Fidel Castro, il persecutore di cristiani che l’Occidente non ha pianto

di Andrea Saponaro
13 Gennaio 2017

Fidel Castro, il lider maximo di Cuba, è morto poco più di un mese fa all’età di 90 anni nella capitale cubana. La notizia della sua scomparsa arriva dalla Tv nazionale dell’isola dal fratello, Raul Castro. Aveva lasciato il potere una prima volta nel 2006, a causa di una diverticolite all’intestino, e definitivamente nel 2008. Tutti gli organi di stampa hanno riportato la notizia del suo funerale evidenziando come effettivamente questo sia stato disertato dai leader dei più importanti Paesi occidentali, a iniziare da Barack Obama. L’autore dello storico «disgelo» con l’isola non ha inviato nemmeno il suo vice, Joe Biden, né una delegazione presidenziale, come hanno deciso di fare altri leader alle prese con il dilemma di rendere omaggio a un personaggio di peso ma controverso.

Il portavoce della Casa Bianca ha spiegato la scelta parlando di «relazioni complicate» tra i due Paesi, citando in particolare le inquietudini di Washington per il mancato rispetto dei diritti umani sull’isola. Tra i grandi assenti europei il 27 novembre scorso all’ultimo saluto al líder máximo a Santiago di Cuba la premier britannica Theresa May. Il presidente francese François Hollande è stato rappresentato da Ségolène Royal, ministra dell’Ecologia e da Jean-Pierre Bel, suo inviato speciale per l’America Latina. Al posto della cancelliera tedesca Angela Merkel è andato il suo predecessore Gerhard Schröder, che ha incontrato Castro cinque volte. Nessun capo di Stato nemmeno da un importante e storico alleato di Cuba come la Russia: Vladimir Putin è stato rappresentato dal presidente della Duma Vyacheslav Volodin. Una decisione che sembra indicare come Cuba non sia più ai primi posti dell’agenda di Mosca, più protesa ora verso Medio Oriente, Asia e l’Est Europa. Altri Paesi amici come Cina e Iran hanno inviato i vicepresidenti. Insomma, una completa diserzione da parte dei principali Paesi, occidentali e non. Le motivazioni non sono le stesse, ma possiamo individuarne una delle più importanti: la persecuzione da parte di Fidel Castro dei cristiani cubani.

L’ultima volta che il lider maximo ha incontrato il Papa risale a poco più di un anno fa. Era settembre e Francesco, prima di mettere piede negli Stati Uniti, aveva deciso di fare tappa a Cuba. Trenta minuti di colloquio a casa del dittatore in pensione, al termine della messa che era stata celebrata nella piazza della Rivoluzione dell’Avana. Molti organi di stampa nei giorni precedenti riportarono la notizia che il regime castrista, per accogliere Papa Francesco in visita a Cuba, decise di liberare 3522 detenuti. Ciò che invece quasi nessuno raccontò è che nel frattempo gli arresti per motivi politici continuarono. Infatti in quel periodo la polizia cubana arrestò centinaia di persone, ognuna di queste di fede cattolica. Solo il 13 settembre 2015, una settimana prima dell’arrivo del Papa, cinquanta cittadini cubani, colpevoli di manifestare contro l’ipocrisia del governo, vennero strattonati, caricati e deportati in carcere, con l’accusa ufficiale di aver svolto un corteo non autorizzato. Gli arrestati erano praticamente tutti donne, esponenti del movimento Damas de blanco (dal colore delle vesti candide con cui manifestano). Ovvero mogli e familiari di persone accusate di “azioni contro lo Stato”, o più semplicemente di reati politici o d’opinione, cioè rei del solo fatto di essere degli oppositori del regime, e quindi non comunisti. A loro si erano uniti alcuni uomini dell’Unión Patriótica de Cuba. Il governo li considera facinorosi manifestanti manovrati da gruppi anticomunisti statunitensi.

La cosa sorprendente, però, oltre al silenzio pressoché generale che l’avvolge, è che si è trattato solo dell’ultimo episodio di un rituale che va avanti da anni. Dal giorno del disgelo tra Cuba e Stati Uniti, le Damas de blanco e altri attivisti scendono ogni domenica in strada per chiedere libertà e ogni domenica la polizia ne arresta in grande quantità. Circa 100 alla volta. Li rilascia magari dopo poche ore (ma non sempre) e la settimana successiva torna ad arrestarli. Secondo la Cuban Commission of Human Rights and National Reconciliation, nel solo mese di agosto gli arresti sono stati 768.

