Il volto dell’Africa che trascuriamo. Parla Marco Valle

di Federica Masi
20 Aprile 2021

In edicola, con Il Giornale, il pamphlet di Marco Valle “Il futuro dell’Africa è in Africa. I tanti volti di un Continente sorprendente”.  Abbiamo intervistato l’autore per conoscere i volti sorprendenti di un Continente quasi sempre sottoposto a errate letture ideologiche.

  • Quando parliamo di Africa siamo inevitabilmente spinti a credere che si tratti di un continente di conflitti e carestie, accreditando come unica soluzione possibile l’emigrazione. È una visione ideologica?

Assolutamente sì. Vi è una narrazione purtroppo dominante che interpreta le complessità africane in modo univoco e limitativo e incolpa d’ogni cosa il passato coloniale, una fase storica esaurita sessant’anni fa. Le migrazioni sono la “giusta” punizione dell’Europa.  È l’ennesima versione, come ricorda Federico Rampini, del solito dogma «per cui ogni sofferenza dell’umanità contemporanea si deve ricondurre alle colpe dell’Occidente, dell’uomo bianco. Basta scavare bene, basta seguire le piste giuste, e alla fine spuntiamo sempre noi, il nostro colonialismo, il nostro imperialismo, il nostro capitalismo. Solo espiare le nostre colpe può appagare una sinistra che non apre mai i libri di storia».

Un approccio superficiale e sbagliato cui corrisponde una vulgata opposta e altrettanto errata quanto perdente: beatificare defunti passati imperiali, rimpiangere “fardelli dell’uomo bianco”, crogiolarsi in opache saghe sui “soldati di ventura” oppure guardare all’attualità (e mai al futuro…) immaginando solo trame criminali e confini blindati.

  • Lei scrive: «Ma l’Africa, anzi le Afriche, hanno più volti e più velocità». Qual è il volto che trascuriamo?

Semplificando all’estremo vi è una parte ad oggi perduta, inghiottita dalla disperazione, e un’altra ottimista e in solida crescita economica. Due e più distinti paesaggi, con sfumature differenti e toni ingannevoli. Mai scontati. Ancora una volta la differenza è l’idea di Stato. Dove manca la coesione statuale, il senso della nazione, uno scheletro d’amministrazione pubblica, tutto si disintegra, tutto implode nel tribalismo e nella corruzione. Nella violenza più cieca ed ottusa. Dove, invece, il processo di nation building post coloniale è in parte o quasi riuscito le prospettive sono differenti e, ragionevolmente, positive.  Le Afriche sono sempre sorprendenti e spesso, per sguardi eurocentrici, spiazzanti.

  • Secondo diversi studi, citati nel suo pamphlet, la Cina si attesta il principale interlocutore dell’Africa.  Ne rappresenta un’occasione di sviluppo o è solo una potenza egemone che applica una forma di neocolonialismo?

L’invasività cinese in Africa fissa un cambio di paradigma. Uscendo dai canoni della globalizzazione occidentale, la Cina – bisognosa di risorse – punta sullo scambio alla pari. Riprendendo Gennaro Sangiuliano, fine osservatore degli scenari internazionali e autore di una solida biografia su Xi Jinping l’approccio di Pechino si basa su «un singolare sistema di baratto mediante il quale la Cina realizza opere infrastrutturali come ferrovie (6mila chilometri), strade e autostrade (30mila chilometri), scuole (oltre 200), ospedali (per 117 milioni di dollari), ottenendone in cambio petrolio, minerali, legname e anche diritti di sfruttamento delle grandi piantagioni. Dall’Africa, la Cina ottiene il 20 per cento di petrolio, il 90 del cobalto, il 35 per cento del manganese e il 30 per cento del tantalio, tutte risorse decisive per l’industria tecnologica sulla quale Pechino sta investendo molto». Ma attenzione sui soldi i nuovi mandarini mai scherzano e mai transigono e la “trappola del debito” è sempre pronta a scattare. In più l’attivismo del governo di Pechino s’intreccia con il costante flusso migratorio dalla madrepatria verso l’Africa. In vent’anni oltre un milione di cittadini cinesi – tecnici, operai specializzati, agronomi ma anche semplici contadini – si sono trasferiti nel continente in cerca di lavoro e fortuna. Un fiume umano sempre più consistente che inizia ad allarmare l’opinione pubblica e a preoccupare i governi locali.

  • Con la pandemia si è creato un paradosso: «Proprio il virus che ha piegato il “primo mondo” potrebbe accelerare l’evoluzione del “terzo mondo”». In che chiave potrebbe evolvere?

Parlano i dati. Nel fatidico 2020 mentre il morbo metteva in ginocchio le economie occidentali per una volta la parte più povera e giovane del mondo (nell’Africa subsahariana l’età media è inferiore ai 20 anni) si sentiva in parte risparmiato. I numeri (per quanto affidabili, considerate le deboli strutture locali…) raccontano che con il 14% della popolazione mondiale l’Africa subsahariana ha registrato solo il 3% dei casi mondiali delle morti da Covid. Per di più una stima dell’agenzia Bloomberg ha dimostrato come sette dei dieci paesi più in crescita l’anno scorso siano africani: l’Etiopia (3%), l’Uganda (2,1%), la Costa d’Avorio (2%), l’Egitto (1,9%), Ghana e Ruanda (entrambi 1,3%) e Kenya (1%). Un ottimo risultato. Paradossalmente la pandemia potrebbe accelerare l’evoluzione del “terzo mondo”, premiando le economie capaci di diversificarsi e sfuggire alla “maledizione delle risorse”. Insomma, come ha ricordato il presidente del Ghana, Nana Akufo-Addo, la “nuova Africa” per diventare davvero autonoma deve superare i limiti della dipendenza dall’esterno e velocizzare l’integrazione economica.

