I nodi principali del Ddl Zan

di Redazione
12 Maggio 2021

DDL Zan. Se ne sente tanto parlare ma in pochi sanno di cosa si tratta e cosa contiene. L’argomento ha monopolizzato il dibattito mediatico anche causa della vera e propria campagna realizzata da Fedez che in occasione del concerto del primo maggio – una manifestazione del quale sappiamo gli ovvi contenuti e gli ovvi partecipanti – ha deciso di usare il palco per attaccare esponenti della lega, trattare il tema in modo più o meno superficiale, e diventare così il nuovo paladino della sinistra.

Pochi però, si sono soffermati sulla questione di merito che, per la sua complessità, mal si addice ad essere trattata su instagram – social potente nel quale la velocità e la forza formale del messaggio dominano rispetto al contenuto dello stesso – o su un palco, luogo più opportuno a proclami che a ragionamenti spinosi. 

Per questo mi sembra doveroso trattare il tema dando precedenza alle riflessioni. Un atto dovuto non solo verso chi si appresta a prendersi la responsabilità di legiferare sul tema, ma anche per chi, dall’oggi al domani, si potrebbe trovare privato di alcuni diritti fondamentali: la libertà di manifestazione del pensiero, il pluralismo delle idee ed altrettanto e soprattutto, il diritto alla presunzione di non colpevolezza. Diritti cardine pure per coloro che presumibilmente dovrebbero essere protetti da questa legge. 

Innanzitutto premetto che nessuno nega che ci siano discriminazioni rispetto alla categoria che il disegno di legge si propone di tutelare, ci sono e ci sono state. È però altrettanto vero che non c’è nessun gap normativo nel diritto penale per i reati di violenza. A chi dice che le leggi attuali non tutelano abbastanza, rispondono con un’altra domanda: premesso che le violenze ci sono, ci siamo domandati perché non si sia mai fatta una legge specifica sul tema?

Ormai è risaputo cosa prevede il DDL Zan: l’obiettivo è l’estensione della disciplina penale relativa ai reati di discriminazione o di provocazione alla violenza per motivi «razziali, etnici, nazionali o religiosi». A questa dicitura verrebbe poi aggiunto «oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità». Una frase che amplia così la sfera di applicazione della precedente e altrettanto controversa legge Mancino che – in base alla gravità della offesa del quale l’imputato si è reso colpevole – prevede la reclusione fino ad un anno e sei mesi o una multa fino a 6.000 euro oppure la reclusione da sei mesi a quattro anni per chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere, commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i motivi sopra descritti.

La risposta alla domanda “perché non si è mai fatta una legge specifica sul tema?” risiede proprio nelle definizioni che si vorrebbero aggiungere: genere, orientamento sessuale, ed identità di genere. Definizioni vaghe ed incerte, che lasciano ampia discrezionalità al potere giudiziario e si prestano ad abusi da parte delle presunte vittime. Categorie che fannoriferimento esclusivamente alla percezione di sé in nessun modo verificabili da metodi e criteri che quantomeno tendono all’oggettività.

Nel disegno di legge, il ‘genere’ è definito come qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso e per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi

Cerchiamo di portare questi concetti dalla teoria alla pratica.

Ammettiamo che in un contenzioso, la parte presunta lesa, non sia contenta della pena attribuita o attribuibile al presunto imputato. Può questa affermare che nei suoi confronti è stata esercitata discriminazione per motivi pertinenti al suo orientamento sessuale? Può il giudice accertare che un individuo sia omosessuale o meno? Evidentemente no. 

Se banalmente, si sta discutendo per un parcheggio, la presunta vittima – magari eterosessuale – potrà affermare che il parcheggio gli è stato negato perché omosessuale. Chi può affermare il contrario? Come farebbe il magistrato a verificare la veridicità delle informazioni date? Verosimilmente dunque l’imputato potrebbe essere accusato di discriminazione e non avrà modo di giustificare né la sua eventuale inconsapevolezza rispetto all’orientamento sessuale della presunta vittima, né sarà capace di dimostrare l’eterosessualità della presunta vittima, rischiando dunque, se non il carcere, quantomeno la multa. 

Analogamente, se per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione, può un maschio – che si percepisce donna – partecipare ad una gara per atlete donne? In questo caso, sarebbe una discriminazione nei suoi confronti l’eventuale esclusione dalla gara, o sarebbe una discriminazione nei confronti delle atlete la sua partecipazione alla stessa? Ancora, può l’arbitro della gara valutare che l’uomo non stia mentendo semplicemente per essere avvantaggiato? 

Il sesso e la disabilità sarebbero dunque le uniche due categorie accettabili del DDL Zan perché si riferiscono a fattori esterni ed indipendenti dall’individuo che un giudice può verificare. Sarebbero inoltre le uniche ‘discriminazioni positive’ che andrebbero a migliorare la vita di queste persone. L’esempio della gara femminile fa scuola: Le donne hanno una categoria separata da quella maschile, non perché sono discriminate dai maschi, ma per permettere loro di competere ad armi pari.

Ma rendere gli omosessuali e i transessuali una categoria a sé, è contraria all’idea stessa di ‘discriminazione positiva’, anzi, sembra essere una categorizzazione che discrimina proprio coloro che vuole tutelare: nonostante siate perfettamente sani, nonostante godiate di pieni diritti nei confronti di chi può recarvi danno, vi facciamo una legge apposita. Un ragionamento paternalista che vede il legislatore elevarsi a massimo leviatano: colui che sa cosa è giusto e cosa sbagliato.  

È questo l’aspetto più scabroso che si vuole portare avanti. L’idea che, lungi dall’accertare le colpe dell’imputato, il processo debba impartire lezioni su ciò che deve essere considerato ‘buon costume’. Un obiettivo squisitamente politico che lede il diritto ad avere un processo ‘giusto’, che condanna l’imputato prima della sentenza, e che rischia di rendere la magistratura vittima dell’opinione pubblica. 

Un dibattito come questo non può essere oggetto di ideologizzazioni e semplificazioni scadenti, o rischiamo che nella frenetica corsa verso un presunto ideale di società più civile, ci ritroveremo piuttosto in un’età grottesca di banalizzazioni, diritti posticci ed eroi fasulli, ipocriti o manipolabili.

Silvia Pasquini