Cosa succederà dopo il cessate il fuoco tra Israele e Hamas

di Daniele Dell'Orco
21 Maggio 2021

Tutti vincono, tutti perdono, la battaglia si ferma ma la guerra continua. Il cessate il fuoco entrato in vigore alle 2 della scorsa notte tra Israele e Hamas, mediato dall’Egitto, arriva dopo 11 giorni di guerra aperta, che ha provocato la morte di 232 palestinesi e 12 israeliani.
Ma cosa stabilisce di fatto questo accordo?
Praticamente nulla. Perché oltre a fermare la scia di sangue e la pesante devastazione della Striscia di Gaza (e non è poco, si badi) tutte le questioni fondamentali restano aperte. Sono le stesse che hanno scatenato la furia di Hamas e che potrebbero ovviamente tornare d’attualità nel futuro. Anche breve.
Basterà una scintilla, l’ennesima, per far ricominciare tutto daccapo.

L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha specificato che «la realtà sul campo di battaglia determinerà il proseguo della campagna [militare]», alludendo quindi alla possibilità di riprendere i combattimenti. Allo stesso modo uno dei portavoce di Hamas, Taher al Nono, ha detto che «la resistenza palestinese rispetterà l’accordo fino a che lo rispetterà l’occupante [Israele]».

La tregua è più armata che mai e, come spesso accade, tutti pensano di aver vinto.
Il governo israeliano ritiene di aver ridotto in maniera significativa sia l’arsenale di Hamas e del Jihad Islamico, sia la loro capacità di costruire armi in autonomia nel territorio della Striscia, distruggendo fabbriche di armi e tunnel di approvvigionamento di merci, ma soprattutto uccidendo decine di leader dei gruppi palestinesi.

Dal canto suo, Hamas ha consolidato la propria posizione all’interno della politica palestinese, non solo nella Striscia, mettendo ai margini al-Fatah, la fazione più moderata che controlla l’Autorità Palestinese e governa in Cisgiordania, e ritiene di aver mostrato agli alleati, soprattutto libanesi e iraniani, che i sistemi di difesa israeliani non sono così impenetrabili..

Senza che siano state risolte sia le questioni relative agli sfratti delle famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, e senza soprattutto che Israele abbia assicurato di tenere immacolata la moschea di al Aqsa nel complesso della Spianata delle Moschee (un funzionario egiziano ha detto ad Associated Press che le tensioni a Gerusalemme verranno affrontate “in un secondo momento”), il conflitto di fatto è servito a consolidare il potere dei leader.
Hamas si pone come guida dei palestinesi, e se dovesse riuscire ad aggirare l’embargo imposto da Israele per ricostruire Gaza (magari grazie all’aiuto di Turchia, Qatar e Iran) potrebbe qualificarsi come punto di riferimento per la difesa del popolo arabo.

Netanyahu, dal canto suo, prima dell’inizio del conflitto non stava attraversando un gran momento. Anzi. I tentativi di formare un nuovo governo dopo le ennesime elezioni concluse con un nulla di fatto era fallito, e i suoi rivali erano sul punto di trovare un accordo per far diventare nuovo primo ministro Naftali Bennet, leader del partito Yamina. Inoltre, con l’apertura dei tribunali dopo le restrizioni imposte per la pandemia da coronavirus, stava per riprendere a pieno ritmo il processo contro di lui per corruzione.
La guerra è stata in questo senso una grande opportunità politica per Netanyahu, perché ha costretto molti dei suoi avversari politici ad appoggiare pubblicamente l’azione militare decisa dal suo governo, e allo stesso tempo ha trovato sostegno nella rabbia della fetta più nazionalista di israeliani.

Ora, però, oltre che dal fronte esterno, Netanyahu dovrà gestire anche quello interno, fatto di scontri e violenze tra arabi ed ebrei israeliani anche in contesti “pacifici” come a Lod, e di critiche feroci della destra radicale che avrebbe voluto che i bombardamenti continuassero ancora.

Come fosse una lotta tra gamberi, insomma, ad ogni passo avanti ne corrispondono almeno un paio all’indietro.