Le Damas de blanco danno infatti fastidio. Sono l’anima della nuova dissidenza cubana, sono un movimento distintamente cattolico, non perdono occasione per contestare la condiscendenza verso il regime del cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo di San Cristóbal de la Habana, e sono popolari. Fondate nel 2003 dall’ex insegnante di letteratura Laura Inés Pollán Toledo dopo un’ondata di arresti e la condanna di 75 giornalisti, sindacalisti, attivisti per i diritti umani e dissidenti per reati contro lo Stato e i principi della Rivoluzione cubana, le Damas de blanco sono famose per il gladiolo che ne simboleggia la resistenza pacifica e sono uno dei bersagli preferito del regime. Furono loro a essere incarcerate prima dell’arrivo a Cuba di Papa Benedetto XVI durante un violento assalto condotto dalla polizia il 18 marzo 2012. Clamoroso fu allora il caso di Sonia Garro Alfonso, finita dietro le sbarre assieme al marito Ramón Alejandro Muñoz e ad altri mentre si recava a Messa. Prima di liberarla il 9 dicembre successivo grazie alla forte pressione internazionale, il regime era riuscito a muoverle la generica quanto farneticante accusa di terrorismo. La principale attività del movimento consiste nell’organizzare ogni domenica, dopo la celebrazione della messa nella chiesa di Santa Rita a L’Avana, una marcia pacifica durante la quale le Damas, completamente vestite di bianco (ispirandosi alle Madri di Plaza de Mayo che manifestavano per i desaparecidos argentini) mostrano le foto dei famigliari detenuti. Oltre alla marcia domenicale e alle riunioni, il movimento organizza anche mobilitazioni straordinarie. Le più importanti sono state quella davanti alla sede dell’Unione dei Giornalisti Cubani per chiedere più attenzione da parte dei media e quella del 2004 nella Piazza della Rivoluzione per chiedere il trasferimento in ospedale di un detenuto gravemente malato.

Di certo, però, l’incontro rimasto nella storia è quello del 1998, quando Castro ancora tiranno incontrastato di Cuba accolse ai piedi della scaletta dell’aereo l’anziano Giovanni Paolo II, che a tutti i costi aveva voluto visitare l’isola della Revolución. La frase simbolo del viaggio fu quella pronunciata da Karol Wojtyla appena atterrato: “Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba”. Giovanni Paolo II aveva chiesto – oltre alla fine del pluridecennale embargo statunitense – più libertà per il popolo e per la chiesa. Fidel rispose ripristinando il Natale come festa civile, concedendo qualche spazio di manovra e azione alla chiesa, pur sotto il ferreo e mai messo in discussione controllo delle autorità statali, e rilasciando 300 prigionieri prima della visita, ma anche in quest’ultimo caso le prigioni tornarono a riempirsi subito dopo.

Dietro gli incontri ufficiali, i doni, gli abbracci e i calorosi saluti, la storia racconta di un dittatore spietato con le opposizioni e con i cristiani. Un anno fa, pochi giorni dopo il viaggio di Francesco sull’isola, AsiaNews, portale del Pontificio istituto missioni estere, pubblicò la lettera di un esule che aveva come unico fine quello di “parlare di una realtà diversa da quella che il mondo ha visto in questi giorni”. “Da essere umano libero, ho voglia di scrivere e dire quello che penso del regime comunista all’Avana e come cattolico, voglio dire quello che mi piacerebbe vedere nella chiesa cubana, come frutti che io spero da questa visita. Perché non chiamare le cose con il loro nome, chiamando ‘dittatura’ il governo dell’Avana e chiedendo pubblicamente che esso garantisca ai cubani libertà e una vita senza persecuzioni e senza paura? Fa male vedere che lo stesso regime che si beffava di Dio , la chiesa, i religiosi e le religiose, il Papa, abbia ricevuto Francesco fingendo di dare l’immagine di un governo rispettoso degli esseri umani e dei loro diritti. E quello che mi fa più male è sapere che esso non ha alcuna intenzione di cambiare”. E a corroborare la tesi, si elencavano le schedature dei semplici fedeli che volevano partecipare agli incontri con il Pontefice, molti dei quali messi in stato di fermo (donne comprese) solo perché sospettati di essere contro il regime. Il timore era che si replicasse quanto avvenuto nel 1998, quando Giovanni Paolo II durante l’omelia pronunciata durante la messa all’Avana pronunciò tredici volte la parola “libertà”, con i fedeli che iniziarono a scandire – in forma ritmata – “Libertad! Libertad”.

Il governo cubano, adesso, dovrebbe ascoltare con più attenzione le parole che Papa Francesco professò davanti al Centro Culturale Félix Varela dell’Avana, una delle poche realtà ecclesiali a Cuba che forma il laicato secondo gli insegnamenti sociali della Chiesa, riguardo la capacità di accogliere e accettare chi la pensa diversamente. “In realtà, a volte – ha detto – siamo chiusi. Entriamo nel nostro piccolo mondo e ci chiudiamo nelle conventicole delle ideologie o delle religioni. Quando la religione diventa conventicola, perde la parte migliore, perde la sua realtà di adorare Dio, di credere in Dio. È una conventicola di parole, di preghiere, di prescrizioni morali. E quando io ho la mia ideologia, il mio modo di pensare e voi avete la vostra, mi chiudo in questa conventicola dell’ideologia.” E rispondendo ad una domanda di un giovane; “Sognate che con voi il mondo può essere diverso. Se voi date il meglio di voi stessi aiutate il mondo a essere diverso. Non dimenticare, sognate.”