Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza: salvezza o condanna?

di Sofia Prezzia
7 Maggio 2021

In questi giorni, le pagine dei quotidiani più influenti del panorama politico italiano oltre ad occuparsi della “censura” Rai ai danni di un rapper milionario eretto a nuovo paladino dei “diritti civili” con lo smalto, sta trattando un tema ben più importante e spinoso: il Recovery Plan e il Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza (PNRR).

Spesso ci è capitato di leggere titoloni della serie “Recovery Plan: l’ultima speranza per l’Italia!”

Ma è davvero così?

Già dalla scorsa estate la questione del Recovery Plan e del MES è stata al centro del dibattito politico ed economico e ha visto scontrarsi le opinioni di chi è fermamente a favore di prendere i prestiti europei e di coloro che invece nutrono forti dubbi e temono che accettare i fondi stanziati dall’Unione Europea sia un errore che porterebbe l’Italia ad essere in balia delle decisioni dell’UE e dei mercati finanziari.

L’economista Valerio Malvezzi, voce dissonante che come spesso accade non trova molta visibilità nelle reti mainstream, afferma che accettare i fondi del Recovery Plan farebbe indebitare l’Italia sui mercati finanziari a condizioni capestro che andrebbero a ledere la potestà legislativa del nostro Parlamento, in quanto, proprio in virtù di queste condizioni, l’Italia dovrebbe rendicontare all’Ue tutte le spese che intende fare con i fondi del Recovery Plan e sottostare alle sue regole senza avere voce in capitolo. 

La procedura, infatti, per accedere ai fondi è molto complessa e totalmente gestita dalla governance europea: i piani di riforme e gli investimenti dei singoli Stati devono essere conformi alle raccomandazioni della Commissione, approvate dal Consiglio a maggioranza qualificata su proposta della stessa Commissione e infine, entro un mese dalla proposta contenente il piano di riforme del singolo Stato, autorizzate attraverso l’emanazione dell’Atto di Esecuzione del Consiglio, propedeutico per l’ottenimento del finanziamento.

I piani di riforme e di investimento dei fondi, come il PNRR appunto, dovranno soddisfare dei target intermedi e finali – cioè degli obiettivi da raggiungere per ottenere il finanziamento – stabiliti dalla stessa Unione Europea e la Commissione avrà la facoltà di constatare se gli Stati membri soddisfano tali target;

inoltre, come se tutto ciò non fosse abbastanza invadente, in caso di “gravi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali” gli Stati membri godono della facoltà di chiedere il rinvio della questione al successivo Consiglio europeo, che dovrà esprimersi nuovamente ed in via esaustiva sui punti critici sollevati.

Le difficoltà nel portare avanti i piani di investimento sono tante e controverse e come afferma l’economista Stefano Zamagni, il problema maggiore è l’esecutorietà del PNRR stesso: per ciascun progetto in cantiere sono stati stimati i costi e le date di impiego dei fondi corrispondenti parimenti alla data di attuazione definitiva degli stessi.

Allo stesso tempo, dovranno essere annunciati i tempi di raggiungimento dei risultati intermedi dato che i fondi arriveranno a scaglioni dalla Commissione Europea e in riferimento ai risultati già ottenuti. Quindi, ogni semestre dovremo consegnare lo stato di avanzamento dei lavori e se quest’ultimo si distanzierà da quanto previsto nel PNRR presentato, l’Italia non riceverà la restante parte dei fondi.

Nello specifico, il PNRR si inserisce nella cornice europea del pacchetto Next Generation EU, che mette a disposizione 750 miliardi per la ripresa dei 27 Stati UE travolti dalla crisi della pandemia.

Nel PNRR sono stati stanziati circa 190 miliardi di fondi europei più un altro fondo complementare di 30,6 miliardi finanziato tramite lo scostamento di bilancio, quindi debito nazionale, con la finalità di sostenere gli investimenti nei settori chiave individuati dall’UE.

Anche con i soldi finanziati dal debito nazionale, l’Ue detta le linee di investimento; infatti, i 30 miliardi di euro nazionali sono così ripartiti:

  • Digitale: 6,13 miliardi (1 miliardo per 5G e 400 milioni connessione veloce in strade extraurbane);
  • Rivoluzione Verde: 11,65 miliardi (8,25 per l’ecobonus sisma bonus al 110%);
  • Infrastrutture e Mobilità Sostenibile: 6,12 miliardi;
  • Inclusione e Coesione: 3,25 miliardi;
  • Salute: 2,89 miliardi

La differenza tra il fondo nazionale (30 mld) e il fondo del Recovery Plan (190 mld) sta nel fatto che gli investimenti e le spese sostenute con il primo non devono essere rendicontati a Bruxelles ed inoltre, possono essere impegnati oltre il 2026 – data entro cui i fondi del Recovery Plan devono essere investiti.

La mancata rendicontazione dell’utilizzo dei fondi è un aspetto fondamentale poiché si avrebbe maggiore campo di azione, libertà di legiferare sulle questioni economiche/finanziarie legate alla gestione dei fondi stessi e non avremmo alle costole i creditori nel momento di dover ripagare il debito.

La maggior parte dei fondi saranno utilizzati per i settori della Rivoluzione Verde, Transizione Ecologica e della Digitalizzazione.

