Il capolavoro di Trump che isola Iran e Turchia

di Lorenzo Somigli
21 Agosto 2020

Il coronamento perfetto di una completa inversione di rotta. Donald Trump, fin dall’inizio del suo mandato e ancor prima durante la campagna elettorale contro Hillary, si è profuso per riconciliare Stati Uniti e Israele dopo anni di rapporti gelidi e talvolta vicini alla rottura. La malcelata ostilità verso Israele di Obama, colpevole di una politica estera complessivamente disastrosa in Medioriente che smontando gli stati sovrani di Libia e Siria, nei fatti, ha spalancato le porte a ISIS e agli altri “ribelli moderati”, aveva prodotto una frattura palese tra i due storici alleati. Il culmine della tensione prima l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano, criticatissimo da Netanyahu che ha prodotto documenti della crescente potenza atomica dell’Iran, quindi l’astensione all’Onu sulla mozione di condanna degli insediamenti in Cisgiordania.

Trump, bombardato da media, da quell’establishment democratico da sempre guerrafondaio, dai manifestanti #blacklivesmatter e pure da qualche quinta colonna, si è riavvicinato a Israele, confermandone la centralità nel sistema di alleanze statunitense. Negli Accordi di Abramo tra Mohammed bin Zayed, vicino alle ragioni USA fin dall’invasione del Kuwait, e Netanyahu la regia di Trump è stata determinante. Alla distensione dei rapporti – gli Emirati sono il terzo paese arabo a distendere i rapporti con Israele dopo Egitto (’79) e Giordania (’94) – faranno seguito l’istituzione di ambasciate ma anche un’implementazione significativa delle relazioni commerciali. Dal canto suo Israele arretra nella decisione di annettere unilateralmente la Cisgiordania. Indubbio successo dunque per Trump e Netanyahu, traballanti per la gestione confusa della pandemia, e per gli Emirati che si confermano una forza di pace nella regione e impegnati, in vari scenari, in una guerra per procura contro l’Iran.

Irritazione nell’Iran: Rohani accusa di aver tradito “il proprio Paese, i musulmani e il mondo arabo solo perché un signore possa essere eletto a Washington”. Ma del resto qualcosa sta cambiando negli equilibri: lo strapotere di Teheran sta diminuendo. Anche la Turchia “neo-ottomana” di Erdogan – che l’Italia con Di Maio a capo della diplomazia non ha ancora capito se assecondare o contenere – accoglie con ritrosia un accordo che mina le sue crescenti ambizioni di egemonia spirituale e politica sul mondo arabo. Gli Emirati Arabi sono il primo stato arabo del Golfo a riconoscere Israele, nel 2018 c’è stata una storica visita di Netanyahu in Oman, l’Arabia Saudita, contestualmente ad un processo di graduale riforma (pur frenato dal Coronavirus e dalla crisi del petrolio), sta distendendo i rapporti. I nemici di Israele sono sempre meno e sempre più isolati e l’intesa può essere solo l’inizio.