La crisi dei governi e l’instabilità politica

di Michele Orsini
16 Gennaio 2021

Il 13 gennaio Matteo Renzi, annunciando le dimissioni dei ministri del suo partito, ha aperto l’ennesima crisi di governo. La settantaduesima in 72 anni di storia repubblicana. L’evoluzione della crisi è ancora incerta tra rimpasti, responsabili, irresponsabili, unità nazionali più o meno unite e lo spettro di un governo tecnico. Ma dai numeri e dalla storia si possono trarre preziosi elementi di analisi.

Il primo elemento che si nota è la breve durata degli esecutivi. Governi e governicchi tutti uguali ma tutti diversi. Nella Prima Repubblica il dato è ancora più evidente: si passa da un paio di governi di discreta durata come il primo Governo Craxi, durato quasi 3 anni (da agosto 1983 ad agosto 1986), a governi durati meno di un anno, il più breve fu il primo Governo Fanfani durato 22 giorni di cui 11 effettivi, tra il gennaio e il febbraio 1954.

Nella Seconda Repubblica la durata dei governi si è allungata notevolmente: i due governi più longevi, guidati da Silvio Berlusconi, sono durati uno poco più di 1400 giorni e l’altro poco meno di 1300 (rispettivamente i governi Berlusconi II e IV). Il perché di questa differenza è data dal sistema elettorale: mentre nella Prima Repubblica fu adottato quasi esclusivamente il proporzionale, nella Seconda, invece, è stato utilizzato più frequentemente il sistema maggioritario.

Questa differenza comportò che nella Prima Repubblica i governi erano formati da ampie coalizioni caratterizzate da un partito numericamente grande, la DC, e da una schiera di partiti tanto piccoli quanto litigiosi ma decisivi per la formazione della maggioranza. Nella Seconda Repubblica le coalizioni erano meno ampie e quindi era più facile trovare un accordo. Eccettuato il primo governo Berlusconi, solo il centrosinistra ha trovato difficoltà a tenere la coalizione coesa.

Un secondo elemento di debolezza dei governi primo-repubblicani furono le differenze e gli scontri tra le correnti democristiane che indebolivano i governi fino a comprometterne l’efficacia. Queste fazioni interne si sono alternate al potere sfiduciandosi a vicenda e assegnando ai leader di corrente cariche prestigiose nella ricerca di un difficile bilanciamento tra peso elettorale e incarichi di governo: il tanto geniale quanto esecrabile manuale Cencelli.

Questa debolezza ha avuto profonde ripercussioni sulla politica del paese soprattutto in due ambiti: la politica economica e quella estera. La prima, dagli anni Sessanta, è diventata uno strumento di consenso con l’adozione di leggi di dubbia utilità e di sicuro danno come la “Legge Rumor” del 1973 che ha introdotto le c.d. baby pensioni danneggiando i conti pubblici nel lungo periodo e costringendo i legislatori successivi ad interventi draconiani tardivi e socialmente costosi. La seconda, invece, è stata spesso altalenante e per diversi periodi quasi inesistente.

Questa situazione ha spesso relegato l’Italia ad una posizione secondaria anche nello scacchiere mediterraneo e del nostro estero vicino. Non è una coincidenza che i maggiori interventi della politica estera primo-repubblicana noti al grande pubblico, Sigonella o la questione degli euromissili o ancora il famoso avviso a Gheddafi dell’imminente bombardamento americano, sono quelli avvenuti nel periodo del governo Craxi I.

La Costituzione repubblicana, non proprio la più bella del mondo, non favorisce governi stabili o forti. La mancanza di correttivi al parlamentarismo e la preferenza per un sistema elettorale di tipo proporzionale tendono ad indebolire i governi.

La ratio che ispirò i padri costituenti all’adozione di tale forma di governo fu la paura di una nuova dittatura, nera o rossa che fosse, prendendo a modello la costituzione francese dell’epoca (la Quarta Repubblica che terminerà proprio a causa della sua debolezza).

Nello stesso periodo i costituenti tedeschi adottarono una costituzione radicalmente diversa (esecutivo forte e federalismo) pur partendo dalla stessa paura di una nuova dittatura. L’idea dei tedeschi era proprio quella che solo un governo forte potesse escludere la minaccia di una dittatura: esattamente il contrario di quanto avvenuto nella debolissima repubblica di Weimar.

La Francia potrebbe essere un eccellente fonte di ispirazione per l’Italia poiché potrebbe mostrare una possibile forma di modifica della Costituzione mutatis mutandis. 

Un esecutivo forte, un Presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini e una divisione di compiti tra Presidente della Repubblica e del Consiglio tale da dare al primo l’indirizzo e la pianificazione della strategia nazionale e al secondo la materiale esecuzione. Dal modello tedesco si può prendere spunto per la suddivisione amministrativa del territorio. Le recenti riforme costituzionali sono state dannose o di pessima qualità.

Dannosa la riforma del Titolo V, che nella scelta tra l’adozione del regionalismo o del federalismo ha scelto di non scegliere, così rendendo complessa la distinzione tra le competenze di Stato e Regioni e aggravando le procedure poiché non chiarisce chi debba fare cosa e come, soprattutto nelle materie a competenza concorrente). Di pessima qualità la c.d. Boschi-Renzi. La riforma del 2004 poteva essere una grande opportunità ma è stata bocciata dagli elettori dopo un dibattito ispirato, come sempre, più alle scelte ideologiche che all’effettivo contenuto.

Altrettanto importante sarebbe anche l’inserimento in costituzione delle principali caratteristiche della legge elettorale in modo tale da evitare che essa venga modificata continuamente dalla maggioranza di turno a seconda delle sue fortune politico-elettorali.

Questo sistema è adottato dai principali paesi occidentali come la Francia, il Regno Unito o gli Stati Uniti. Infine un altro strumento importante ed efficiente è la “sfiducia costruttiva” che rende impossibile al Parlamento sfiduciare il governo in carica se non vota contestualmente la fiducia ad un nuovo esecutivo. Questi strumenti risultano particolarmente utili a temperare gli svantaggi impliciti nel sistema parlamentare e a rendere più stabili i governi

Le necessarie revisioni costituzionali sono di difficile realizzazione, data la sicura strumentalizzazione del dibattito pubblico e della frivola retorica di alcune parti politiche basata essenzialmente su un ideologismo privo di contenuti tecnici e pratici. Una riforma intelligente della Costituzione sarebbe però necessaria per superare le debolezze strutturali del paese e per garantire agli esecutivi maggiore efficacia.