La legge che permette a Giovanni Brusca di essere un uomo libero

di Redazione
1 Giugno 2021

Sta facendo molto scalpore – ed è cosa assai normale – la scarcerazione di Giovanni Brusca boss di San Giuseppe Jato per fine pena dal carcere di Rebbia dove era detenuto. Da quando la notizia è stata rilanciata dalle maggiori testate, si è mosso nel paese un sentimento unanime di sdegno, che se è umanamente comprensibile viste le efferatezze di cui Brusca si è riconosciuto autore, contrasta però con i principi che animano il nostro sistema giudiziario.

Brusca originariamente condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo, e poi – forse la condanna più nota – i trent’anni per l’assassinio ignobile del povero Giuseppe Di Matteo di undici anni, come ritorsione nei confronti del padre Santino di Matteo collaboratore di giustizia, optò per la collaborazione ottenendo i benefici previsti dalla legge 13 febbraio 2001 n. 45, la quale disciplina le norme inerenti i collaboratori di giustizia. Usufruendo di tale benefit l’originaria pena all’ergastolo è stata ridotta a trent’anni.

L’originaria scarcerazione prevista per il 2022 è stata ulteriormente anticipata come previsto dall’art 54. o.p. ( ordinamento penitenziario) legge 354 del 1975 per via della “ buona condotta” ad ottobre 2021, ma è stata ulteriormente anticipata per via dell’applicazione dell’ulteriore  liberazione anticipata.

Brusca ha scontato interamente la sua pena come previsto dal nostro ordinamento e al contrario di molti altri collaboratori di giustizia meno noti alle cronache ha scontato interamente la sua pena in carcere, in quanto la Suprema Corte di Cassazione ha respinto nel marzo 2019 la richiesta di detenzione domiciliare Ha usufruito inoltre di 80 permessi premio.  
Inoltre per quattro anni sarà soggetto alla libertà vigilata, con le restrizioni che ne conseguono come deciso dalla Corte d’Appello di Milano. 

Oltre ad aver materialmente azionato il comando sul tritolo di Capaci, che provocò la morte del giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, Brusca utilizzò un’autobomba anche per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Ha commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ma la sua scarcerazione, per i motivi di cui sopra e al netto di tutte le campagne sensazionalistiche e acchiappalike avviate sui social per speculare sulla memoria delle vittime di mafia, era serenamente prevista da anni.

Brusca ha deciso di collaborare con la giustizia poco dopo il suo arresto e da quel momento lo Stato ha dovuto fare una scelta: permettere che marcisse in carcere (comunque per 25 anni) o utilizzare le informazioni che avrebbe potuto fornire per catturare altri Brusca. Come molti altri “pentiti”, anche lui ha usufruito di premi, sconti di pena, denaro, scorte e quant’altro previsto in casi del genere.
Il “pentitismo”, del resto, è stato utilizzato come arma contro la mafia dallo stesso Giovanni Falcone, come fu infatti Falcone a ideare alcune delle leggi connesse. A ricordarlo, a malincuore, in queste ore, è stata sua sorella Maria: “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata”.

L’indignazione popolare è legittima, umanamente comprensibile (lo sono meno gli assi di bastoni caricati dai politici sui social, che sono ben consci di come funziona l’ordinamento giuridico in questi casi ma fingono di cadere dalle nubi per pompare uno “scandalo” che non c’è), ma allo stesso tempo la lotta alla mafia e alle organizzazioni criminali in generale deve essere materialistica, utilitarista, fredda e matematica.

In questa sottile zona grigia di rammarico per uno stragista libero a soli 64 anni e la sensazione di aver provato ad ottenere il massimo da una situazione di guerra allo Stato e alle sue Istituzioni, giacciono le vittime, danni collaterali di un confronto fatto di tattica, strategia, distacco. Se tutto ciò sia giusto o meno non sta a noi stabilirlo, ma possiamo almeno evitare che le memorie delle vittime vengano barattate a buon mercato per un pugno di like.

Daniele Dell’Orco
Pasquale Ferraro