La conversione religiosa è davvero un fenomeno banale? / 2

di Francesco Maria Civili
14 Aprile 2021

Dopo aver concluso gli studi e aver ottenuto l’abilitazione al giornalismo, l’autrice andò a lavorare un anno in Tunisia per cinque diversi giornali arabi e lì poté conoscere in prima persona le società musulmane. La giornalista lavorò anche con le minoranze cristiane lì presenti, le quali ovviamente vivono con grande timore la propria fede: sono obbligate a celebrare le messe con la protezione della polizia e chi si converte dall’Islam al Cristianesimo si vede costretto a tenerlo nascosto, perché la dottrina musulmana non accetta il passaggio a un’altra confessione. Per questo è anche importante continuare a parlare della persecuzione dei cristiani, perché questi fenomeni purtroppo non avvengono solo in Tunisia, ma in tante altre parti del mondo. È un tema che va affrontato con delicatezza attraverso la promozione del diritto inviolabile di ciascuno alla libertà religiosa.

L’autrice, però, racconta che quando una domenica partecipò a una messa nella principale cattedrale di Tunisi fu lì che sentì un senso di appartenenza mai sperimentato prima: «Partecipai alla messa nella cattedrale principale di Tunisi – all’inizio, soltanto per scopi giornalistici. Ma non appena fui presente, sentii un senso di appartenenza che non avevo mai sentito prima».

L’articolo poi continua: «Sentii che questi uomini e queste donne, che professavano la loro fede in mezzo alla persecuzione, erano i miei fratelli e le mie sorelle. La loro ospitalità nei confronti di una sconosciuta come me e la forza della loro fede, nonostante i problemi che dovevano affrontare, mi fecero vedere come una di loro, una cristiana. Non mi ero mai definita una cristiana, ma in mezzo ai cristiani perseguitati in un Paese straniero cominciai a immedesimarmi nel loro punto di vista». Qui entriamo nella parte cruciale del nostro percorso. Tutto parte dal sentimento, che è la facoltà umana di percepire una realtà: la giornalista sentì la sincerità dell’ospitalità dei cristiani e la forza della loro fede, nonostante la persecuzione, e questo la portò a immedesimarsi in loro, permettendole di percepirsi come cristiana. Quello che l’autrice ha sperimentato è ciò che la tradizione ermeneutica filosofica ha ben delineato come il metodo della comprensione, che consiste nella capacità di immedesimarsi nella persona, di mettersi nel suo punto di vista – esattamente come il lettore s’immedesima nell’autore di un’opera letteraria o artistica.

Per capire appieno la profondità del fenomeno è necessario fare un attimo un passo indietro. Secondo Aristotele, come si può dire in molti modi l’essere, così anche la verità e in particolare la verità può essere intesa come opposto dell’ignoranza. L’ignoranza per Aristotele è assenza di un contatto diretto con la cosa reale, di conseguenza il suo opposto è la verità intesa come disvelamento, che avviene solo attraverso quel contatto. Non è un caso se questa concezione della verità piacerà anche a Martin Heidegger, esponente per eccellenza della filosofia ermeneutica. 

Per quanto riguarda il mondo cristiano, invece, è importante sottolineare una cosa: la grande novità che il Cristianesimo ha portato nella cultura occidentale è stata l’idea della verità fatta persona. Nel Vangelo di Giovanni viene ben riportato questo nell’episodio della Passione, quando Gesù viene mandato di fronte a Pilato e il governatore romano gli pone la nota domanda: “Che cos’è la verità?” (Giovanni 18,38); Cristo non risponde, in parte perché ha inteso il carattere provocatorio della domanda, ma in parte anche perché egli aveva già risposto, quando il discepolo Tommaso, durante l’Ultima Cena, gli aveva chiesto dove sarebbe andato. Gesù aveva infatti detto: «Io sono la via, la verità e la vita» (Giovanni 14,6). La verità cristiana si fonda dunque sulla testimonianza, sull’incontro e sull’imitazione di Cristo. 

Non c’è dunque da meravigliarsi se è stato in quel momento, nella cattedrale di Tunisi, che la giornalista ha provato quell’esperienza: nella storia, i cristiani sono sempre riusciti ad avvicinare gli estranei alla loro fede, non tanto attraverso puri ragionamenti astratti, ma attraverso il contatto diretto; sono stati i loro esempi e le loro opere che hanno convinto molte persone ad abbracciare la fede cristiana e soprattutto quando si sono trovati perseguitati e hanno testimoniato fino al martirio il loro credo. Non a caso, poche righe dopo l’autrice scrive: «La fede che avevo dato per scontata crescendo nella cultura post-cristiana cominciò a rinascere». Ecco che avviene la conversione: a seguito di quell’evento, la giornalista cambia il suo modo di vedere le cose; se prima il suo sguardo osservava la realtà nella prospettiva dell’Occidente post-cristiano, dove la religione cristiana è vista solo come qualcosa di consuetudinario e decadente, ora la vede nella prospettiva autentica del Cristianesimo. 

Quel rivolgimento dello sguardo si manifesta in maniera palese quando l’autrice torna in Italia: «Quando tornai in Italia, il mio Paese d’origine cominciò a diventare strano per me. Cominciai a comprendere le parole di un pastore anglicano che avevo intervistato nel Nord Africa: “Preferisco vivere in un Paese musulmano, nonostante la persecuzione che ogni tanto dobbiamo affrontare, piuttosto che vivere in Europa, dove la religione è derisa. Almeno ora sono circondato da persone che credono in Dio”». Il suo Paese, che prima vedeva attraverso gli occhi di una cittadina post-cristiana, adesso le appare in maniera diversa: capisce le parole di un pastore anglicano che lei aveva intervistato, il quale preferiva stare in mezzo ai cristiani perseguitati nei Paesi musulmani, piuttosto che stare in Europa dove la religione è derisa, perché almeno si sentiva circondato da altri credenti come lui.