Napoleone: la “fatalità europea” descritta da Santangelo e Visani

di Redazione
30 Luglio 2021

Un libro in più su Napoleone, ma decisamente originale quello che Salvatore Santangelo e Piero Visani hanno scritto in occasione del duecentesimo anniversario della morte: “Il Volo dell’Aquila” (edizioni Castelvecchi) si sviluppa in cinquanta istantanee, brani sintetici che fotografano non solo il personaggio centrale, ma tutto il mondo che gli girava intorno, con una particolare attenzione alla fase più drammatica e “faustiana” della disfatta. 

La consapevolezza che tantissimo si è scritto su Napoleone spinge per paradosso gli autori a considerare non esaurita la curiosità e la necessità dell’indagine sia storica che psicologica: “Più o meno cinquant’anni fa, John P. Taylor – tra i più importanti storici britannici del Novecento – si prese la briga di contare il numero di volumi pubblicati su Napoleone I per scoprire che al tempo – sull’Imperatore dei francesi – erano stati scritti più libri che su qualsiasi altro essere vivente. Con stupore annoverò circa duecentomila titoli pubblicati già alla fine dell’Ottocento”. 

Chi valuta questo dato impressionante da un osservatorio italiano difficilmente si sottrae alla suggestione di un paragone con quanto è accaduto in Italia con Mussolini. Anche in questo caso un diluvio di pubblicazioni che vanno dalla monumentale opera di De Felice alle ingenue agiografie dei nostalgici, passando attraverso le gradazioni dell’invettiva o della indulgente rivalutazione di singole parti della vicenda storica del dittatore. 

Il volo dell’aquila. L’epopea di Napoleone in cinquanta istantanee

Certo, Napoleone che pure è stato descritto come “genio del Male” da una prospettiva inglese o legittimista controrivoluzionaria ha avuto nel corso dei decenni il suo riscatto. Le asprezze delle occupazioni francesi come pure la oggettiva bulimia militarista che caratterizzò il quindicennio napoleonico tendono a smussarsi se si considera che Napoleone in un certo senso salva il salvabile della rivoluzione francese quando già essa era sprofondata nel caos: abolisce indubbiamente la “libertè” creando un edificio piramidale al cui vertice vi era il suo potere autocratico, ma nello stesso tempo fornisce una pragmatica interpretazione alla istanza della “egalitè” intesa come superamento dei vincoli di casta, dei quarti di nobilità necessari per accedere agli alti ranghi. Napoleone fu a suo modo fautore del principio squisitamente occidentale dell’”ascensore sociale”, dal momento che la piramide del suo impero si scalava attraverso i due possibili “cursus” della burocrazia e dell’esercito. Tanto basta affinché uno storico di sinistra come Canfora lo gratifichi del titolo di “dittatore democratico”. 

Santangelo e Visani colgono un’essenza del “tema natale” di Napoleone quando scrivono che “egli fu un Cesare in ogni suo gesto sia come condottiero sia come legislatore sia come restauratore di antichi soggetti; si pensi al Regno d’Italia che prima di lui era soltanto un’ambizione letteraria vagheggiata da poeti e letterati e che con lui diventa l’embrione di uno Stato con un proprio vessillo e un esercito in nuce.”. Verissimo, prima di Napoleone l’Italia era solo un concetto letterario in una cornice di antiquariato. Il paradosso della presa di possesso bonapartista dell’Italia – attraverso Napoleone, ma anche i suoi congiunti Giuseppe, Eugenio, Gioacchino Murat – è che essa libera energie che saranno destinate a vivere di vita propria generando il Risorgimento italiano: “Con la sua marcia verso Sud (in Italia) e poi verso Est (in Germania, Polonia e Russia), Napoleone I mette in moto energie a lungo sopite… basti pensare al fatto che il Tricolore italiano fece la sua comparsa nel 1796 come stendardo del reggimento dei Cacciatori a cavallo della Legione Lombarda, conferito dal giovane generale Bonaparte ai patrioti italiani che – nelle fila rivoluzionarie – si batterono contro l’Impero asburgico. La Legione, composta da 3741 uomini, annoverava tra i suoi ranghi anche Ugo Foscolo e Vincenzo Cuoco”. 

Ci permettiamo di chiosare: Napoleone ebbe al suo fianco ingegni come quello di Cuoco e Foscolo. Del poeta veneziano si rammenta sempre la delusione rabbiosa dopo il Trattato di Campoformio, ma si trascura di dire che egli successivamente svolse un ruolo attivo come ufficiale dell’esercito e come professore di eloquenza in quel Regno d’Italia con bandiera tricolore e Corona Ferrea sul capo di Napoleone: un Regno di cui peraltro Venezia faceva parte. La controparte “legittimista” poteva vantare tra le sue schiere personalità della cultura paragonabili a un Foscolo, a un Cuoco, ma anche a un Manzoni o a un Goethe che di Napoleone fu fervente ammiratore? Evidentemente no. 

Su questa differenza di livello rifletta un certo ambiente culturale che negli ultimi anni molto ha indugiato su una idilliaca miniatura dell’ancien regime invece di riflettere – come incisivamente hanno fatto Santangelo e lo scomparso Piero Visani – sul carattere storicamente “fatale” per l’Europa della figura di Napoleone, archetipo di quella che nel secolo successivo si sarebbe definita una “rivoluzione conservatrice”. 

Alfonso Piscitelli