Caro PD la vera dote per i giovani si chiama lavoro

di Alessandro Guidi Batori
4 Giugno 2021

Enrico Letta raccoglie la Segreteria del Partito Democratico in un periodo di profonda crisi del partito, messo in difficoltà dalla scarsa qualità della classe dirigente espressa a livello nazionale, ma anche dalla alleanza ideologica e programmatica con il Movimento 5 Stelle, che da forza politica antisistema si è ormai consacrato come movimento politico di centrosinistra.

Dopo l’assassinio politico da parte di Matteo Renzi, il neoeletto segretario pisano ha trascorso una sorta di esilio politico ed istituzionale nella celeberrima SciencesPo di Parigi, prestigiosa istituzione accademica per l’apprendimento della maîtrise d’État. Il passaggio da Zingaretti a Letta è stato visto da molti come un cambio di passo verso una leadership politica ormai totalmente logorata da un Governo impopolare e connotato da infelici modalità di gestione della crisi pandemica da COVID-19.

Lo slogan del cambiamento del neosegretario è testé fatto: “Una proposta di dote per i diciottenni, chiedendo all’1% più ricco del Paese di pagarla con la tassa di successione”. Da proposta  a clamoroso errore comunicativo il passo è stato breve: proporre un inasprimento – qualunque esso sia – di aliquote legate alla fiscalità vigente, porta inevitabilmente l’attenzione mediatica sull’aumento delle tasse e non sulla loro destinazione.

In poco tempo, il centrodestra di Governo, nonché Fratelli d’Italia, sono andati alla giugulare: PD o PDT, partito delle tasse, persino Mario Draghi si è scomodato per comunicare a Enrico Letta di non fare il “Salvini” della situazione, con fughe in avanti del tutto inopportune e mal riposte.

Certo, i dati alla mano lo indicano, la tassa di successione in Italia è tra le più basse in Europa, con aliquote che vanno dal 4% all’8%, e quindi, dov’è il problema? Forse sarebbe più opportuno parlare di problemi, visto che di per sé proporre un incremento della fiscalità, di qualunque tipo, nel corso della più grande crisi economico-pandemica della storia recente potrebbe essere leggermente una proposta da ZTL.

Tornando al nocciolo della questione, in Italia la famiglia – come indicato persino nella lettura sociologica che il PD dovrebbe tanto avere a cuore – costituisce una sorta di welfare del tutto informale, dove i componenti più anziani, tendenzialmente i nonni, proprietari di un’abitazione e di patrimoni formati negli anni, costituiscono la prima fonte di erogazione di beni e servizi a figli e nipoti, che vanno dalla funzione di babysitter, a quella di veri e propri “autisti” di famiglia, o prestatori di servizi e supporti economici.

Come indicato da un’indagine di Coldiretti del 2019, rilanciata sul Sole 24 Ore, un nonno su tre, in media, aiuta il bilancio familiare e, se l’opera da questi prestata a tutela dei nuclei familiari venisse parametrata in termini tariffari, lo stipendio medio mensile stimato ammonterebbe a 2250 euro.

Sul punto ha effettuato un’indagine anche l’Università Bocconi, i rilievi della quale indicano come, nel caso in cui i nonni siano in grado e disposti di prendersi cura in modo completo dei nipoti, le madri abbiano il 39% in più di probabilità di entrare nel mercato del lavoro o mantenere il proprio posto di lavoro. Chi non può godere dell’aiuto familiare, deve quindi rivolgersi a forme di caregiving alternative, come gli asili privati, i quali costano in media sui 4000-4500 euro l’anno, o la babysitter: tosto che in Italia si spende circa poco più di 2 miliardi l’anno in questi servizi, il dato fa riflettere. In un Paese dove l’occupazione femminile resta mediamente 20 punti percentuali al di sotto di quella maschile, questo vuol dire molto.

Tenendo conto che, sempre secondo le evidenze rilevate, il 38% degli italiani considera i nonni un importante sostegno economico, arriviamo al nocciolo della questione. Il Censis con una ricerca del 2018 ci ricorda che la coorte degli italiani nati dopo il 1986 rappresenta la più povera in assoluto. Il punto? Buona parte dei patrimoni italiani sono costituiti da sedimentazioni ereditarie, dunque case e/o terreni acquisiti dalle generazioni del dopoguerra, anche con anni di sacrifici, per poi trasmetterli ai propri figli e trasformarli in una fonte di reddito per la propria famiglia.

Calcolando che oltre il 75% degli italiani, grazie a questa pratica, ha una casa di proprietà, non è difficile trovare piccoli patrimoni sparsi su tutto il territorio nazionale, spesso vincolati unicamente alla forma di mattone o altra proprietà, dunque non a vere e proprie somme di denaro. Non è un caso quindi che il sistema di welfare informale italiano ruoti proprio intorno ai nuclei familiari ed al ruolo delle persone più anziane come custodi ed agenti coagulanti di questo tipo di ricchezza e benessere.

Numerose famiglie, soprattutto in tempi di crisi, vivono e sopravvivono proprio grazie a questi patrimoni, ed alla disponibilità dei membri più anziani delle famiglie di sobbarcarsi il supporto della sopravvivenza dell’intero nucleo familiare. Ciò è possibile grazie, in parte, alla certezza economica costituita dai patrimoni acquisiti, che tuttavia non possono offrire la medesima certezza nel caso di una successione, in quanto il decesso dei de cuius medesimi costituisce la perdita dei perni di questo peculiare sistema di welfare, per un passaggio delle redini familiari ad una generazione probabilmente più povera, o comunque più dipendente sul ruolo della famiglia rispetto alla precedente.

