Un Dio che si fa bambino è qualcosa di molto più complesso di quanto pensi Michela Murgia

di Angelo Citati
26 Dicembre 2022

Sta destando un certo scalpore, e anche un po’ di legittimo fastidio data la tempistica così volutamente provocatoria, un articolo pubblicato sulla Stampa del 24 dicembre, a firma di Michela Murgia, con un titolo che è tutto un programma: «I cattolici amano un Dio Bambino perché rifiutano la complessità». Sorvoliamo su diverse approssimazioni storiche presenti nel testo che fanno un po’ sorridere, ma che in fondo non le sono imputabili perché non è un’esegeta né una teologa.

Segnaliamo solo en passant che se Maria e Giuseppe non trovarono posto a Betlemme non è perché, come sostiene la Murgia, «gli albergatori erano in sold out» (sic), bensì perché – l’esegesi converge oggi in modo abbastanza unanime su questa ricostruzione – il locale della casa dove una famiglia di Betlemme che li avesse voluti ospitare poteva alloggiarli, il katályma di Lc 2,7 (che non significa albergo), verosimilmente avrebbe dovuto essere condiviso con molte altre persone di passaggio per il censimento, mentre Maria, come facilmente si comprende, desiderava un luogo più riservato e più adatto alla sua condizione di pregnante, per cui trovò preferibile anche una stalla. 

Ma transeat l’ermeneutica un po’ claudicante dell’articolista della Stampa. Concentriamoci invece sul fulcro della sua argomentazione, che si può sintetizzare così: nelle Scritture si parla poco dell’infanzia di Gesù, e per questo, nell’alveo del cristianesimo, nessun’altra confessione ha rivolto la propria devozione a Gesù bambino. Solo i cattolici, coartando la stringatezza del dato biblico, avrebbero infarcito la figura del divino Infante di «una retorica di tenerezza zuccherosa». E la causa di questo sarebbe appunto il rifiuto della complessità: perché è più semplice, argomenta la Murgia, infantilizzare il proprio Dio che «rendere l’umanità adulta davanti alle sue contraddizioni».

Va certamente concesso, e non senza rammarico, che la pietà popolare assume talvolta forme devianti rispetto alle realtà religiose da cui prende le mosse. Non è una novità, non riguarda soltanto la devozione a Gesù bambino (Cristo crocifisso, il suo Sacro Cuore, la sua madre Addolorata, i nonni Anna e Gioacchino: un po’ tutti hanno conosciuto la stessa sorte) e non è neppure uno specimen cristiano in senso stretto: già nella Roma pagana – si pensi ad esempio alle osservazioni che fa in tal senso Cicerone nel De divinatione – la religione ufficiale e la devozione del popolo camminavano su due binari paralleli e talora incompossibili. Si tratta di due canali della fede che, abbandonati a sé stessi e senza contrappesi, possono facilmente degenerare in forme di religiosità non ortodosse. Se però dialogano e costituiscono l’uno il contraltare dell’altro, possono arricchirsi a vicenda. Con l’apporto della devozione popolare la fede teologica eviterà di chiudersi in un asettico esercizio intellettuale, e dal canto suo la pietà del popolo dovrà sempre accettare di passare sotto il vaglio del dogma e dal dato rivelato per non scadere in superfetazioni devozionali o generare superstizioni.

Che, dunque, una fede matura possa e in parte debba – ma nel rispetto di chi invece ne sente il bisogno – dispensarsi dall’infiorettare fino alla nausea il presepe e dall’adornare di pizzi e merletti le porcellane del Bambinello, è un pensiero del tutto condivisibile. La disamina della Murgia, però, diventa contestabile quando si spinge fino a dire che è l’idea stessa di rivolgere la propria devozione a Gesù bambino ad essere un segno di immaturità, di «rifiuto della complessità». Un Dio che si fa bambino le sembra una cosa semplice? Nella sua storia plurisecolare, la cultura occidentale non ha affatto recepito il mistero dell’incarnazione del Verbo in questo modo, come qualcosa di semplice, e pour cause: proviamo a vedere perché.

Già, perché Dio si è fatto uomo? Anselmo d’Aosta, che ha intitolato proprio così una delle sue opere più celebri (Cur Deus homo), ha dato a questa domanda – non per primo, ma con una terminologia che ha segnato in modo molto duraturo la riflessione teologica posteriore – una risposta che sarà poi sistematizzata nella cosiddetta teoria della soddisfazione vicaria. In sostanza, secondo questa prospettiva, Dio volle che la giustizia divina, che era stata ferita dal peccato originale, fosse ristabilita; volle cioè che l’uomo non fosse solo perdonato, ma che la sua colpa fosse interamente obliterata e che l’umanità fosse ri-generata. Ora, nella misura in cui Dio voleva che il debito contratto dall’uomo col peccato fosse cancellato – che cioè l’uomo fosse completamente redento e non semplicemente perdonato – era necessario che tale ristabilimento della giustizia avvenisse per opera del Verbo incarnato. E ciò perché il debito contratto non era solvibile da parte di un semplice uomo: essendo Dio infinito nelle sue perfezioni, anche l’offesa che aveva ricevuto dall’uomo recava in sé qualcosa di infinito.

