Il ruolo dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo “tribalizzato”

di Lorenzo Somigli
7 Agosto 2020

Il mare nostrum è sempre più in crisi. E molti paesi come il Libano rischiano di collassare definitivamente. È questa l’ultima occasione per l’Europa di tornare protagonista

Il Mediterraneo brucia, ma non da ora. A quasi dieci anni dal grande abbaglio delle primavere arabe, a nove dallo scellerato intervento in Libia il mare nostrum è ben lungi dal pervenire alla pace. Non è solo il già fragile Libano ad essere sull’orlo del precipizio. Algeria, Tunisia, la martoriata Siria, il buco nero della Libia, Cipro sempre contesa: è l’intero Mediterraneo ad essere sull’orlo della “tribalizzazione” come la definisce un fine osservatore quale Gianni Bonini, già presidente della Fondazione Craxi.

Al contempo, in seguito al crescente disimpegno degli stessi USA, vi si affermano nuovi attori geopolitici. La Russia che ha salvato la Siria, la Turchia, galvanizzata dalla riconquista di Santa Sofia e sempre più vivace in politica estera, nel Mediterraneo e non solo come nel caso di Silvia Romano, la Cina a cominciare dalla Belt and Road Initiative lanciata da Xi Jinping. Anche il Mediterraneo rispecchia il multipolarismo dell’odierno mundus furiosus figlio del 1989.

Mentre si è lontani dal capire la verità sulla tremenda esplosione, ferve quella che gli esperti di Limes chiamano “geopolitica degli aiuti”, ampiamente sperimentata durante le fasi acute della pandemia. “La Francia è lì” scrivono dall’Eliseo mentre Macron è a Beirut, accolto calorosamente. Un messaggio preciso e inequivocabile. Nel vuoto di politica dell’Europa la Francia, di nuovo, si muove autonomamente. Reclama un ruolo centrale ne la grande bleue e in queste circostanze potrebbe anche ottenerlo. Non è sola comunque. Turchia, Russia e le monarchie del Golfo corrono subito in soccorso, interessato, del Libano.

E l’Italia? Non è la Francia di Macron che conserva pur sempre ambizioni da grandeur. L’Italietta di Conte e Casalino si rannicchia, orfana di una politica estera che a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale la rese protagonista nel “Grande Lago di Tiberiade”. Quella politica che favorì un progressivo passaggio dal colonialismo con interventi apprezzati e riconosciuti dai popoli dei paesi rivieraschi. Un colonialismo anglo-francese per altro che da Sykes-Pikot in poi ha prodotto patenti storture e non ha mai smesso di alimentare le pulsioni indipendentiste dei popoli arabi come mostra il libro di Alberto Rosselli “La rivolta nazionalista irachena del 1941” presentato a Firenze dal circolo di Nazione Futura.

Come spiegò il cardinal Bassetti a La Stampa, in linea con lo spirito che fu di La Pira nei Colloqui Mediterranei: “(…) non c’è Europa senza Mediterraneo e non c’è Mediterraneo senza Europa. Non ci potrà mai essere un’Europa stabilmente in pace, senza pace nel Mediterraneo. Il Mediterraneo unisce e divide i popoli rivieraschi, unisce e divide il mondo (…)”. Questa già fu una felice intuizione di Aldo Moro alla conferenza di Helsinki del 1975. Moro comprese subito, e iniziò a mettere in pratica quando era alla Farnesina, che la stabilità dell’Europa nasceva dalla stabilità del Mediterraneo.

Ora o mai più. Quella del Libano è una delle ultime occasioni per attuare a livello europeo una politica estera coerente della quale l’Italia dovrebbe essere la prima promotrice, al netto degli svarioni geografici che sembrano contraddistinguere la maggioranza giallorossa.Prima che il paese dei cedri diventi l’ennesimo teatro di scontro tra le mire degli attori geopolitici ma prima soprattutto che le decine di profughi, destinati a restare tali per un tempo incalcolabile, possano finire tra le braccia del terrorismo islamico.