Ne consegue quindi che la proposta di una ulteriore tassazione sulle successioni, così come un incremento della patrimoniale, si trovano situate al di fuori di ogni ordine di logica e tempo, poiché andrebbero ad erodere ed aggravare proprio le criticità cui il predetto sistema di welfare va a rispondere.

Riconoscere il ruolo della famiglia e dei patrimoni comincia dalla comprensione dei fallimenti del welfare pubblico, in quanto il sostegno informale delle generazioni più anziane compensa di fatto gli scarsi sussidi al lavoro più che gli assegni alle famiglie: senza un lavoro rendersi indipendenti è ancora più complicato che formare una famiglia.

Si tratta di una compensazione efficiente quando la sinergia intergenerazionale fornisce risorse affettive, di salute ed economiche, ma non quando le risorse sono scarse.

Recuperando i dati di finanza pubblica messi a disposizione dalla Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF) del 2021, ma anche semplicemente con i dati messi a disposizione da ISTAT o MEF, si evince chiaramente come in Italia la crescita della spesa pubblica e del debito pubblico sia ormai in costante aumento da oltre quarant’anni, a fronte di un aumento generalizzato della pressione fiscale: questo vuol dire che le risorse ci sono, e pure tante, ma un uso scellerato del welfare come strumento per accaparrarsi il consenso elettorale e delle politiche di spesa a tutti costi come panacea per tutti i mali hanno portato ad una maggiore segmentazione delle classi sociali nazionali, andando a dividere il Paese in una quelli che oggi, anche grazie alla crisi pandemica, definiamo garantiti e non garantiti, laddove i primi dispongono di posti a tempo indeterminato, spesso statali o parastatali, con redditi non necessariamente elevatissimi, ma stabili, e laddove i secondi invece, facendo riferimento al mondo dell’impresa o delle partite IVA, dispongono potenzialmente di redditi maggiori a fronte di una maggiore instabilità economica.

Il punto è già stato evidenziato in precedenza: la crescente importanza del welfare privato-familistico deriva da un sostanziale fallimento del welfare pubblico. Basti pensare alla misura del reddito di cittadinanza, senza una vera cinghia di trasmissione che colleghi i percettori del beneficio al mondo del lavoro, la misura costituisce una mortificazione stessa del lavoro.

Stupisce peraltro che il PD, che dovrebbe fare riferimento alla tradizione socialista e laburista, con la guida di un “accademico” come Enrico Letta, abbia peraltro parlato di tasse e non di lavoro. Il 24% dei giovani italiani tra i 15 ed i 29 anni non studiano, non lavorano e non sono impegnati in alcun percorso di formazione: un quarto del totale dei giovani italiani, il numero più elevato in Unione europea, con picchi gravissimi e disparità allarmanti, al sud il 34%.

La disoccupazione giovanile torna a sfiorare il 30%, dato destinato ad aggravarsi per un forte gap di competenze in materie scientifiche come la matematica e nelle lingue anche a causa di 2 anni di didattica a distanza, dato ulteriormente aggravato dal fatto che circa 3 milioni di studenti (tra i 6 ed i 17 anni), durante il lockdown, non sono stati in grado di seguire propriamente le lezioni.

Garanzia giovani è stata un fallimento, in quanto priva di misure che facessero da cuscinetto in quei mercati del lavoro subottimali (non tutta Italia è il Nordest o il Nordovest, facciamocene una ragione), il decreto “dignità” ha ucciso i contratti a termine, spesso primo impiego per molti ragazzi, l’amministrazione della crisi COVID-19 dal punto di vista lavorativo e scolastico da parte dell’esecutivo a guida Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle è stata indubbiamente fallimentare.

Ed in tutto questo è l’attestazione della nuova natura conservatrice in senso stretto del PD come partito delle ZTL che preoccupa ancora di più: a fronte di un Paese che ormai non ha più alcuna ricchezza da distribuire, non si parla di come crearne di nuova.

Si parla del blocco dei licenziamenti, ma non delle oltre 500.000 assunzioni mancate per colpa della pandemia, non si parla di un “post” crisi, di un ritorno alla normalità, della difficoltà di essere lavoratori autonomi in un Paese che non ha una cultura politica tale da premiare il lavoro autonomo: a fronte di un reddito medio delle partite IVA sui 31-32.000 euro, metà degli autonomi non arriva a 15.000 euro.

Nel 2020 abbiamo perso oltre 39 miliardi di salari, dato particolarmente grave per la fascia lavorativa al di sotto dei 40 anni, la quale è retribuita meno della media salariale nazionale.

A fronte di questo scenario desolante, i dati ed i fatti indicano una cosa sola: che i giovani italiani vogliono lavorare e rendersi indipendenti il prima possibile, come succede nei Paesi che visitano nei loro scambi universitari o di cui sentono tanto parlare interfacciandosi con i propri coetanei, sicuramente non vogliono passare il resto della loro esistenza a prenderla con i diciottenni nati nel momento giusto per ricevere questo o quel bonus né vogliono vivere con l’incertezza di sussidi che, prima o poi, avranno fine.

Potenziare i percorsi formativi nella qualità e nella quantità, flessibilizzare l’impiego, aumentare i percorsi di inserimento, tutele e incentivi per le assunzioni, questa è, caro PD, per noi giovani, la dote migliore che possiate darci, non l’ennesima tassa in più.