché a nient’altro poteva condurlo il suo scetticismo, la sua fondamentale sfiducia negli uomini». «Più passavano gli anni – concorda Sergio Romano – e più il suo liberalismo diventava amaro, elitario, conservatore». Non gli piaceva alcun partito politico, i sindacati, la Rai, gli enti parastatali – lui coniò il termine “sottogoverno” – e gli intellettuali di regime, il ruffiano culto della gioventù con cui la classe politica cercava d’ingraziarsi le nuove generazioni negli anni della contestazione studentesca, a cui dedicò critiche feroci. Fu tra i primi a smascherare il populismo: «La parola “popolo” è soltanto l’alibi con cui la classe politica contrabbanda le proprie ambizioni». Si spinse fino a demitizzare la formula magica del pluralismo. «Esiste anche nei regimi dispotici e la sua variante italiana è semplicemente l’etichetta dietro la quale si nasconde l’accordo spartitorio fra i condomini del regime». I sindacati? Una nomenklatura oligarchica strettamente collegata ai partiti.

Nato proprio nel capoluogo abruzzese il 28 maggio 1889, Panfilo – Panfilino per gli amici – si era laureato in legge a Urbino e poco più che ventenne aveva conseguito la libera docenza in filosofia del diritto, insegnando a Napoli, Bologna e Roma. Da socialista (ma rivoluzionario, precisava) a liberalconservatore, aderì al partito liberale e se ne allontanò dopo aver preso atto che aveva una classe dirigente imbelle e inadeguata. «Come tutti i grandi liberali di destra – ha puntualizzato Sergio Romano – Gentile fu profondamente antidemocratico e nulla attirerebbe i suoi strali polemici, se fosse vivo, quanto l’etichetta di “liberal-democratico” che viene continuamente esibita in questi anni».

Reazionario, si scherniva, anche se subito dopo spiegava che «non si deve cadere in quello che chiamerei “utopismo reazionario” e cioè nella opinione che il passato possa rivivere integralmente». Era ben consapevole di quanto potesse pungere quella definizione mentre tutti salivano sul carro del progressismo. Di tutte le ideologie, quella gli appariva la più vecchia e inutilizzabile. «Nulla è più assurdo e infantile della fede nella linearità della storia». Un vero bastian contrario: antifascista sotto il fascismo, nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce, era riuscito a inimicarsi anche i vincitori. Liquidava gli ex fascisti riconvertiti alla democrazia, come Taviani, sbeffeggiandoli come «antifascisti di stato ansioso». Aveva sperperato la sua credibilità di antifascista della prima ora con la stessa disinvoltura con cui aveva dissipato il lauto patrimonio familiare. Viveva a Roma, nei pressi di via Veneto, culla della mondanità romana, ma conduceva la vita appartata di un misantropo, circondato da cani, gatti, libri, giornali e ritratti di uomini famosi tra cui Croce, D’Annunzio e Gioacchino Volpe, i suoi “parenti” abruzzesi. «Bizzarro, singolare, estroverso, curiosissimo, sapeva tutto e si interessava di tutto».

Lo racconta così, Gianfranco de Turris, all’epoca giovane collaboratore dell’editore Giovanni Volpe, che ebbe modo di frequentarlo e raccoglierne testi, esperienze e pettegolezzi. Sì, perché Gentile poteva discorrere, se ne aveva voglia, di qualsivoglia argomento: dalla storia delle religioni alle canzonette, dalla teoria economica allo sport, dalla letteratura alle corse dei cavalli, dalla politica all’alta cucina. Aveva debuttato nel giornalismo sulle pagine de l’Avanti e de l’Unità, partecipato alla fondazione del Mondo di Mario Pannunzio e diretto La Nazione di Firenze, ma soprattutto era stato uno dei più autorevoli commentatori di politica interna per il Corriere della Sera dai primi anni Cinquanta alla metà dei Sessanta. Quando iniziò la virata della proprietà editoriale verso sinistra, Gentile si esiliò volontariamente nella “terza pagina” occupandosi pressoché esclusivamente di cultura. Venuto via l’amico direttore Mario Missiroli, resistette qualche altro anno e infine lasciò il quotidiano milanese.

«Non sono giunto alla mia età per stare con Spadolini», disse facendo le valigie e anticipando di quattro anni l’uscita di Montanelli e di giornalisti come Bettizza, Cervi e Granzotto che non vollero farsi traghettare a sinistra. Trovò ospitalità sulle testate di destra, continuando la sua battaglia in nome della libertà contro la democrazia egualitaria e analizzando i mali italiani politici e morali: dal Roma di Napoli a Lo Specchio, settimanale diretto da Giorgio Nelson Page, da Libera iniziativa al Borghese di Mario Tedeschi. Le sue sono vere e proprie requisitorie contro i regimi fondati sulla lusinga, l’adulazione e la manipolazione delle masse, senza mai piegarsi alle mode dell’epoca. Il suo Democrazie mafiose (Volpe, 1969) è un’opera profetica, se si pensa alla Tangentopoli dei primi anni Novanta. «Quando il potere è esercitato a profitto del partito, lo scandalo è coperto da una vasta rete di complicità – avvertiva Gentile – e le responsabilità risalgono molto in alto, investono leaders o sotto-leaders di partito, uomini di governo. I fatti scandalosi allora vengono ignorati e se gli avversari li denunziano si trova il modo di minimizzarli».

Il libro è stato ripubblicato nel 1997, dopo quasi trent’anni di silenzio, da Ponte alle Grazie (e ristampato nel 2005) con saggi introduttivi di Sergio Romano e Gianfranco de Turris e altri scritti di Gentile, compresa l’intervista che gli fece Gianfranco de Turris nel marzo del 1969 per Il Conciliatore e il testo all’introduzione che scrisse tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970 per un saggio di Jacques Ploncard d’Assac, Apologia della Reazione: «Ci sono delle epoche nella storia in cui si può andare avanti soltanto tornando indietro – scrive Gentile – e sono le epoche di decadenza nelle quali una civiltà che si credeva acquisita si viene disfacendo sotto i nostri occhi costernati». Rivolge anche consigli di lettura ai giovani: «Da un misconosciuto Edward Burke a un Tocqueville, da un Benjamin Constant addirittura alle Lezioni di economia di un Einaudi, ad un Rorpke. Senza dimenticare i due autori che oggi farebbero bene a leggere o a rileggere: i mai troppo citati Mosca e Pareto».