Minniti fa il Berlusconi-bis con la Libia, ma senza Gheddafi è inutile

di Andrea Saponaro
11 Gennaio 2017

Con la visita a Tripoli del neo ministro dell’Interno Marco Minniti, partito da Roma per incontrare il premier al-Serraj e il ministro degli Esteri Mohammed al-Taher Siyala, il governo italiano ha gettato le basi per un nuovo accordo fra Italia e Libia, tenendo conto dei due precedenti del 2008 e del 2012. L’intesa, infatti, strutturata in più punti, ricalcherà il primo accordo bilaterale, il quale, suggellato da Roberto Maroni e che rientrava nel trattato di amicizia tra Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi, prevedeva il pattugliamento misto delle acque libiche con respingimento di tutti i migranti intercettati e finanziamento dei centri di accoglienza, e il secondo, mai attuato, che rinviava alla “programmazione di attività in mare negli ambiti di rispettiva competenza”.

In particolare, questa nuova intesa che il nostro governo si appresta a siglare con al-Serraj, secondo Minniti «si muoverà lungo 3 direttrici: stabilizzazione, che significa crescita economica sociale e civile; cooperazione antiterrorismo, per creare tutte le condizioni affinché non ci sia un ritorno di terroristi e foreign fighter verso i nostri territori ora che l’Isis è sulla difensiva in Siria e Iraq; contrasto comune ai trafficanti di uomini». La presenza al suo fianco del nuovo ambasciatore designato, Giuseppe Perrone, che già oggi presenterà ufficialmente le credenziali e riaprirà l’ambasciata, la prima di un Paese occidentale, è inoltre un messaggio importante.

Un pacchetto sicuramente di buoni propositi e di buona speranza per la lotta all’immigrazione clandestina e contro i potenti clan criminali degli scafisti, ma la strada da fare per stroncare questo processo e mettere in sicurezza i confini tra Italia e Libia è decisamente più lunga e più difficile di quanto ci si aspetti, e i motivi sono facilmente intuibili e riconducibili in parte alla crisi economica, ma soprattutto alla problematica situazione nella quale si trova il territorio libico, con particolare riferimento ai confini del Sud del Paese. Non sarà un lavoro semplice per l’ambasciata italiana riaperta a pieno regime.

Stipulare accordi con tutti i Paesi di provenienza degli immigrati che arrivano sul territorio italiano è difficile e non risolve il problema degli irregolari non identificati, cioè per coloro i quali, sprovvisti di documenti, risulterà impossibile stabilirne la nazionalità, e dei quali sarà disposto il rimpatrio verso il Paese non-Ue di transito prima dell’entrata nel territorio dell’Unione. Per questo è fondamentale trovare intese con i Paesi di transito per rendere efficace la politica dei rimpatri.

L’Italia può vantare accordi di riammissione con altri paesi del Nord Africa come il Marocco, intesa raggiunta a livello europeo, Algeria, Egitto e Tunisia, e questo nuovo accordo con la Libia potrebbe essere strategico, anche alla luce dei dati forniti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), i quali sostengono che nel 2016 l’82% degli sbarchi sulle coste italiane riguardava migranti partiti dalle coste libiche. Quindi l’idea del governo italiano di frenare le traversate nel Mar Mediterraneo, contrastando il traffico di esseri umani all’interno del Paese e rendendo così impossibili le partenze, è attuabile solo se le istituzioni libiche bloccheranno i flussi all’estremo sud del proprio territorio, al confine con Ciad e Niger.

Il problema sta nel fatto che il territorio libico è diviso e controllato da fazioni diverse, e il primo ministro Fayez al-Sarraj, voluto e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è l’unico interlocutore affidabile e disposto a dialogare con il governo italiano. Il premier libico, infatti, ha il controllo di una limitata parte di territorio, con vaste aree del sud, ma anche della costa, in mano a gruppi jihadisti come al-Qaeda e lo Stato Islamico. Altre grandi fette di terreno sono controllate a Tripoli dall’ex premier Khalifa Ghwell, il leader islamista che a ottobre ritentò un colpo di Stato e che chiede il ritiro del contingente italiano da Misurata, e nell’area di Tobruk dal generale Khalifa Haftar, armato dalla Cia, che detiene il controllo dei territori strategicamente importanti della regione della Cirenaica e che per questo mantiene rapporti e canali aperti con le potenze occidentali, nonostante il suo rifiuto a firmare l’accordo dell’Onu per il governo di unità nazionale.

I contenziosi territoriali, oltre ad incancrenire le divisioni politiche, hanno deteriorato il benessere economico e hanno fatto si che le rotte dei migranti provenienti da tutta l‘Africa subsahariana, con molta probabilità attraversassero i territori in mano a fazioni tribali o gruppi terroristici che fanno affari con le organizzazioni criminali, sfuggendo così al controllo delle già debolissime istituzioni della Libia. Inoltre, potenti clan della costa tra Tripoli e la Tunisia si arricchiscono con il giro lucroso dell’immigrazione clandestina e l’inflazione e la mancanza di liquidità hanno spinto, negli ultimi anni, sempre più famiglie del ceto medio a vivere dell’indotto dei migranti. Alla spartizione della torta partecipano anche mele marce delle autorità costiere.

La strada sarà lunga e parecchio complicata per riuscire a portare questo nuovo accordo ad un’efficace applicazione. Per quanto sia importante un accordo bilaterale di riammissione, la difficoltà di portarlo avanti effettivamente da un unico interlocutore, che rappresenta solo una delle anime politiche del Paese e controlla una parte limitata di territorio è assai complesso. Ha ragione il neo ambasciatore Perrone a definire la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli un “investimento politico”, ma sarà un’azione limitata se non viene accompagnata da un intenso lavoro militare, economico e di mediazione.