Follia a Princeton: addio a greco e latino

di Pasquale Ferraro
3 Giugno 2021

Niente sarà risparmiato, questa  sembra essere l’unica certezza nel terremoto che sta attraversando l’Occidente. Ogni singolo simbolo verrà distrutto, perché in essi giace  – secondo costoro – il segno della colpa. Quale ? Essere stati la più grande civiltà. Una civiltà sempre in movimento, sempre protesa verso il futuro proprio perché ancorata su solide basi, fondamenta consolidate col tempo.  Di questa grandezza molto si deve a quella fase storica che noi siamo soliti definire “ civiltà classiche “ l’epoca greca in tutto il suo sviluppo e quella Romana fino a quella profonda rivoluzione che è stata la nascita e l’affermazione del Cristianesimo. 


Un periodo sterminato in cui sono state raggiunte le guglie più alte del pensiero, della letteratura, delle arti, delle scienze, un epoca dinanzi alla quale chiniamo il capo in segno di rispetto e con ammirazione. Ed infondo gran parte di ciò che è stato il medioevo, l’umanesimo e il rinascimento lo si deve all’epoca classica, al suo “ osare l’inosabile” che ne ha fatto la grandezza. Ora tutto ciò sembra agli occhi del nuovo linguaggio politicamente corretto, essere marchiato di razzismo e di “ suprematismo bianco” un espressione banale e facilmente applicabile a tutto. 


Secondo l’Università di Princeton, uno dei templi del sapere, insieme ad Harvard e Yale degli Stati Uniti, l’Università in cui hanno insegnato Albert Einstein e John Nash, le lingue classiche il greco e il latino, non sono abbastanza politicamente corrette, sono discriminatorie verso chi non le ha studiate in precedenza. 
In un mondo parzialmente normale – non chiediamo molto – l’Università dovrebbe provvedere alla costituzione di corsi intensivi per mettere in pari chi non proviene dall’omologo usa del nostro Liceo Ginnasio.

Ma nel mondo del BLM e della vocazione a genuflettersi si preferisce cancellare. 
Tutto quello che è ritenuto discriminatorio, non può e  non deve essere insegnato. Così avremo futuri storici di storia romana – finché la storia si continuerà a studiare – che non conosceranno il latino e dunque probabilmente prenderanno cantonate mega galattiche, ma che importa, per ottemperare alle carenze classiche si amplieranno i corsi sulle minoranze.


Perché infondo è questo il limite paradossale ed ipocrita che anima questa tempesta funesta che si abbatte su di noi, il fatto che  debba essere distrutto ciò che ci ha permesso di essere ciò  che siamo. 
Ciò che rattrista invece sta nel vedere esponenti del mondo accademico, per lo più docenti dei dipartimenti incriminati accettare e cavalcare questa abominevole barbarie. 
Non ci sono più gli accademici di una volta, quelli che con tenacia si opposero proprio in America alle interferenze ideologiche nelle università, alle intromissioni anche politiche e alle conseguenti supine rese dei vari management di quei college. 


Nulla di tutto ciò. Ed è questa forse la ferita più grande inferta alla nostra civiltà, la rinuncia a lottare per la libertà di pensare, agire e studiare quei pilastri fondamentali. Perché senza Cicerone, Seneca, Platone e Aristotele si può vivere, ma  si tratterebbe di un’ esistenza piatta e sicuramente molto più povera. 
 E senza di loro avremmo molte meno armi contro il pensiero unico, contro l’omologazione e la mercificazione dell’individuo.
 Non rimane che l’invocazione heideggeriana “solo un Dio ci può salvare “