“La riconquista non è finita” un inedito di Eric Zemmour

di Redazione
7 Aprile 2022

Pubblichiamo, in esclusiva per l’Italia, un brano inedito di Eric Zemmour, tratto dal suo ultimo libro La France n’a pas dit son dernier mot, in cui il candidato alle presidenziali affronta alcuni dei temi più cari alla sua campagna elettorale come l’identità francese, la cultura e il cristianesimo. Dopo un boom iniziale, secondo gli ultimi sondaggi la sua candidatura si attesa tra il 10 e l’11%. Il pensiero di Zemmour è poco conosciuto in Italia, l’unico libro che ne indaga la figura è stato pubblicato dal giovane studioso Alarico Lazzaro e si intitola “Eric Zemmour. Un intellettuale in corsa all’Eliseo“. Al netto di quale sarà il risultato e alle accuse ricevute di essere un candidato di estrema destra e nelle ultime settimane filo russo, la sua esperienza elettorale è interessante anche per l’Italia trattandosi di un intellettuale che si è prestato alla politica, un fenomeno inedito dalle nostre parti.

Francesco Giubilei

Trattenni il respiro e mi asciugai qualche lacrima in modo furtivo. L’emozione mi attanagliava mio malgrado. Stavo in piedi, pietrificato, davanti al mio televisore a contemplare la guglia della cattedrale Notre-Dame di Parigi in fiamme. La mia reazione non aveva niente di originale. Milioni di persone, in Francia e nel mondo, stavano provando lo stesso stupore, la stessa incredulità e asciugando le stesse lacrime. La Francia stava riscoprendo di essere una terra cristiana. Marcel Gauchet avrebbe aggiunto che la sua scristianizzazione è la prova definitiva che essa è davvero la terra della “religione dell’abbandono della religione”. La Francia stava anche riscoprendo di essere la terra della bellezza. Una bellezza di paesaggi, paesi, strade, chiese, facciate di palazzi, piazze, dipinti, musica, lingua, letteratura, tutta questa bellezza ereditata dai Greci e dai Romani, plasmata e rimodellata dalla Chiesa e da essa stessa imposta. Tutta questa bellezza finirà per emanciparsi dalla Chiesa e ribellarsi contro il suo magistero. Anche la bellezza delle donne, la bellezza delle donne soprattutto. Donne che, attraverso la figura della Vergine Maria, hanno acquisito nel brutale medioevo una posizione unica al mondo. Nel XII secolo, la Francia fu sia il Paese dell’amor cortese che quello della cattedrale dedicata alla Vergine Maria. La lingua francese ha acquisito la sua “signora” dalla domina latina, che teneva testa al suo dominus. Il cristianesimo ha tessuto sulla donna un abito fatto di rispetto e dignità. Il signore, volgare e assetato di sangue, si inginocchiava davanti alla sua dolce metà; il contadino, rustico e analfabeta, pregava la Vergine di proteggere i suoi raccolti. La donna, in terra di Francia, non è né rinchiusa né disprezzata. La Francia è donna.

Come tante altre persone, contemplando la guglia di Notre-Dame in fiamme pensai a Victor Hugo. Quando, attorno al 1830, lanciò una campagna per salvare la cattedrale che rischiava di cadere in rovina, non esisteva già più la guglia costruita nel XIII secolo, perché era stata smantellata durante la Rivoluzione. Louis-Philippe, Mérimée e Viollet-le-Duc ascolteranno il suo grido di aiuto. Victor Hugo scriveva e convinceva: «Ci sono due cose in un edificio, il suo uso e la sua bellezza; il suo uso appartiene al proprietario, la sua bellezza a tutti: distruggerlo è dunque oltrepassare i propri diritti».

Nel suo romanzo Notre-Dame de Paris, Hugo esaltò gli anonimi artigiani o ingegneri che avevano costruito l’edificio nel corso dei secoli. Un anonimato accettato e anche voluto, che affascinava il poeta, ardente di orgoglio e di narcisismo, in quel XIX secolo che aveva inventato la figura del poeta maledetto. Da quel momento cominciò la demolizione dell’identità francese attraverso la distruzione della bellezza. In nome del progressismo, della modernità, della libertà del creatore, del suo desiderio di infrangere i vecchi codici, il culto della bellezza è stato disprezzato a favore di un’idea dell’arte “concettuale” che privilegia soprattutto il messaggio e l’intento rivoluzionario. La bellezza e la nazione francese sono soggette alla stessa messa in dubbio, alla stessa denuncia, alla stessa contestazione, che attraversano tutto il XX secolo. Già nel 1939 Jean Giraudoux scriveva: «In tutto il territorio si persegue un saccheggio generale delle nostre ricchezze naturali e urbane. Tutto ciò che in Francia somiglia alla Francia fa nascere degli iconoclasti, e questi iconoclasti sono francesi». E la caratteristica più sorprendente di questa carneficina è la facilità con cui può a verificarsi.

Difendere e salvaguardare le tracce della bellezza francese significa difendere e salvaguardare l’identità francese. È inutile proclamare in pericolo l’identità francese se poi non si fa scudo con il proprio corpo, per preservare una certa idea della bellezza della Francia. Bisogna ritrovare lo slancio di Mérimée, Viollet-le-Duc, e quello di Malraux negli anni Sessanta, che hanno anche salvato il patrimonio urbano fatto di vecchi edifici e palazzi che rischiavano di crollare. Per citare Victor Hugo, questo lo precederà. Questo lo causerà. Questo lo resusciterà.

Eric Zemmour