Leggere Euripide per capire Putin e noi stessi  

di Pasquale Ferraro
13 Marzo 2022

L’invasione dell’Ucraina da parte delle  forze armate russe ha profondamente segnato la percezione che nell’Europa occidentale si ha e si è avuta fino ad ora del modello russo e del suo Presidente Vladimir Putin. Non è la prima volta che i carri armati russi entrano nel cuore dell’Europa, ma non era mai accaduto dal crollo  dell’Unione Sovietica, e per molti le immagini di Praga e Budapest, altro non erano che un retaggio del passato, tanto distante da essere irripetibile nella nostra moderna società, almeno così pensavano i sostenitori dell’idilliaca “modernità”, quelli del “la guerra non è più di questo mondo”, “non ci sarà mai più guerra in Europa”, ed altre illogiche amenità simili. Certo per citare  il super citato – da Putin – Lenin  che parafrasando  Marx scrisse “quando la storia si ripete la tragedia si trasforma in farsa”, ed in fondo è quello che sangue a parte a molti è sembrato sin dall’inizio, tutto ciò sin dall’inizio. 

La deterrenza  della guerra fredda prima, e il riassetto post guerra fredda dopo hanno determinato in molti la convinzione che la guerra non solo non ci riguardasse, ma fosse oltre ad un retaggio del passato, un qualcosa  di realizzabile in teatri esterni al cuore dell’Europa e dell’idea autodefinita di “occidente”, cioè a paesi lontani, tribali, fuori da quella civiltà che abbiamo inteso come bolla entro la quale tutto doveva rimanere immutato, per interessi ovviamente e non certo per un amore incondizionato verso il prossimo.   Ma tutte le bolle sono destinate ad esplodere dinanzi all’irrefrenabile e imprevedibile moto della storia, che ci piaccia o no, con buona pace di Francis Fukuyama, la storia non finisce, non rallenta, ma si muove su ritmi spesso incomprensibili e dettati da quella List der Vernuft  descritta sapientemente da Hegel

Eppure a leggere i commenti dei più, le frasi di circostanza, le immancabili e nauseabonde frasette pacifiste ciò che sorprende è la disarmante impotenza dell’Occidente agli occhi della storia: un’impotenza palpabile in questa brusca accelerazione  degli eventi che ha sgretolato idee e convinzioni che fino al roboante frastuono dei mortai, e al lancinante squillare delle sirene sembrava assolutamente inossidabile. 

Gli ultimi anni quelli che lo studio attento della filosofia politica e della politologia più radicale indicheranno come gli anni della crisi delle “democrazie liberali”, gran parte del sentimento comune – non di pochi fanatici, ma di molti – ha guardato al modello orientale dell’ autoritarismo democratico e alle c.d. “ democrazie illiberali “ come ad una sorta di paradisiaca condizione di governo, lontana dalle metodiche  percepite lente ed inefficaci della democrazia liberale. Si è fatto largo nelle masse l’idea che “ troppa democrazia” sia dannosa, un sentimento non estraneo alla storia europea, come un passato non troppo lontano ci rammenta ogni giorno. Verso la Russia di Putin si è guardato non solo sotto la lente della visone meramente politica, ma lo si è fatto cercando in essa una forza reattiva alla crisi spirituale dell’Occidente, sempre più indirizzato verso un inaridimento culturale e religioso.

La Russia rinata dopo gli anni della crisi post sovietica, lontana anni luce da quell’ateismo di Stato di matrice comunista è stata vista come la barriera contro il materialismo impernate, e l’affermazione di quel globalismo apolide che ha allarmato un certo mondo storicamente occidentalista e atlantista. 

Una condizione aumentata dal ritorno ad una inclusione culturale della Russia in quell’Europa dalla quale fu bruscamente strappata dalla rivoluzione bolscevica  e dalla cortina di ferro, con l’inevitabile vantaggio strategico di allontanarla dall’abbraccio fatale con la Cina, nemico comune tanto per l’Occidente tuo court, quanto per la Russia ritornata a pieno titolo potenza.

Eppure la vocazione Russa di una parte dell’Occidente e sopratutto dell’Europa è una ricerca di senso, alle proprie mancanze, al vuoto percepito di un mondo occidentale sempre più materializzato,  improntato su una autodistruzione, anticipata da una grande lunga crisi degenerativa. 

 E se come cantò Virgilio “ I Greci scolpirono il gelido marmo fino al punto di dargli quasi vita, i Greci composero grandi orazioni e misurarono il cielo in modo cosi esatto da predire il sorgere delle stelle …”  i greci prima di tutto vissero una grande profonda crisi politica che si trascinò fino a diventare qualcosa di più, una crisi dell’uomo greco, della sua identità. 

Una verità che cozza con la visione troppo spesso idilliaca e “apollinea” della storia greca, che in verità è un bagaglio fondamentale di esperienze per noi oggi, che dimenticando la storia  finiamo per dimenticare  noi stessi. La Grecia  vissuta sull’equilibrio post guerre persiane si polarizzò in due blocchi, quello oligarchico sul modello spartano e quello democratico sul modello ateniese. Ma propio la città simbolo della nostra concezione della Grecia , dell’idea stessa di democrazia – per la verità molto diversa dalla nostra – subì la più grande lacerazione al suo interno, fra due opposte correnti quella filospartana e quella ultra democratica che finirono con il produrre nel cuore della guerra peloprponnesiaca un fronte interno , decisivo nella fasi politiche delicate di una gestione comunque assembleare del potere politico. 

