Contro il calo delle nascite, investire su nuove politiche di welfare familiare

di Andrea Saponaro
8 Marzo 2017

Sempre meno italiani e sempre meno bambini. In un anno solo 474mila neonati, il nuovo record negativo nel 2016. Non sono mai stati così basse la nascite nella storia d’Italia. Si fanno meno figli di sempre, la popolazione invecchia, l’immigrazione aumenta, ed è triplicato negli ultimi sei anni il numero di italiani che decidono di trasferirsi all’estero. La denatalità sembra essere una tendenza incontrovertibile. Un nuovo record negativo insomma, e tutto lascia immaginare che non sarà l’ultimo. L’Italia ha urgente bisogno di invertire la tendenza al calo delle nascite attraverso politiche sociali di sostegno alla natalità e alla famiglia, altrimenti sarà difficile guardare con ottimismo al futuro.

L’Istat ha stimato che al 1° gennaio 2017 la popolazione ammonti a 60 milioni 579mila residenti, 86mila persone in meno sull’anno precedente. La natalità conferma la tendenza alla diminuzione: il livello minimo delle nascite del 2015, pari a 486mila, è superato da quello del 2016 con 474mila. I decessi sono 608mila, dopo il picco del 2015 con 648mila casi, un livello elevato, in linea con la tendenza all’aumento dovuta all’invecchiamento della popolazione. Si conferma una propensione per le donne ad avere figli in età matura: l’età media al parto è di 31,7 anni. Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162mila). Il saldo migratorio estero nel 2016 è pari a +135mila, un livello analogo a quello dell’anno precedente ma, rispetto a quest’ultimo, è determinato da un maggior numero di ingressi (293mila), e da un nuovo massimo di uscite per l’epoca recente (157mila).

Gli italiani continuano ad invecchiare, frutto del calo delle nascite, dell’allungamento della vita e dei flussi di immigrazione. I residenti hanno in media un’età di 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (corrispondenti a circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Sotto il profilo dell’incremento, assoluto e relativo,che ha subito nel medesimo periodo la popolazione in età anziana, gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%). Nella piramide dell’età, i valori più bassi – continua l’Istat – che si rilevano nella classe 0-4 anni riflettono il calo delle nascite registrato negli ultimi cinque anni. Per rilevare una classe di nascita di consistenza numerica inferiore ai nati nel 2016 occorre risalire alla generazione dei nati nel 1936, ossia agli ottantenni di oggi. Ma sono soprattutto gli ultranovantenni a registrare un aumento sensibile: al 1 gennaio 2017 sono 727 mila.

Continua, inoltre, la grande fuga all’estero degli italiani. Nel 2016, infatti, sono 115 mila i connazionali che si sono trasferiti fuori dai confini. Il numero di italiani che decidono di trasferirsi in un Paese estero cresce del 12,6% rispetto al 2015 ed è quasi triplicato in sei anni (40mila cancellati italiani nel 2010). Gli stranieri residenti nel nostro Paese, invece, sono arrivati a 5 milioni e 29mila, 2.500 in più rispetto al primo gennaio 2016 e rappresentano l’8,3% della popolazione. Un nato su cinque in Italia ha madre straniera. Nel 2016 si sono trasferite dall’estero in Italia 293 mila persone, 258 mila delle quali straniere, con un aumento del 3,1% rispetto al 2015.

Alla luce di questi dati, preoccupanti è dire poco, l’Italia ha un’urgente necessità di combattere questo crollo demografico. Sono diverse le politiche in sostegno alla famiglia e alla natalità che si potrebbero intraprendere per non ritrovarsi l’anno prossimo a discutere su dati nuovamente più allarmanti. Innanzitutto uno strumento normativo per il sostegno alla maternità e all’impresa familiare e una legge quadro che riconosca alla famiglia il suo ruolo di produttore di valore sociale. Poi, se è vero che che senza un sistema fiscale a misura familiare è sempre più difficile mettere al mondo un figlio, andrebbero studiati dei bonus o dei benefit come ad esempio dei prestiti a tasso agevolato alle giovani coppie che si sposano o una “dote” assegnata ad ogni bambino per un investimento sul futuro. Una ripresa dei consumi, infatti, passa inevitabilmente anche attraverso la famiglia, ed è vitale investire sul welfare familiare.

Infine, è il caso di riportare l’esempio dell’Alto Adige, l’unica provincia italiana con un saldo naturale positivo, ossia con più nascite che decessi. Il tasso delle nascite (+3,2%), infatti, è anche il risultato di alcuni fattori politici. Sono tantissimi i servizi offerti alle giovani coppie con figli. Servizi che nel resto della penisola si pagano privatamente, e caro. Nel 2013 la giunta provinciale ha raddoppiato l’assegno mensile (da 100 a 200 euro) corrisposto a tutte le famiglie per ogni figlio con meno di tre anni. Poi c’è l’assegno liquidato dalla Regione, che varia a seconda del reddito ma, a differenza dei contributi statali, viene corrisposto anche alla classe media. Le cifre parlano chiaro: lo Stato eroga 4,4 milioni di contributi a 4 mila beneficiari, mentre Provincia e Regione versano ben 70 milioni l’anno a 40 mila famiglie. Ma oltre ai soldi contano i servizi, e anche qui Bolzano è all’avanguardia. Le maggiori aziende hanno asili nido interni, poi ci sono le microstrutture gestite dalle cooperative e anche le «Tagesmutter», baby sitter che accolgono fino a sei bimbi in casa: grazie ai contributi provinciali le tariffe sono basse (3,9 euro l’ora) e ai meno abbienti vengono pure rimborsate. Altra ragione è legata all’impiego. La Provincia conta ben 40 mila dipendenti, e circa due terzi sono donne. Il part time viene concesso senza difficoltà e le madri hanno diritto a un’aspettativa fino a due anni per figlio. Dello stesso tenore il welfare privato: aziende come Thun, Salewa e Pompadour offrono ai genitori telelavoro, premi per la maternità e pure un servizio di lavanderia. Sicuramente è un tipo di welfare vincente, e perciò da studiare al più presto per adattarlo in tutte le Province e Regioni d’Italia.