Un No per salvare la democrazia

di Michele Orsini
26 Agosto 2020

Il 20 e 21 settembre il popolo italiano sarà chiamato alle urne per quello che probabilmente sarà il referendum costituzionale più ridicolo della storia d’Italia: dovrà decidere se diminuire il numero dei parlamentari, modificare il criterio di elezione del Presidente della Repubblica e abbassare l’età di voto al senato. Chi ha quantomeno letto la Costituzione sa bene che non sono esattamente questi i punti che un legislatore serio andrebbe a modificare per primi. Le ragioni del sì sono un misto di ignoranza e demagogia ma, stando ai sondaggi, assai maggioritarie.

Con la riforma il numero di parlamentari scenderebbe da 945 (630 della Camera e 315 del Senato) a 600 (400 alla Camera e 200 al Senato). Attualmente abbiamo un deputato ogni 100.000 abitanti, cosa che ci rende uno dei paesi con maggiore rappresentanza: con la riforma avremmo 0,7 deputati per ogni 100 mila abitanti e diventeremmo uno dei paesi meno rappresentati dell’Unione Europea.

Al Senato la questione sarebbe notevolmente più complessa poiché molte Regioni vedrebbero il loro numero di senatori crollare drasticamente: l’Abruzzo e il Friuli perderebbero 3 senatori ciascuno, passando dunque da 7 a 4, mentre le regioni più colpite sarebbero Umbria e Basilicata che si passerebbero da 7 a 3 senatori. In sostanza il voto di ogni singolo elettore sarebbe meno incisivo in entrambi rami del Parlamento.

I fautori del Sì sostengono che la riduzione del numero di parlamentari servirebbe a rendere più efficiente il meccanismo decisionale anche se non risulta ben chiaro da dove provenga questa stima e su quali dati empirici si basi. Ritengono inoltre che la riduzione del numero migliorerebbe la qualità dei parlamentari. Beato chi ci crede. È evidente, invece, che, a parte demagogia, sensazionalismo e populismo non c’è niente che corrobori queste tesi e soprattutto garantisca il miglioramento della qualità dei membri del Parlamento.

La semplice riduzione sembra così basata sull’idea che meno sono meno dibattono, dunque sono più veloci.

Viene spesso fatto il paragone con il Parlamento statunitense sottolineando che, contro i nostri 945, gli Stati Uniti hanno 535 parlamentari per una popolazione ben maggiore di quella italiana. Giustissimo, se si ignora il fatto che gli Stati Uniti sono uno Stato Federale e ciò significa che tutti i 50 stati (che hanno competenze ben maggiori delle nostre Regioni) hanno almeno una Camera, molti stati ne hanno addirittura due, ergo hanno una rappresentanza ben maggiore della nostra.

Chi consce il funzionamento delle leggi elettorali sa bene che questa riforma sarebbe alquanto dannosa per i piccoli partiti: collegi molto grandi favorirebbero i partiti grandi a danno dei piccoli partiti. Questi ultimi, oltre a dover superare la soglia di sbarramento, sarebbero ulteriormente penalizzati dal minor numero di seggi disponibili. Ciò comporterebbe la nascita di grandi coalizioni di partiti anche abbastanza eterogenei, come la storia della seconda repubblica insegna.

Anche ridicola è la giustificazione del risparmio di soldi pubblici poiché parliamo di poche centinaia di milioni l’anno che, nell’ambito della contabilità di Stato, sono veramente cifre bassissime se non irrisorie. Fasulle sono le cifre stimate dal Movimento 5 Stelle di 500 milioni in 5 anni poiché, in realtà, sarebbero 285 milioni a legislatura pari allo 0,007% della spesa pubblica, stando a quanto rileva l’Osservatorio Conti Pubblici.

Il risparmio sarebbe praticamente inesistente. Se veramente si avesse a cuore l’eccessiva spesa pubblica si taglierebbero mostruosità ben più dispendiose e inutili dello stipendio di qualche parlamentare.

Le ragioni del Sì, dunque, sono tanto ridicole quanto degne della peggiore demagogia: quale sarebbe un valido argomento per votare a favore di questa riforma? Inoltre sembra strano che un partito che ha sempre sostenuto l’idea, utopica, della democrazia diretta sia a favore della riduzione dell’incidenza del voto dei cittadini; anche se, ad onor del vero, ci hanno abituato ad ogni genere di ribaltamento ideologico e incoerenza.

La nostra Costituzione ha bisogno di ben altre riforme e non di tagliare qualche poltrona per puro populismo.