Quella rottura si intensificò nel momento di massima crisi del sistema democratico, quando come  scrisse Polibio – secoli dopo – si andava verso la degenerazione stessa del sistema democratico e verso quella oclocrazia che è anticamera del caos. 

Sparta agli occhi dei delusi, dei critici di una parte non irrilevante dei “polites” appariva come l’unica risposta possibile alla degenerazione, quel sistema granitico, millenario, e per tali ragioni improponibile ad Atene, affascinò le grandi menti del tempo e fu la risposta ai dubbi, alle paure e alle tensioni sociali. Sul campo filosofico lo fu almeno fino alla “predicazione” di Socrate e all’opera Politica di Platone e dell’Accademia, fucina di non pochi sommovimenti geopolitici dell’epoca. 

Sembra una storia molto vicina, facile da comprendere, ma in essa risiedono molti limiti che ancora oggi tendiamo a replicare. La storia nom deve essere appiattita, né tanto meno può intendersi come una costante replica, ma l’uomo tende a ripetersi e sopratutto a non capire gli insegnamenti che dal passato provengono come araldi. 

La nostra politica è debole, sconquassata da anni di terremoti continui, e priva di quella rigenerazione che è necessaria per preservare la freschezza e la dinamica funzionalità della democrazia stessa. La democrazia non può e non deve perdere quel  “sex appeal” che quando è venuto meno ha comportato non pochi drammi, la democrazia non è perfetta e questo nei momenti più cupi, fra disagi e incertezze alimenta nei più la convinzione che la democrazia non sia il punto di forza, ma l’elemento di debolezza, quando invece non è la democrazia in sé la debolezza, ma la degenerazione di essa, quell’oclocrazia, quel culmine dei demagoghi in cui la democrazia cede il passo ha qualcosa di diverso, di caotico e di distruttivo. La risposta però non può essere l’uscita dalla democrazia, il dirigersi verso usi e costumi diversi dai nostri, dalla nostra storia e la nostra tradizione, e spesso nella crisi della politica si fa largo la convinzione diffusa che il problema sia proprio l’elemento cardine, il nucleo stesso della democrazia: la libertà. 

Allo stesso modo abbiamo commesso un errore guardando ad est, a quella Russia che usciva dall’era sovietica pensando che potesse diventare una perfetta democrazia occidentale come se settantacinque anni di regime comunista a partito unico potessero essere cancellati con un semplice “ benvenuti nel mondo libero”, e come per  magia l’impianto sovietico si trasformasse in una classe dirigente votata ai principi liberali che non solo sono estranei alla cultura politica di un paese in cui il riformismo è nato ed è morto con il governo sfortunato di Kerenskij nel 1917, ed in cui l’impianto dei quadri dirigenti del passato regime non si è mai dissipato, ma si è semplicemente votato ad una diversa impostazione dell’ideologia, in cui la “Patria” tornasse nella sua purezza pre rivoluzionaria, ma sempre in continuità,  ma non più quella della “Patria socialista” .  La propensione spirituale del comunismo, l’Utopia ideologica è stata invece definitivamente sostituita dalla Chiesa ortodossa, in quella che la stampa occidentale ha voluto spesso definire con eccesso di euforia titolista  un ritorno allo zarsimo. 

Noi non abbiamo mai capito la Russia, perché spesso è insito nella cultura occidentale, sopratutto quella di matrice anglosassone una certa superficialità nel guardare al mondo con la propria inevitabile convinzione, senza chiedersi fino in fondo quali siano le spinte antropologiche di un popolo. 

Qualsiasi analista sa bene  che tutte le azioni belliche condotte dalla Russia, prima zarista, poi comunista,  e oggi nazionalista, sono state intraprese per difendere quello spazio vitale che la Russia ritenne sempre garanzia della propria sicurezza, un retaggio che il popolo russo, o forse sarebbe più corretto dire i popoli russi, hanno ereditato da quella instabilità dovuta alle costanti invasioni mongole e ottomane, sempre minacciose ai confini della “madre Russia”. 

Noi abbiamo commesso l’errore di Atene, l’errore di Pericle, ma come von Ribbentrop anche lo statista ateniese avrebbe risposto “noi vogliamo la guerra”, e noi?  Forse per guardare a ciò che ci circonda con maggiore serenità  e oculatezza dovremo rileggere Euripide e ascoltare quel dibattito tra Teseo e l’Araldo tebano nelle Supplici, perché come scrisse il drammaturgo e politico ateniese “il tempo non la fretta guida alla saggezza”, e noi abbiamo sprecato il tempo e seppellito la saggezza per seguire le sirene della rispettiva propaganda senza fermarci a pensare, e sopratutto senza capire che è in corso una grande partita a scacchi, e che le paure dei nostri alleati polacchi, lettoni e ungheresi, sono le paure storiche di popoli che hanno subito per secoli  quella politica russa dello spazio vitale, così come i russi ancora oggi agiscono per difendere quello spazio. 

Questa non è la guerra fra l’est e l’ovest, fra Occidente ed Europa orientale, fra mondo liberale e  Russia post sovietica, fra la democrazia e il Putinismo, ma la guerra fra due facce della stessa medaglia, fra l’idea del grande impero russo e quella dei singoli nazionalismi, una storia anch’essa non nuovissima, ma è qui che si intrecciano le ambizioni strategiche di altre potenze in ascesa, ansiose di strappare dalla carcassa dei perdenti, ma anche dei vincitori acciaccati pezzi di influenza. Forse loro nel sangue e nella tragedia troveranno le risposte alle loro domande e salderanno le certezze della loro storia, mentre noi probabilmente resteremo ancora più ancorati ai nostri dubbi e sempre più in balia delle nostre paure.