Ci si sarebbe aspettato che dopo il Corona Virus, l’Ue avrebbe cercato di sostenere in maniera decisa il sistema sanitario dei Paesi colpiti maggiormente dalla crisi pandemica ma invece, i fondi destinati alla salute (diritto per cui sono state declassate tutte le altre libertà e diritti fondamentali della persona) sono irrisori, solamente 20,2 miliardi. Però si sa, l’importante è avere il 5G, abolire i piatti di plastica e i cotton fioc e continuare con smart working e dad, tanto i respiratori nelle terapie intensive non servono perché giochiamo con i colori delle regioni e abbiamo il coprifuoco alle 22.00 come a Beirut.

La scrittrice ed economista Ilaria Bifarini, autrice de “Il Grande Reset” diventato best seller in poche settimane, in una intervista afferma che “Il Recovery Fund rappresenta la cartina di tornasole del piano del Grande Reset. Si tratta di attuare la tanto agognata Quarta Rivoluzione Industriale, che ruota intorno a intelligenza artificiale, rete 5g e green economy […] per implementare i nuovi mercati occorre spazzar via quelli preesistenti, considerati obsoleti e ostativi. È quanto sta avvenendo con le chiusure continue e reiterate, che stanno portando alla scomparsa di centinaia di migliaia di piccole imprese, alla distruzione dell’economia reale per far posto a quella digitalizzata. […] Non è un caso che all’interno del Recovery Fund – che ricordiamo non sono soldi a fondo perduto – solo una quota marginale e irrisoria viene destinata alla sanità pubblica. Ruolo chiave sarà giocato dalla green economy e dalla finanza speculativa a essa collegata, caposaldo dell’ideologia alla base del Grande Reset, animata da un certo fanatismo incentrato unicamente sul cambiamento climatico […]

A differenza delle rivoluzioni precedenti, quella attuale non prevede un effetto compensativo dell’inevitabile e conseguente esplosione della disoccupazione, poiché i nuovi settori economici sono a bassa intensità di capitale umano.

Superata la fase di sussidi e blocchi ai licenziamenti, ci troveremo ad affrontare il problema di una massa di disoccupati senza futuro. A differenza di una guerra, non ci sarà una ricostruzione, né un ritorno alla normalità che lo consenta”.

Come molti economisti sostengono, sarebbe molto più conveniente e semplice attuare un New Deal Italiano attraverso dei programmi di investimento per le Piccole e Medie Imprese, vero ed unico motore produttivo del Paese, finanziati tramite il debito nazionale anziché parlare come fa Draghi di Corporate e Restructuring anche perché le stime prevedono che con i fondi del Recovery Plan, il PIL del nostro Paese crescerà del 3% in sei anni. Nasce spontaneo chiedersi se ne vale veramente la pena indebitarsi per crescere soltanto dello 0,5% all’anno senza conoscere in toto le condizionalità a cui saremo sottoposti e con l’alta probabilità di vederci imposte negli anni a venire, le tanto odiate e disastrose politiche di austerità per ripagare il debito.

Ecco quindi che si apre il dibattito sul fare debito con i nostri titoli di stato:

il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco ha bocciato la proposta (arrivata già l’anno scorso da Fratelli d’Italia) di finanziare il debito ricorrendo ai BTP poiché spiega che il loro tasso di interesse è più alto rispetto ai tassi di interesse dei titoli europei.

In realtà, il tasso di interesse non è la sola misura da tenere in considerazione per decidere se accedere o meno a un prestito.

L’onerosità di un prestito, infatti, viene calcolata in funzione di altri parametri finanziari come la rendicontazione e soprattutto le condizioni che vengono imposte; per l’italia, ad esempio, sono il Patto di Stabilità e le raccomandazioni della Commissione Europea.

È importante precisare che queste condizioni sono le stesse che hanno portato alla bocciatura del MES e appare strano come lo stesso Parlamento le abbia accettate per il Recovery Plan. Cosa è cambiato di preciso non è dato saperlo.

Sostanzialmente, decidere di finanziarsi attraverso i BTP italiani sarebbe come accedere a un mutuo chirografario – ovvero senza la necessità di garanzie – mentre finanziarsi con i prestiti dell’UE sarebbe accettare le condizioni sfavorevoli di un mutuo ipotecario.

In virtù di queste considerazioni, sempre Malvezzi insieme ad altri esperti, afferma che alla base della scelta di aderire al Recovery Plan e a tutte le stringenti condizioni che ne conseguono non vi siano delle motivazioni dettate da particolari ragioni economiche, finanziarie e tecniche ma semplicemente delle logiche politiche.

E a proposito di logiche politiche, anche la votazione in Parlamento del PNRR ha destato non poche lamentele.

Il Premier Mario Draghi ha imposto la data del 30 aprile 2021 come termine per la presentazione del piano a Bruxelles; ciò non ha permesso al Parlamento di poter esaminare accuratamente il testo di quasi 300 pagine che indirizzerà i principali investimenti del Paese nei prossimi anni.

I parlamentari hanno avuto pressoché 24 ore di tempo per visionare il testo e non è stata data la possibilità di porre emendamenti e di discuterne in aula all’unico partito di opposizione; forte, infatti, è stato l’intervento alla Camera del 27 aprile di Giorgia Meloni che ha affermato di non poter votare secondo coscienza e responsabilità un documento che indebiterà per anni l’Italia senza aver avuto la possibilità di studiarlo e di capire in che modo e a che condizioni sarebbero stati investiti i fondi europei. 

Adesso sarà la Commissione Europea a valutare il piano, a chiedere modifiche se lo riterrà opportuno, a far rispettare le condizioni imposte (come l’eliminazione di Quota 100) e a impedire l’erogazione dei fondi in caso di valutazione negativa del piano.

Il Recovery Plan è davvero la salvezza dell’Italia?

Ai posteri l’ardua sentenza!