Di conseguenza, nessun uomo, neppure tutta l’umanità messa insieme avrebbe avuto la capacità di pagare un debito dal valore infinito. Infatti, qualsiasi sacrificio da parte di un essere umano (anche il più grande: quello della propria vita), dal momento che chi lo offre è una creatura, ha sempre e necessariamente un valore limitato. A meno che – per l’appunto – ad immolarsi non sia qualcuno che è, per così dire, “altrettanto” infinito quanto Dio, cioè Dio stesso. Al contempo, però, questo sacrificio doveva essere offerto in nome dell’umanità, in quanto non avrebbe avuto senso che Dio lo offrisse a sé stesso: un debito non può essere saldato dal creditore stesso – diversamente sarebbe un condono e non un saldo – ma dal debitore o almeno da qualcuno che lo rappresenti. Chi, allora, poteva farlo? Chi poteva assommare in sé queste due caratteristiche, di fare un sacrificio di valore infinito e di farlo in rappresentanza dell’umanità? Logicamente, solo una persona che fosse al tempo stesso Dio e uomo. Ecco perché, per i cristiani, solo Gesù Cristo poteva farlo e solo in Gesù Cristo c’è salvezza. 

Come si vede, nella dottrina satisfattoria non si parla di un Dio bambino. Il Bambinello del presepe non è solamente poco presente nei Vangeli, come argutamente ci fa notare la Murgia, ma in realtà è del tutto assente anche dal Credo cattolico: nel Simbolo di Nicea si dice infatti che il Logos si è fatto uomo, senza specificare che sia passato attraverso l’infanzia. E il motivo è piuttosto chiaro: ai fini della soddisfazione vicaria cambia poco se ad incarnarsi (e ad immolarsi) è un Cristo già adulto o bambino. Ma il punto è proprio qui. Il contributo della contemplazione dell’infanzia di Gesù all’intelaiatura della fede cristiana non è un nuovo dogma né un ulteriore elemento dottrinale in grado di arricchire il valore redentivo della croce, ma è una cosa che sfugge – in quanto la trascende – alla logica della solvenza del debito: l’amore. Che è la realtà più complessa del mondo: talmente complessa che da millenni artisti, filosofi e scienziati provano a parlarne («ma gli uomini mai mi riuscì di capire, perché si combinassero attraverso l’amore, affidando ad un gioco la gioia e il dolore!», si interroga stupito il chimico di Spoon River cantato da De André), senza poter spiegare né perché esista né perché abbia una così straordinaria forza trainante. 

Questa è l’unica cosa che alla nudità del dato scritturistico e alla fissità del dogma cattolico «aggiunge» il fatto che Gesù sia un bambino. Aggiunge la prova fattuale e incontrovertibile che Dio non ha redento l’uomo solo perché voleva giustizia (come forse uno sguardo troppo unilaterale al crocifisso potrebbe indurre a pensare), che non è venuto tra gli uomini come un esattore fiscale va dai debitori insolventi a riscuotere il dovuto fino all’ultimo centesimo, ma che ha fatto tutto questo perché mosso dall’amore: la dinamica più complessa dell’universo.

Quella dinamica per cui il Dio cristiano avrebbe potuto manifestarsi – come agli uomini forse sarebbe parso più logico – nella maestà e nella grandiosità, come Zeus o un Poseidone col tridente, mentre invece ha scelto di fare la sua comparsa terrena nell’umiltà e nell’oblio del mondo. È come se Dio, quel Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, per poter essere più vicino all’umanità che veniva a redimere, avesse voluto non solo incarnarsi, ma anche assumere le sembianze più modeste, quelle che potessero fare meno paura, quelle che fossero in grado di invogliare l’uomo, con quanta più semplicità e quanta più spontaneità possibile, a pregarlo, ad adorarlo, a convertirsi, e a continuare a seguirlo anche dopo – quando, adulto, sarebbe salito sulla croce per immolarsi.

Non era tenuto a fare tutto questo né a farlo in questo modo. Il ristabilimento della giustizia divina non lo esigeva. Ma l’amore è proprio quella forza che spinge a fare per l’altro, senza ritorno, anche ciò che non si è tenuti a fare, a volte perfino ciò che ci mette in posizione di svantaggio. Ed è davvero, sotto questo aspetto, la più misteriosa e complessa delle realtà. Non, quindi, la volontà semplificatrice di «infantilizzare» Dio, ma lo stupore di fronte ad una teofania così imprevedibile e differente dalle logiche umane – perché dettata dalla logica molto più divina dell’amore – ha spinto i cattolici ad imbastire attorno alla figura del Bambino Gesù tutta un’impalcatura devozionale che a distanza di duemila anni, pur tra i tanti snodi epocali che da allora hanno radicalmente cambiato il volto dell’Occidente, regge ancora oggi. 

Del resto la cultura occidentale, specialmente quella romanza, ha recepito la complessità del mistero dell’incarnazione anche nelle sue manifestazioni artistiche. Per evidenziare il legame tra la natività di Cristo e il suo sacrificio satisfattorio – e con esso il fatto che il Dio cristiano non è solo un Dio che vuole giustizia e riparazione dei peccati, ma in primo luogo un Dio d’amore – l’arte cristiana ha spesso amato rappresentare il Bambinello con una piccola croce in mano o sullo sfondo. Nella tradizione iconografica ispanica, poi, la rappresentazione si è non di rado arricchita anche di una corona (le immagini scelte a corredo del presente articolo ne sono un esempio), a sottolineare come in fondo nella mangiatoia di Betlemme si diano appuntamento tutte le verità della fede cristiana: quel Bambino è Dio, è Re, è Redentore. Forse è questa la vera complessità che alcuni hanno difficoltà ad accettare. Dare addosso alla pietà popolare (tanto più a certe sue discutibili esagerazioni «zuccherose») è sempre facile. Complesso, oggi come ieri, dai tempi di Erode a quello dei cattolici adulti, è accettare di piegare il ginocchio davanti ad un Dio Bambino.