Il nuovo paradigma della discriminazione

di Redazione
24 Maggio 2021

Sebbene nella più recente accezione comune il termine “discriminare” abbia assunto una valenza esclusivamente negativa, conseguenza dell’incessante opera di impoverimento e semplificazione linguistica cui stiamo assistendo, in realtà il suo significato è neutro. “Discriminare”, infatti, significa separare, discernere e rappresenta una delle espressioni dell’intelligenza. Confronto e distinguo per poter conoscere; al contrario, senza un discernimento rimarrei nell’indistinto, dove tutto è uguale e omologato. In definitiva: la diversità e l’identità non possono che essere apprezzate se non attraverso un processo che separa le peculiarità.

Andiamo oltre. Se applichiamo il criterio della discriminazione in ambito giuridico, ci accorgiamo che esso è alla base del perseguimento della giustizia: distinguere tra posizioni diverse serve a raggiungere l’uguaglianza sostanziale che è compito dello Stato promuovere. Mi spiego meglio, estremizzando. Tra due cittadini, uno che paga le tasse e l’altro che le evade, è la discriminazione delle rispettive posizioni che permette di punire il secondo. È la discriminazione, ancora, che permette di premiare un impiegato diligente rispetto a uno scansafatiche. Il merito è basato sulla distinzione.

Quando, tuttavia, si discriminano posizioni uguali o che dovrebbero essere ritenute uguali, allora siamo di fronte al significato negativo della parola e, in questo caso, è giusto che lo Stato trovi il modo di rimuovere questa iniqua situazione di disparità di trattamento. Il concetto fondamentale diventa, dunque, “posizioni uguali”. E quindi, se uguali sono, lo devono essere in entrambe le direzioni. Vale a dire se Tizio è uguale a Caio, allora anche Caio è uguale a Tizio. Non può darsi un’uguaglianza a senso unico, così come non può esserci, di fronte a una situazione paritaria, discriminazione solo in una direzione. O lo è in entrambe o non lo è.

È di questi giorni la notizia riportata dal Chicago Tribune che Lori Lightfoot, afroamericana e primo sindaco dichiaratamente lesbica di Chicago, ha deciso di concedere interviste solo a giornalisti di colore, in occasione del secondo anniversario della propria elezione. In molti hanno commentato questa notizia definendo il comportamento della Lightfoot come “razzismo al contrario”, come se ci fosse un razzismo dritto e uno rovescio. La specificazione “al contrario” è, invece, sintomatica del livello di distorsione che ha ormai assunto l’azione ideologica sulla lingua. “Razzismo” è discriminazione per la sola appartenenza a un’etnia diversa. Vale a dire, riprendendo il discorso iniziale, che distinguo tra posizioni che dovrebbero essere ritenute uguali, esclusivamente sul criterio del colore della pelle o della provenienza. Se un afroamericano discrimina un bianco è razzismo punto.

Ancora. Una coppia modenese ha, nei giorni scorsi, postato su Facebook una foto insieme alla figlioletta più piccola. I due, analogamente ai personaggi famosi che supportano il ddl Zan, avevano scritto sui palmi delle mani rispettivamente “papà” e “mamma”. La reazione mediatica è stata devastante da parte dei sostenitori del DDL Zan: insulti, minacce, qualcuno persino ha commentato “Povera bimba, spero che ve la tolgano perché non merita di crescere con due esseri come voi”. Una vera e propria “discriminazione per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere”, vale a dire il comportamento che il DDL Zan intende prevenire e contrastare. Il cortocircuito ideologico è bello che servito. 

In conclusione, se, come diceva Heidegger, “noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola”, allora dobbiamo anche vigilare affinché le parole non siano distorte nel proprio significato. In caso contrario, una discriminazione può diventare a senso unico e rendere diversa la percezione di uno stesso comportamento in base a chi lo adotta. Così come si corre il rischio che una legge, che nelle intenzioni può anche avere uno scopo nobile, si trasformi in una norma che si applica in base al soggetto e non all’azione.

Simone Zanin