Il silenzio della sinistra italiana sulle proteste di Cuba

di Redazione
15 Luglio 2021

Ha stupito gli osservatori internazionali la vastità delle proteste popolari che a Cuba stanno mettendo sotto pressione il regime al potere dal 1959. Ad essere coinvolta non è solo l’Avana, ma anche altre città e distretti del Paese.

I dimostranti hanno distrutto veicoli della polizia e si sono scontrati duramente con le forze dell’ordine. Fidel Castro è scomparso nel 2016 e il fratello Raul, designato quale successore, ha ora 90 anni. Non sono nel frattempo emerse altre figure di rilievo.

L’attuale presidente, Miguel Diaz-Canel, ha a questo punto incitato i militanti del Partito comunista a scendere in piazza per contrastare fisicamente i manifestanti. Mossa ovviamente pericolosa, anche se probabilmente intenzionale, poiché potrebbe innescare una vera e propria guerra civile.

Il controllo del Partito sulla società politica e civile è tuttora ferreo, ma la rabbia della popolazione sta montando rapidamente. La pandemia di covid è fuori controllo anche se, come tutti rammentano, con una tipica mossa propagandistica l’Avana inviò medici e infermieri in Italia nel pieno della pandemia.

Cibo e generi di prima necessità inoltre scarseggiano, e molti dimostranti intervistati hanno detto a chiare lettere di “essere ridotti alla fame”. Ciò nonostante Diaz-Canel ha inviato contro di loro le truppe speciali fedelissime al regime, ma non sembra – almeno finora – che la repressione abbia placato le proteste che continuano ad espandersi. Al contrario, si contano già un morto ucciso dalla polizia e molti feriti.

Come rilevato in precedenza, il regime non ha più figure rilevanti da spendere nella lotta. Dopo i due fratelli Castro, sono giunti al potere funzionari di partito piuttosto grigi e più abili nelle questioni burocratiche che in quelle politiche.

Quindi la situazione per il Partito comunista che, come si è detto, è al potere senza interruzione dal 1959, è tutt’altro che rosea. I manifestanti chiedono la libertà politica e riforme strutturali in grado di far ripartire l’economia.

Tenendo conto che il turismo, principale fonte di reddito della nazione, è in pratica collassato a causa della pandemia. Né esiste più l’Unione Sovietica che, assorbendo a prezzi maggiorati la produzione cubana di canna da zucchero, si era in pratica incaricata di tenere in piedi il Paese.

Nel 2016 Barack Obama visitò Cuba cercando di migliorare i rapporti praticamente inesistenti dall’avvento di Fidel Castro al potere. In effetti era parso che tra lui e Raul Castro fossero state raggiunte delle intese per allentare l’embargo americano verso l’isola.

Tuttavia gli Usa chiedevano in cambio la fine della repressione politica e il rispetto dei diritti umani, richieste che Raul si guardò bene dall’esaudire. Il regime è insomma rimasto sempre uguale a se stesso, senza alcuna apertura alle esigenze della società civile. Caratteristica tipica di ogni regime comunista che, una volta giunto al potere, ritiene di poter governare all’infinito, in base a una sorta di “diritto naturale”.

A questo punto è difficile prevedere cosa accadrà. Il Partito comunista potrebbe implodere consentendo di ristabilire sull’isola un clima di libertà. Oppure potrebbe promuovere una repressione sanguinosa per mantenere lo status quo. Facendosi forte dell’appoggio manifestato da Cina e Russia.

In ogni caso appare lontanissimo il sogno del socialismo caraibico, esaltato – anche in Italia – da tanti giornalisti e intellettuali di grido. Costoro mantengono tuttavia un silenzio tombale, ancora prigionieri del mito di Fidel e di Che Guevara.

Michele Marsonet