La Cina e l’arma segreta delle “terre rare”

di Michele Marsonet
22 Luglio 2021

Molti osservatori hanno notato che la crescente tensione con gli Stati Uniti ha indotto i dirigenti di Pechino a considerare con molta maggiore attenzione rispetto al passato le riserve strategiche di “terre rare” di cui la Cina dispone in abbondanza, e delle quali è il principale esportatore mondiale (soprattutto verso Usa ed Europa).

Si tratta di minerali importantissimi estratti per l’appunto dalle suddette “terre rare”. Basta rammentare, per capirci, che la Repubblica Popolare produce attualmente l’87% dell’antimonio disponibile sul mercato, l’82% del bismuto, l’84% del tungsteno, il 73% del gallio.

Sembrerebbero, questi, dati esoterici che poco hanno a che fare con la vita quotidiana, ma non è affatto così. Le esportazioni cinesi di terre rare sono destinate nella maggior parte dei casi ad aziende europee e, soprattutto, americane che producono tablet, personal computer, laptop e gli ormai indispensabili smartphone.

Facile quindi capire che se Pechino decidesse di rallentare, o addirittura di bloccare le esportazioni, ad andarci di mezzo sarebbero in primo luogo le industrie ad alta tecnologia come, per esempio, quelle della Silicon Valley, e ognuno è in grado di cogliere l’importanza della questione.

Tuttavia c’è un altro tassello decisivo da aggiungere a un quadro già di per sé assai complicato. Occorre aggiungere, infatti, che le terre rare sono essenziali anche per l’industria bellica, e qui si parla in primo luogo degli Stati Uniti.

I metalli ricavati dalle terre rare sono indispensabili, ad esempio, per l’assemblaggio dei celebri missili da crociera Tomahawk, dotati di sofisticati sistemi di guida e di sensori che li rendono – almeno in teoria – “intelligenti”. E pure i contestati caccia da combattimento F-35 non potrebbero essere costruiti senza tali metalli. Per non parlare delle odierne navi da guerra, che sono equipaggiate con sistemi che usano in abbondanza elementi provenienti dalle terre rare. Alcune leghe particolari oggi vengono prodotte quasi soltanto in Cina.

Non si è ancora capito se, e fino a che punto, Pechino intenda sfruttare questa situazione di grande vantaggio per fare pressioni sugli Usa e indurli a più miti consigli circa i dazi. Ma vi sono segnali che la dirigenza cinese si stia avviando proprio su questa strada, magari concedendosi un po’ di tempo per verificare squali saranno le prossime mosse di Joe Biden.

E’ stato pure notato che, in realtà, giacimenti sostanziosi di terre rare sono presenti anche in altri Paesi come Brasile, Sudafrica e gli stessi Stati Uniti d’America, anche se la loro consistenza non è pari a quella dei giacimenti della Repubblica Popolare. Tuttavia l’estrazione è molto più costosa in questi luoghi rispetto alla Cina, e questo spiega la relativa scarsa attenzione che hanno ricevuto.

Senza dubbio Usa e alleati potrebbero avviare uno sfruttamento più intensivo basandosi su motivazioni strategiche più che sui costi (o sull’impatto ambientale, anch’esso alto). Ma ci vuole tempo per ottenere risultati concreti, e proprio per questo Pechino oggi può lucrare sul suo vantaggio e mantenere una spada di Damocle sospesa sul collo dell’Occidente. Ulteriore prova di quanto sia cresciuto il ruolo strategico dell’ex Celeste Impero negli ultimi decenni.

Da notare, inoltre, che il primo leader cinese a capire l’importanza fondamentale delle “terre rare” fu Deng Xiaoping il quale, non a caso, ne intensificò moltissimo estrazione e stoccaggio. Anche perché non doveva fronteggiare sindacati in guerra per il basso costo del lavoro, né ambientalisti attenti all’impatto ecologico.

Si può dire, senza esagerare, che la Cina è ormai in grado di condizionare l’Occidente prospettando un futuro prossimo nel quale diventerebbe più difficile costruire oggetti ad alto contenuto tecnologico tanto nel campo civile quanto in quello militare. E questo la dice lunga sul grande mutamento degli equilibri geopolitici globali avvenuto negli anni recenti.