Beirut: l’esplosione che ha sconvolto il mondo

di Michele Orsini
11 Agosto 2020

Martedì 4 agosto si è verificata nel porto della capitale libanese una tremenda esplosione. I danni sono consistenti. I morti, al momento, sono 157, tra cui una donna italiana, mentre i feriti sono oltre 5 mila. Il porto, principale infrastruttura del paese, è del tutto inutilizzabile. I danni nel lungo periodo sono difficilmente calcolabili; già la ricostruzione sarà lunga e costosa anche considerando che la deflagrazione ha causato un cratere del raggio di 70 metri. La già difficile situazione del paese sembra peggiorare ulteriormente.

Varie ipotesi si susseguono sulle cause dell’esplosione. Si parla dell’esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio, di attentato da parte di Hezbollah, di una missione anti terroristica di Israele e di altre numerose ipotesi. Quel che è certo è che i danni sono ingenti, poiché il porto era la principale infrastruttura del piccolo paese mediorientale; addirittura si stima che l’80% delle importazioni di grano dipendono da tale arteria. L’ipotesi di un attentato non sembra essere inverosimile, data la complicata situazione interna del paese.

Il 9 marzo il paese ha dichiarato default e la situazione interna resta critica tra l’instabilità interna e la difficile stabilità tra le varie fazioni religiose. Dal 1974 al 1991 il paese ha subito una tremenda guerra civile, che ha causato circa 200 mila morti. Israele ha dovuto effettuare due missioni di pace: l’operazione “Litani” nel 1978 e l’operazione “Pace in Galilea” nel 1982. L’ONU, sempre nel 1978, ha organizzato la missione UNIFIL, cui l’Italia partecipa attivamente con più di mille uomini tra i quali il comandante della missione. Infine nel 2006, a seguito dell’aggressione da parte di Hezbollah a militari israeliani, c’è stato un altro scontro tra le due nazioni. 

Nonostante la complicata situazione, fino alla crisi del 2011 in Siria, l’economia ha resistito inaspettatamente bene rendendo il paese uno dei più economicamente stabili della regione, soprattutto nel settore bancario. 

La crisi delle banche ha impattato in maniera molto negativa: il deficit è andato fuori controllo, con picchi del 10% e il debito è divenuto insostenibile (al momento del default il rapporto debito/PIL era al 170%).

Perché il paese dei cedri è importante per il nostro paese? Le risposte sono molteplici: il pericolo che l’Iran, attraverso Hezbollah e Hamas, controlli il paese; l’instabilità di un paese mediterraneo in una delle regioni più calde del mondo; il pericolo per i nostri militari schierati sul territorio a cuscinetto tra l’unico stato democratico e vicino ai nostri valori e la piccola instabile nazione. Il fragile equilibrio tra le tre fedi religiose del paese (cristiani maroniti, sunniti e sciiti) rischia di incrinarsi a favore degli sciiti, vicini all’Iran. 

A testimonianza dell’importanza del paese, Emmanuel Marcon si è recato in Libano per portare la solidarietà della Francia e acquisire soft power nella regione, oltre che per migliorare la reputazione internazionale del proprio paese. Le rivolte che si stanno scatenando in questi giorni sembrano presagire tempi duri nella regione: il rischio che il paese cada in mani ostili all’Occidente è alto.

L’Italia in tutto questo è ferma a causa dell’immobilismo del governo e del ministro degli esteri, che certo non sembra essere degno di moltissimi suoi predecessori come il Conte Sforza, Gaetano Martino, Giulio Andreotti, Franco Frattini o Giulio Terzi. Per ora l’unico ad agire in maniera risoluta è il sottosegretario agli esteri Manlio di Stefano, peccato solo che il suo dinamismo, più che sul suo lavoro, sia indirizzato su Twitter contro i tanti utenti che deridono il fatto che abbia confuso i libanesi con i libici. 

A rendere ulteriormente imbarazzante la situazione, lo stesso grave errore è stato ripetuto poche ore dopo da una senatrice, sempre del Movimento 5 Stelle. Sostenere il Libano sarebbe sicuramente un buon punto per la nostra politica estera, magari potremmo mirare a inserire le nostre aziende, che sono delle eccellenze, nella gara per la ricostruzione del porto; potremmo anche guidare un’azione europea a sostegno di Beirut. Ma prima di qualsiasi azione la maggioranza dovrà scoprire la geografia e acquisire qualche nozione di politica estera.

 Mentre aspettiamo che il governo comprenda quantomeno la differenza tra Libia e Libano, nella speranza che nel frattempo non succeda niente di grave in Liberia per evitare ulteriori confusioni geografiche, rischiamo che molti paesi ci superino rendendo nulla ogni nostra possibile azione. 

Ennio Flaiano commenterebbe dicendo che, anche in questo caso, la situazione è grave ma non è seria.