Da qui l’importanza dall’African Continental Free Trade Area, la maxi area di libero scambio inaugurata — nella disattenzione dei media e della politica nostrana — lo scorso gennaio. Un’iniziativa geoeconomica che riunisce tutti i Paesi, ad eccezione dell’Eritrea: un bacino di 1,2 miliardi di persone e un Pil complessivo che si aggira sui 3.400 miliardi di dollari. Secondo le analisi della Banca Mondiale l’accordo, operativo dal gennaio 2021, rivoluzionerà il panorama commerciale dell’intero continente: una volta a regime l’AfCFTA aumenterà il reddito continentale del 7% ovvero di 450 miliardi di dollari, accelerando la crescita dei salari per le donne e sollevando 30 milioni di persone dalla povertà estrema entro il 2035. Obiettivi raggiungibili e legati indissolubilmente al decollo del commercio intra-africano, al momento più che marginale nelle bilance di qualunque Paese africano

  • In Europa a proporre un nuovo disegno geopolitico è la Francia. Il più probabile scenario futuro nel rapporto tra Europa e Africa?

Per tutti gli inquilini dell’Eliseo, da Charles de Gaulle a Emmanuel Macron, il continente è una priorità strategica, il laboratorio dell’eccezionalismo gallico e la garanzia dello status di grande potenza. Recentemente il presidente Macron ha tratteggiato una propria dottrina imperniata su “una relazione senza complessi” con il riposizionamento della cooperazione monetaria franco-africana con pensionamento del vecchio Franco Cfa — nel 2019 oggetto in Italia di una polemica molto provinciale quanto superficiale… — e la sua trasformazione in Eco. In realtà la linea prospettata dal giovane Jupiter dell’Eliseo sferraglia pervicacemente sui tradizionali binari della visione gaullista: una Ue sinergica e funzionale (o meglio ancora, subalterna) alla proiezione della Francia nello scenario globale. Macron si dice infatti sicuro che: «l’Europa non dissolverà la voce della Francia: la Francia ha la sua concezione, la sua storia, la sua visione degli affari internazionali, ma la sua azione risulta molto più utile e forte se portata avanti attraverso l’Europa». Ancora una volta la Grandeur. Interesse nazionale, volontà di potenza e nuove linee d’intervento. Il resto dell’Europa (con l’eccezione della Gran Bretagna post Brext) rimane alla finestra.

  • L’Italia considera l’Africa un continente di “sola emergenza”. Quale sguardo nuovo dovremmo rivolgere?

La nostra recentissima esclusione/espulsione dallo scenario libico è solo l’ultima tappa di una trentennale ritirata iniziata nel Corno d’Africa (dove nulla più contiamo) e proseguita con l’evaporarsi della nostra presenza in Nord Africa e l’abbandono di posizioni significative in Mozambico e Sudan, due teatri che abbiamo contribuito a stabilizzare. Al solito a difendere gli interessi nazionali ci sono i nostri militari (impegnati nelle missioni Missin e Takuba e l’Eni attiva nel continente sin dal 1954 e oggi presente in 14 nazioni africane. Oltre alle attività tradizionali, il “cane a sei zampe” è impegnato in iniziative di sviluppo improntate a un nuovo modello di economia circolare. Nel 2019 Eni ha investito nell’area sub-sahariana 48,6 miliardi di euro per progetti di sviluppo locale (e salvaguardia delle foreste) e altri 20,8 per infrastrutture a favore delle comunità e programmi di sostegno alla micro-imprenditoria. In più l’azienda è impegnata sul settore dell’energia solare con impianti in Tunisia, Algeria e Angola e presto in Mozambico, Sud Africa ed Egitto. Una scelta lungimirante. Il solare è la grande scommessa africana.

Assieme al gruppo di San Donato Milanese vi è poi un pugno imprenditori lungimiranti come Piero Salini di We Built, società attualmente impegnata in Etiopia e Namibia. Grazie a questi “capitani coraggiosi” — puntualmente ignorati dai vari governi — manteniamo un export in Africa del valore di 17,3 miliardi di euro (dati 2019), in crescita media del 2,3% negli ultimi cinque anni. Non molto rispetto ai nostri concorrenti ma nemmeno un dato trascurabile, anzi. Lo sottolinea su “Il Sole 24 Ore” Cleophas Adrien Dioma, presidente di Italia Africa Business Week, un appuntamento annuale sulle opportunità del Continente: «Le Pmi italiane sono i migliori partner delle Pmi africane. Bisognerebbe cercare le occasioni prima che altri occupino gli spazi disponibili, penso a settori come l’agri-business ed energie rinnovabili ma anche a nuove tecnologie, digitalizzazione, servizi finanziari e grande distribuzione, il trasporto e la logistica. Infine, considerando i nuovi target di clienti, i settori moda, cosmesi, benessere e luxury».  Una somma di ragionamenti importanti, cifre pesanti e prospettive innovative che non devono esaurirsi nella bilancia commerciale. Ancora una volta l’orizzonte è quello dell’interesse nazionale, unica e vera linea guida di una politica seria, alta.