Il silenzio della politica sul conflitto tra israeliani e palestinesi

di Daniele Dell'Orco
12 Maggio 2021

Le minacce ricevute da Matteo Salvini per via del sostegno espresso allo Stato di Israele stanno a suggerire, oltre che la totale incapacità da parte di una certa fetta di opinione pubblica di articolare pensieri di senso compiuto, anche una difficoltà endemica da parte dei partiti di massa a prendere posizioni riguardo scottanti dossier internazionali.
La guerra arabo-israeliana è forse da sempre il più delicato fra tutti.
Ciò che salta all’occhio nell’agenda politica dei leader politici in queste ore, infatti, è il silenzio sugli scontri di Gerusalemme e sullo scenario ormai di guerra aperta tra israeliani e palestinesi.
Così come in passato, il sostegno netto per l’una o per l’altra fazione tende ad essere evitato.

Se da un lato potrebbe sembrare un indice di maturità, poiché in casi del genere gli appoggi incondizionati e dogmatici non sono mai sani, e quindi un silente segno di riconoscimento delle ragioni sia degli uni che degli altri, dall’altro però è impossibile non notare l’elemento elettorale che questo silenzio comporta. I partiti tendono ormai da tempo a sottostimare o ignorare del tutto la politica internazionale (esattamente come fa l’Italia come Paese, del resto) perché complicata da spiegare ai propri elettori e, soprattutto, molto divisiva.

La guerra tra israeliani e palestinesi non è un fatto di destra o di sinistra, come peraltro non lo sono e non dovrebbero esserlo molti scontri politici e diplomatici sparsi in giro per il mondo. Ma in un Paese fortemente polarizzato come il nostro si vive, anche per colpa delle narrazioni politiche, di bianco e di nero. Essendo questa disputa davvero molto “liquida” dal punto di vista ideologico, si riscontrano sempre più spesso diversità di vedute all’interno del mondo liberale, di quello socialdemocratico, di quello conservatore, di quello sovranista, addirittura di quello cristiano. Così spesso sono le stesse segreterie di partito a preferire il silenzio, poiché qualsiasi linea di demarcazione chiara e incontrovertibile provocherebbe malumori all’interno del proprio elettorato se non addirittura delle proprie correnti politiche.

Ma, per quanto conveniente e pragmatico possa sembrare, non è piuttosto un campanello d’allarme? La posizione filo-israeliana “a prescindere” della Lega di Matteo Salvini non è una novità. Può essere condivisa o respinta con forza a seconda delle sensibilità. Ma di certo rende il Carroccio “riconoscibile”. Il fatto che molti degli altri partiti di massa, se non tutti, abbiano timore a sollevare il tema sia sul fronte interno che su quello esterno non è affatto rassicurante. Vuol dire poca predisposizione al confronto e soprattutto scarsa considerazione dei propri elettori/utenti/militanti.

Il risultato di questa “prudenza”, purtroppo, è che spesso i grandi temi dell’agenda internazionale vengono snobbati, fraintesi, ridotti alla dialettica dei “buoni” contro i “cattivi”. Ancor più grave, ignorati del tutto. Man mano che il mondo diventa, volenti o nolenti, sempre più interconnesso, qualsiasi cosa accada a 10mila chilometri di distanza rischia di riverberarsi sugli equilibri interni di una Nazione. Un cittadino non può non esserne al corrente. Per sua formazione personale ma pure per prestigio e autorevolezza da conferire al Paese di cui è membro. Al contrario rischia di innescarsi un circolo vizioso tanto anacronistico quanto dannoso: i singoli non approfondiscono nulla di ciò che accade nel mondo, i partiti non sono tenuti a prendere posizioni su qualcosa che i propri elettori non capiscono o non conoscono, la classe dirigente non elabora piani di intervento, il Paese intero finisce per non contare nulla sul piano internazionale.

E infatti, purtroppo, è ciò che sta succedendo all’Italia.