Bonus e ristori in stand-by: la pesante eredità del governo Conte

di Carlo Manacorda
9 Febbraio 2021

Il Governo Conte è morto: requiescat in pace. Il suo spirito continuerà, tuttavia, ad aleggiare nel Paese per una pesante eredità che lascia chiudendo il suo mandato.

Ci riferiamo ai numerosi decreti che occorrerebbe emanare per dare concretezza ai bonus e ai ristori promessi nelle migliaia di norme approvate, anche sotto la spinta dello stato pandemico creato da Covid-19. Senza questi decreti, bonus e ristori sono infatti destinati a restare sulla carta e vanamente attesi dai beneficiari. Vediamo.

Una tecnica della produzione legislativa è quella di annunciare, in una norma di legge, un intervento, rinviando però la definizione delle regole per la sua attuazione ad un successivo provvedimento: di regola, un decreto del/dei ministro/i competente/i, tenendo conto della materia da disciplinare. La ragione di questo procedimento sta nel fatto che, sovente, gli interventi richiedono la definizione di elementi tecnici, pratici e burocratici necessari per attuarli.

La norma che annuncia l’intervento solitamente stabilisce un termine entro il quale il provvedimento che lo renderà applicabile dovrà essere emanato. È intuitivo che più il termine è corto, maggiormente l’intervento potrà tradursi in fatti concreti. Più il termine è lungo, più l’attuazione dell’intervento si allontana (e se ne perderà la memoria senza fare nulla, com’è avvenuto per migliaia di casi).

Tenendo conto dell’italica lentezza della produzione ministeriale, è poi una pura illusione pensare che si dia corso all’intervento quando la norma che prevede il decreto attuativo non ne stabilisca una scadenza. In ogni caso, senza il decreto attuativo, l’intervento resta lettera morta.

Anche il Governo Conte si è avvalso, a piene mani, di questa tecnica. Anzi, più di altri, avendo adottato il metodo di annunciare, pomposamente e per enfatizzare l’eccellenza delle sue scelte, decisioni prima ancora di aver scritto e approvato le norme che le avrebbero concretizzate.

Successivamente, le norme sono state approvate. Mancando però un approfondimento della materia, le norme non hanno potuto che rinviare a decreti attuativi le promesse annunciate. In conseguenza di questi comportamenti, il Governo Conte, cessando dalle funzioni, lascia una pesante eredità di decreti da emanare affinché bonus e ristori promessi possano diventare realtà.

La Fondazione Openpolis ha, costantemente, monitorato questa situazione fornendo, per ogni provvedimento adottato dal Governo Conte, dati sui decreti attuativi che si rendevano necessari per concretizzare le varie iniziative e su quelli che via via vedevano la luce. Analisi al proposito risultano anche da mezzi d’informazione. E cosi Il Sole 24 Ore ― su un totale complessivo di questi atti di 919 ― indica in 547 i decreti attuativi da varare affinché bonus e ristori possano essere erogati ai beneficiari (Cerchi, Marini, Paris, Conte lascia 547 decreti da varare, 27.01.2021).

Similmente, il Giornale valuta in 506 i decreti occorrenti per gli scopi appena detti (Gazzanni, Iannacone, La cassaforte dei soldi fantasma: l’ultima eredità di Conte & Co, 03.02.2021). La differenza tra le due analisi è irrilevante potendo aver valutato diversamente alcune criptiche espressioni del legislatore. La dimensione del fenomeno è, comunque, di oltre 500 decreti da approvare.

La constatazione di una situazione di questa entità suscita almeno due riflessioni immediate. La prima, istintiva, è che i destinatari dei bonus e dei ristori attenderanno (chissà per quanto tempo o forse invano) i benefici promessi.

Questo fatto determina però ― come osservato da Giovanni Guzzetta, professore di diritto costituzionale presso l’Università di Roma Tor Vergata ― “un effetto-boomerang dei bonus non attuati. In questo modo c’è la depressione di un intero settore, perché si attendono gli incentivi. Ma, finché non ci sono, si ferma tutto. In pratica si punta a stimolare un settore economico, ma di fatto lo si danneggia per il ritardo dei decreti”.

