La conversione religiosa è davvero un fenomeno banale? / 3

di Francesco Maria Civili
14 Aprile 2021

La terza parte è dedicata alle riflessioni finali in chiusura dell’articolo, tra cui tengo a commentare due punti a mio giudizio fondamentali.

Innanzitutto, è interessante osservare come l’autrice metta in evidenza la maggiore comunanza che il mondo cristiano ha con quello musulmano, piuttosto che con il mondo occidentale post-cristiano: «Potevo capire quanto musulmani e cristiani fossero più accomunati tra loro che con gli atei in Occidente che nutrono disprezzo per tutte le fedi». E ancora: «E ho apprezzato di aver fatto esperienza di una società che, al di là di tutte le sue colpe, fornisce un senso di comunità, di compagnia e di trascendenza di cui l’Europa manca. Ho realizzato che queste qualità non esistono solo tra i gruppi cristiani perseguitati nei quali mi sono identificata, ma anche in tutta la società». La comunanza tra cristiani e musulmani sta proprio in questo, ossia nel senso di comunità e di trascendenza, di cui appunto il mondo occidentale manca. 

Il motivo per cui l’Occidente ha perso tale senso di comunità e di trascendenza meriterebbe un approfondimento storico-filosofico a parte. Basti, però, tenere presente che alla base di questa perdita sta un grande problema morale, caratterizzato da una serie di divisioni, che Giovanni Paolo II definì perfettamente nella Esortazione Apostolica Post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia (1984): «divisione fra l’uomo e il Creatore, divisione nel cuore e nell’essere dell’uomo, divisione fra gli uomini singoli e fra i gruppi umani, divisione fra l’uomo e la natura creata da Dio» [Terza Parte. La pastorale della penitenza e della riconciliazione]. Questo è stato un passaggio richiamato anche da Marco Respinti, nella live di inaugurazione del Dipartimento di studi cattolici, proprio perché in poche parole riesce a sintetizzare perfettamente il lungo processo (avviato con l’inizio dell’Età Moderna) che ha portato al problema morale attuale che coinvolge la società occidentale. La divisione tra l’uomo e Dio porta al venir meno di un universale comune, che rompe di conseguenza con la natura, sentita non più come parte integrante di quella umana, ma come qualcosa di scisso e opposto a essa; essendo il soggetto conoscente il fondamento della conoscenza umana perché è considerato una base garante di verità, esso, però, non deve essere condizionato da fattori esterni, ma deve essere incondizionato e, se è incondizionato, allora è libero: questo porta a un’atomizzazione dell’individuo che rompe con la comunità. La scissione tra uomo e natura arriva infine ad affermare una rottura dell’uomo con se stesso, tra la sua interiorità e la sua esteriorità.

La società occidentale dunque è figlia di questa serie di divisioni, da cui invece le società musulmane non sono state colpite. Le società musulmane hanno, senza dubbio, una loro storia e le loro caratteristiche, che sono diverse da quelle delle società di stampo cristiano, ma su questo punto hanno molto da insegnarci: oggi giorno, l’Occidente ha bisogno di risanare queste divisioni, che sono alla base del problema morale che lo affligge.

Non a caso la giornalista scrive nelle ultime righe: «Mentre vivevo nel mondo musulmano, pensavo che la società europea fosse minacciata dal tradizionalismo morale dell’Islam. Quando tornai in Europa, realizzai che l’Islam era una minaccia minore rispetto a quanto lo siamo noi per noi stessi. Non è rimasto molto da salvare nella società occidentale; il nostro compito ora dev’essere quello di recuperare quanto è stato perso. Sono grata all’Islam per avermi aiutata a vedere questo. Nonostante continui a rifiutare alcuni elementi della società musulmana, sono arrivata ad ammirare il suo senso di fede, che mi ha riportato alla mia». L’Occidente ha bisogno di riscoprire, perciò, quello che ha perso e questo l’autrice lo ha capito attraverso la sua esperienza nel mondo musulmano. Ecco un altro motivo per cui è importante promuovere il dialogo interreligioso: il confronto e la dialettica tra le varie fedi potrebbe senza dubbio contribuire a risolvere molti problemi del nostro tempo.

Infine, concludo richiamando un ultimo passaggio di Islam made me Christian: «In gioventù, ero assuefatta dalla decadenza che ora è impossibile ignorare. Ho iniziato a isolarmi dai miei coetanei per concentrarmi sul mio lavoro e praticare la mia fede. La mia vecchia frustrazione nei confronti della conformità alla tradizione prese una direzione adeguata. Realizzai che non c’era niente di davvero ribelle nel conformarsi allo stile di vita di buona parte delle persone intorno a me. Iniziai a vedere che il vero anticonformismo significava prendere le distanze dal mondo della mia educazione». L’autrice descrive gli effetti della sua conversione che la portano a distanziarsi dal mondo dove era cresciuta e a scoprire in quell’isolamento il vero anticonformismo. Un’osservazione che dovrebbe far riflettere anche noi che, come lei, viviamo in un Occidente post-cristiano e siamo abituati alle sue mode presentate come anticonformiste e rivoluzionarie, quando in realtà esse stesse non sono altro che modelli di conformazione di massa e nuovi stereotipi. «Faccio ancora fatica in una società che rifiuta il mio credo e dove l’isolamento o il compromesso spesso sembrano le sole opzioni. Almeno ora ho un orientamento spirituale e un cammino di fronte»: ella ovviamente non nasconde di vivere con un certo dissidio quel contrasto tra la sua fede e il mondo post-cristiano che rifiuta il suo credo, ma ora le si è presentata di fronte una nuova strada da seguire e non si può che augurarle un buon cammino.