Di cosa parla il trattato Italia – Francia

di Daniele Dell'Orco
27 Novembre 2021

Ho letto con grande interesse i 12 articoli del Trattato del Quirinale firmato ieri a Roma dal Presidente Emmanuel Macron e da Mario Draghi.

Intanto una premessa: quando si firma un trattato, a prescindere dal contenuto, bisogna che le parti abbiano la forza, la capacità, l’interesse duraturo per rispettarlo e farlo rispettare.

Chi pensa che l’Italia non sia in grado di riuscirci (per spessore politico, diplomatico e/o sudditanza psicologica) è inutile che legga oltre.

Dal punto di vista della forma, la “stranezza” risiede nella scelta del luogo.

L’Italia è una Repubblica parlamentare, non presidenziale, quindi  i trattati sono prerogativa del presidente del Consiglio e non del capo dello Stato. 

Ma allora perché la firma è avvenuta al Quirinale anziché a Palazzo Chigi?

Per mandare un messaggio chiaro: il rapporto franco-italiano non dovrà essere meno saldo di quello franco-tedesco, stipulato nel 1963 dal trattato dell’Eliseo, sede della presidenza francese (e poi consacrato ad Aquisgrana nel 2019).

E proprio sul ruolo della Germania sullo sfondo si giocano alcune partite. Il Trattato infatti è stato impostato durante il governo Gentiloni, nel 2017, ma firmato solo oggi in un momento storico molto particolare:

La corsa alla rielezione da parte di Macron;

La fine dell’era Merkel, che lascerà un vuoto enorme nella politica europea. E qualcuno dovrà riempirlo. 

Quel qualcuno vorrebbe essere proprio il Presidente francese, che sull’Italia punta forte per avere un alleato importante in più: se prima l’equilibrio dell’asse franco-tedesco sembrava pendere più verso Berlino, infatti, ora in Germania non si sa bene cosa accadrà, e Parigi spera di poter spostare l’inerzia in proprio favore, poiché l’asse sarà franco/italo-tedesco.

Nel 2017, quando venne abbozzato, il Trattato risentì di crisi diplomatiche importanti:

Il mancato accordo tra Fincantieri e Chantiers de l’Atlantique;

La gestione della crisi migratoria nel Mediterraneo centrale;

La situazione in Libia.

Durante il primo governo Conte la crisi divenne anche politica, con i rapporti tesi tra Salvini e Macron sui migranti e le simpatie di Di Maio per i gilet gialli.

Il Conte II, ma ancor più l’arrivo di Draghi, hanno contribuito alle “riconciliazioni”.

In Francia persino il Rassemblement di Marine Le Pen benedice la firma (a riprova della magia elettorale di Macron), mentre in Italia le critiche al Trattato provengono soprattutto da FdI (ma se la Lega non fosse al Governo probabilmente la posizione sarebbe simile), anche se di per sé non è affatto catastrofico per l’Italia. Anzi.

Il Trattato prevede:

Convergenza delle posizioni e del coordinamento per quanto riguarda la politica europea, quella estera, la sicurezza e la difesa, la politica migratoria (Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno) e quella economica;

Elaborazione di un processo di transizione digitale ed ecologica “efficace, equa e socialmente equilibrata” (tre parole importanti, contrarie allo stampo populista gretino); 

Cooperazione in settori come istruzione, ricerca, cultura e cooperazione transfrontaliera;

Ricerca di una posizione comune da trovare sui dossier che si discuteranno nei Consigli europei (es. migranti, vincoli economici, gestione delle emergenze);Collaborazione parlamentare, riunioni dei Consigli dei Ministri alla presenza di un Ministro dell’altro Paese, vertici bilaterali annuali;

Cooperazione industriale;

Quest’ultimo punto è il più delicato, poiché riguarda anche gli ambiti di politica estera, difesa, sicurezza.

Sui dossier esteri, Italia e Francia spesso si trovano su posizioni differenti, specie nel rapporto con la Turchia, nelle mire sul Mediterraneo (centrale, ma soprattutto orientale), nei Balcani e nel Caucaso.

Così, anche la politica industriale ne ha risentito, perché entrambe le Parti (noi meno) consideravano “pericoloso” l’accesso dell’altra nel proprio apparato infrastrutturale, tecnologico, militare.

Sarà sull’emendamento di questo punto che si vedrà se il Trattato potrà essere solo carta straccia o rappresentare un cambio di passo nelle relazioni bilaterali.

Perché Francia e Germania in Europa pesano di più specie perché capaci di fissare l’agenda industriale dell’intera UE elaborando piani di investimento congiunti.

Il rapporto industriale franco-italiano, invece, è stato spesso complicato, con offerte pubbliche di acquisto bloccate dai rispettivi governi. 

Due esempi:

Il fallimento dell’acquisto Chantiers de l’Atlantique da parte di Fincantieri (di cui lo stato francese è il principale azionista) da parte dell’italiana Fincantieri.

Oggi, con questo trattato tra le mani, cosa accadrebbe?

Le tensioni che riguardano una possibile vendita di parti di Leonardo (azienda italiana leader nella difesa) a un concorrente franco-tedesco. 

Oggi i “concorrenti” saranno considerati “partner”?

Se sulla politica industriale i vantaggi potrebbero essere reciproci, in quella economica l’Italia ha davvero solo da guadagnare, perché la Francia è già il primo investitore straniero in Italia, mentre gli investitori italiani si sono classificati solo all’ottavo posto in Francia. 

In generale, comunque, questo Trattato che è già stato ribattezzato “sovranista europeo” pone una questione nei confronti degli alleati: specie gli Stati Uniti.

Durante l’era Trump Usa e Francia erano ai ferri corti, ora un po’ meno, ma è noto a tutti che dall’Eliseo mirino ad essere riconosciuti come leader nella difesa europea e nell’elaborazione di piani di politica estera europea. Anche, talvolta, a scapito delle ingerenze Usa.

Per l’Italia, che già di per sé non ha un grande peso nelle decisioni prese specie nei consessi NATO, potrebbe essere vantaggioso rielaborare in politica estera la propria agenda coordinandola con quella francese.

Insomma, un Trattato è un modo di stabilire regole comuni di un gioco.

Se partiamo dal presupposto che l’Italia negli ultimi anni (diciamo almeno 20 anni) abbia perso tanto, tantissimo peso specifico, questo potrebbe essere un modo, giocando bene, per riuscire a passare da comparsa assoluta quantomeno ad attore non protagonista in Europa e nel mondo Occidentale. 

Sarebbe così male?