Esprime analoga considerazione il deputato della Lega, Alberto Gusmeroli, vicepresidente della commissione Finanze alla Camera, aggiungendo che “se viene ridotto il periodo di possibile impiego del bonus, capita che i fondi non siano spesi totalmente”.

L’argomento dell’utilizzo dei fondi sottolineato dal parlamentare della Lega introduce la seconda riflessione di natura strettamente economico-contabile. Gli annunci del Governo Conte hanno indicato in 180 miliardi il valore complessivo della spesa deliberata con i vari provvedimenti (Cura Italia, Rilancio, Ristori, ecc.), compresa la legge di bilancio 2021.

Stanti le condizioni disastrose della finanza pubblica, questa somma, ovviamente, non ha copertura. Per non violare i principi del bilancio pubblico, la si copre con un aumento dell’indebitamento dello Stato di pari importo.

Se però, mancando i decreti attuativi per trasferire dalla carta alla realtà i vari interventi, le somme a loro dedicate restano congelate, si è aumentato, inutilmente, l’indebitamento. È di tutta evidenza la confusione che viene a crearsi nei conti pubblici, con riflessi sull’ammontare del debito pubblico, debito che il Governo Conte ― detto per inciso e con l’alibi della pandemia  ― nulla ha fatto per contenere.

Premesse queste annotazioni di carattere generale ed entrando un po’ nel dettaglio della questione, possiamo ricordare alcuni esempi di bonus e ristori che, senza decreti attuativi, resteranno al palo. Ci limitiamo all’ultimo provvedimento approvato dal Governo Conte sempre con voto di fiducia ― tra l’altro, da esprimere immediatamente e senza che il Parlamento potesse aggiungere nemmeno una virgola ―.

Parliamo della legge di bilancio 2021. Degli oltre 500 decreti attuativi rimasti in sospeso, 176 li troviamo in questa legge (che, vogliamo ricordare, è formata da un solo articolo con 1.150 commi). Risulterebbe che uno sia stato approvato. Ne restano 175.

Rimangono in stand-by, ad esempio: l’esonero dal pagamento dei contributi previdenziali da parte di lavoratori autonomi e professionisti in crisi a causa della pandemia; i ristori ai Comuni per le minori entrate derivanti dalla riduzione di tasse a soggetti non residenti nello Stato; i contributi per lo stoccaggio privato dei vini DOC e quelli per sostenere imprese danneggiate da fenomeni di interruzione della viabilità.

E ancora: i contributi a sostegno del reddito dei lavoratori delle aree in crisi industriale, per l’accoglienza in case-famiglia di genitori detenuti con bambini, per l’Alzheimer e le demenze, per le spese d’alloggio di studenti universitari fuori sede e per l’approvvigionamento idrico dei Comuni delle isole minori, per l’attività e cura della fauna selvatica, per il potenziamento dei servizi sociali comunali.

Sono parimenti congelati: il bonus idrico (1.000 euro) da corrispondere per la sostituzione di vasi sanitari e rubinetteria (bonus rubinetti); il bonus per l’acquisto di auto elettriche; il credito d’imposta concesso agli chef; il contributo (500 euro mensili) per nuclei familiari con disabili; il bonus occhiali (50 euro); il contributo per l’acquisto di apparecchi televisivi; il buono veicoli sicuri; il rimborso delle spese legali per gli imputati assolti.

Anche da questo breve campionario, non sfugge la sfrenata fantasia del Governo Conte e dei suoi sodali nell’immaginare regalie ed elemosine (per i modestissimi importi) da elargire a tutti con i soldi dei contribuenti e per evidenti scopi elettorali, spesso mascherati astutamente da finalità sociali.

Ora arriverà il Governo Draghi. Si tratterà di vedere se Draghi accetterà l’eredità dei decreti attuativi a scatola chiusa oppure, come si dice giuridicamente nelle successioni, con “beneficio d’inventario”, vale a dire ― come nel caso dell’eredità, dove il beneficio d’inventario consente all’erede di non dover pagare i debiti del defunto ― tenendo distinto il proprio programma da quello del suo predecessore fino ad ignorare lo stesso programma di questi.

Certo è che, se la scelta sarà per la seconda ipotesi, alcuni bonus e ristori promessi da Conte svaniranno nel nulla.