Il super Green Pass: uno strumento di tutela della società dei consumi

di Marco Bachetti
29 Novembre 2021

In occasione dell’ultima celebrazione della Festa della Liberazione prima della pandemia, il 25 aprile 2019, il Presidente della Repubblica ammoniva: “La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”. A molti è parso di ritrovare in queste parole un oscuro presagio, una sorta di premonizione in tempi non sospetti di ciò che si andava profilando all’orizzonte. C’è però da chiedersi se gli eventi odierni possano essere letti e compresi con le lenti dello storico, o se piuttosto non convenga indossare delle lenti multifocali (storiche, filosofiche, sociologiche) per approcciarsi ai mutamenti del mondo circostante accettandone la complessità e, in una certa misura, la sperimentalità che disorienta e ci costringe a rielaborare le categorie abituali.

I regimi autoritari dei secoli passati conquistavano il potere prima e il consenso sociale poi facendo leva sulla promessa di ordine e sicurezza, difesa della quiete pubblica e delle normali condizioni di svolgimento della vita civile, ottenendo in cambio la cessione di pezzi di libertà individuale e collettiva. Lo Stato leviatanico di matrice hobbesiana, sia nella sua fase assolutista sia in quella liberale, organizzava l’adesione sociale all’esercizio del suo potere sullo scambio tra libertà e sicurezza, detenendo il monopolio dell’uso coercitivo della forza a fini di mantenimento della pace sociale. Il potere pubblico degli Stati nazionali si afferma progressivamente in Europa proprio grazie alla sua capacità di garantire ordine e sicurezza, sottraendo questa funzione alla barbarie della giustizia privata e all’arbitrio oligarchico delle famiglie più potenti. 

Allo Stato leviatanico è subentrato poi, intorno alla metà del Novecento, lo Stato democratico nel quale l’individuo da suddito che era si elevava a cittadino, da parte di un tutto diveniva principio e fine di ogni esperienza sociale. In circa mezzo secolo di vita, lo Stato democratico ha basato il suo consenso non più, o almeno non solo, sulla scambio tra libertà e sicurezza ma sulla promessa di una piena integrazione degli individui nella società. Nessuno resti più indietro, escluso, ai margini, reietto ma tutti siano posti nelle condizioni di partecipare alla vita pubblica e di contribuire per mezzo del proprio lavoro al progresso comune. Questa missione civile richiede impegno e sacrificio, non solo da parte dei pubblici poteri ma anche da parte dei cittadini i quali devono elevare la propria capacità di consapevolezza per essere all’altezza dei problemi che di volta in volta una comunità si ritrova a dover fronteggiare. È una missione dispendiosa sul piano delle risorse finanziare e intellettuali, economicamente costosa, estremamente impegnativa sotto il profilo della governamentalità, richiede tempo e pazienza e comporta il sacrificio del ROI (return on investment) di breve periodo a danno della piena efficienza dei processi produttivi. 

Da qualche decennio si è dunque deciso di farne a meno, di cambiare modello di sistema, optando per un paradigma di governo più snello ed immediato, in grado di garantire maggiore efficienza nel funzionamento del mercato, un modello business friendly. Ed è così che lo Stato democratico si è lentamente e progressivamente trasformato in Stato neoliberale, rimpiazzando il personalismo proprio del periodo democratico (individuo come principio e fine di ogni esperienza sociale) con il mercatismo, ossia quel sistema di governo che giustifica l’intervento, anche autoritativo, dei pubblici poteri con l’esclusivo obiettivo di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo del meccanismo di mercato, parafrasando l’articolo 3 della nostra Costituzione caduta in desuetudine. 

L’emergenza sanitaria ha accelerato in maniera repentina ed imprevedibile questo processo di grande trasformazione, mostrando il vero volto dello Stato neoliberale che presenta però significative differenze con il vecchio Stato leviatanico, perché nel frattempo il cambiamento antropologico delle società in cui viviamo ha prodotto un nuovo tipo umano con cui il potere deve fare i conti. Promettere ordine e sicurezza in cambio della libertà oggi non sarebbe più una strategia efficace, capace di attirare il consenso delle masse, ed è per questo che lo Stato propone oggi uno scambio nuovo e diverso: la conservazione, quando non l’illusione di un incremento, di spazi di libertà individuale – che nella società dei consumi non può esplicarsi che nel libero e pieno accesso ai consumi – in cambio dell’obbedienza alle linee guida di buona condotta impartite dai pubblici poteri. Questo scambio è il fondamento di provvedimenti come il Green Pass e la sua versione “super” che va prospettandosi. I cittadini, tornati allo status di sudditi (e consumatori), accettano di buon grado misure discriminatorie nella misura in cui siano rivolte contro coloro che, violando il nuovo patto sociale, mettono a repentaglio la loro possibilità di esprimere se stessi mediante l’accesso ai consumi (anche se poi questo è limitato nei fatti da condizioni economiche sempre più difficili). Se lo Stato leviatanico quando era in gioco la difesa della sua integrità ricorreva a regimi autoritari di tutela dell’ordine pubblico, lo Stato neoliberale instaura un regime segregazionista di tutela del mercatismo. 

La segregazione dei non vaccinati – “reclusi ed esclusi” come dichiarato da un Ministro della Repubblica – è socialmente accettata in quanto “non ci possiamo più permettere di tornare alla stagione dei lockdown e dei ristori”, come specificato da un altro Ministro collega di partito del primo. The show must go on e chi si frappone tra il mercato e il suo diritto di funzionare a pieno ritmo va punito in quanto nemico dell’interesse generale. La rimozione del tampone tra i requisiti per ottenere il Green Pass conferma, come se ci fosse bisogno di prove ulteriori, la natura politica e non sanitaria di questi provvedimenti che non sono adottati affatto per la tutela della salute pubblica e della vita dei più fragili – come si addice ad uno Stato democratico – ma solo per la tutela del business as usual. Restare aperti è l’imperativo categorico. Opporre a tutto questo un’obiezione di coscienza dovrebbe invece essere l’imperativo morale degli uomini liberi. 

È giunto credo il momento di prenderci un tempo di riposo, uno shabbat dal consumo, chiuderci nel lockdown della nostra dignità, ritirarci sull’Aventino delle nostre coscienze di esseri umani. Forse affamando l’idolo mai sazio potremmo finalmente liberare spazio per il ritorno dell’umano, chiuso a chiave e lasciato a marcire nel baratro più angusto di noi.