La lezione delle vittime della funivia: torniamo ad abituarci alla vita

di Daniele Dell'Orco
24 Maggio 2021

I quattordici mesi di cattività sono serviti a dimostrare ancora una volta la straordinaria capacità d’adattamento dell’essere umano. Una dote che, tuttavia, altro non è che un contenitore vuoto. Il significato gli viene conferito dal singolo, come accade un po’ con tutte le cose importanti.
Adattarsi a qualcosa può essere vizio o può essere virtù. Può consentire la salvaguardia della specie di fronte ai ghiacci perenni o al caldo desertico, o può permettere il livellamento verso lo sprofondo del proprio stile di vita. 

In questi giorni in cui abbiamo l’occasione di poterci confrontare di nuovo con le persone dopo tanto tempo, dal vivo, seppur mascherati e distanziati, abbiamo la possibilità di comprendere che in un momento simile, in cui il concetto di “normalità” è totalmente stravolto, bisognerà fare uno sforzo per riadattarsi a uno stile di vita più proattivo.
Ciò che i nostri neuroni hanno imparato a percepire come “accessorio” in questo lungo anno, perché in fin dei conti “si può vivere anche senza”, in realtà non è affatto accessorio.

La tendenza all’isolamento, prima forzata, oggi facoltativa, non è un bene e non lo sarà mai. Deve essere respinta, per combattere un concetto di “nuova normalità” a cui il cervello si è adattato nostro malgrado.

È difficile e impegnativo, ma del resto nulla è gratis. Non lo sono i sorrisi, non lo sono le relazioni, non lo è la felicità. Tutto è conseguenza diretta di impegno e sacrificio, in nome di un rapporto diretto tra significante e significato. Se qualcosa, o qualcuno, significa tanto, merita tanto. E anzi, più il significato è alto, più il coraggio delle proprie scelte diventa necessario. Il messaggio che di fronte alla prima difficoltà, al primo malessere, alla prima insofferenza e al primo rischio la risposta possa essere una certa “nostalgia” della propria bolla non deve passare.

Come non hanno accettato che passasse i 14 caduti sulla funivia Mottarone. Giovani coppie, amori lontani vogliosi di riavvicinarsi immergendosi nella natura, intere famiglie chiamate finalmente a respirare aria pulita fuori dalla gabbia pandemica. Le loro storie così ordinarie sono commoventi, forse più del normale, perché, davvero, come mai prima d’ora somigliano molto a quelle di tutti noi. La loro voglia di normalità li ha spinti nell’alto di una teleferica, alla riscoperta di vecchie abitudini e della percezione della vita quotidiana come qualcosa da svolgersi fuori dal recinto, con tutto ciò che può comportare. Compresi i rischi. Compresi i fallimenti. Compresi gli sforzi. Comprese le delusioni. Il loro destino si è spezzato insieme a una fune di metallo. Se fossero rimasti a casa, in semi-lockdown, certamente sarebbero ancora vivi. Ma non è questa la definizione giusta. Non sarebbero davvero “vivi”, sarebbero sopravvissuti.

La loro dipartita non è coincisa con l’incoscienza, con l’estremità, con la messa a repentaglio della propria vita. Hanno solo voluto provare sensazioni tanto basilari quanto necessarie. Accettando dei rischi che, seppur infinitesimi, stavolta si sono rivelati fatali. Ma è immorale ed è un insulto alla loro memoria pensare che, rinunciando a questa o quella gita, a questa o quella avventura, a questa o quella escursione, si potrebbe stare più al sicuro. Il contrario della vita non è la morte, è la non vita. Se fino ad ora vivere non è stata una libera scelta, adesso lo è.