Ma il poeta era molto più… cattivo

di Leonardo Tosoni
13 Giugno 2021

Cattivo, il poeta, lo era assai di più di come vorrebbe il film appena uscito nelle sale italiane: “Il cattivo poeta”. Lui, il Vate, l’Orbo veggente, l’Eroe di Buccari, il Comandante dell’impresa fiumana, non ha bisogno di un racconto ad hoc che ne riabiliti la figura presso i posteri, tanto è al di là del bene e del male la sua grandezza.

Per chi ama nel profondo la sua figura, è impossibile non avvertire un lieve fastidio nel vederne raccontata la storia soltanto nell’ultimo anno e mezzo di vita. Tra le attenuanti da riconoscere vi è sicuramente quella che concerne l’assoluta difficoltà di raccontare un personaggio così dinamico, così grande. Ma edulcorarne il messaggio, o ancor più l’essenza, non serve a nulla perché dopo di lui, e quindi ancora oggi, e per sempre, dannunziano dovrebbe essere sinonimo soltanto di bellezza, e di dono.

Se la sua vicenda umana non suscitasse ancora timori e sospetti, in Italia, avremmo già visto e letto decine di film e di libri che ne avrebbero raccontato la vita. O le vite, perché D’Annunzio ne visse tante, ma sempre al colmo di sé, sempre respirando l’aria pura della vetta che incarnava.
Vita, opere, imprese: manca tutto questo nel film in questione, del quale pure va apprezzata la qualità degli attori, le immagini, i costumi e la sceneggiatura in generale. 

Nell’intento pedagogico di allontanare la sua figura dal fascismo, il film sfata un mito ma di fatto ne impone un altro. Sfata un mito perché è ingiustificata la voce che vorrebbe un D’Annunzio convintamente fascista. Tante volte abbiamo sentito Giordano Bruno Guerri scagliarsi giustamente – talvolta esageratamente – contro la vulgata che vorrebbe dannare il poeta in quanto affine alle camicie nere. Ma è anche una semplificazione trasformarlo nel più feroce avversario di un’ideologia che da lui stesso e fin dai primordi fu influenzata. C’è uno spezzone realistico nel corso del film, quando il vecchio, ormai disincantato, si abbandona a un discorso in cui spiega che le grandi idee e i più grandi sogni, decadono poi quando devono confrontarsi con la realtà. 

Sapevamo della sua avversione verso il prussianesimo, il suo giudizio di Hitler “… pagliaccio feroce non senza ciuffo prolungato alla radice del suo naso nazi” e sapevamo del suo voler bene alla sorella latina, la Francia, che lo aveva ospitato per cinque anni. Ma ci aspettavamo anche un riferimento – per mera correttezza storiografica – alla sincera vicinanza dimostrata a Mussolini per la conquista dell’Impero, nel ‘36, il suo entusiasmo per avere l’Italia sferzato un duro colpo alla “Perfida Albione” resistendo alle sanzioni, nella lotta contro le plutocrazie che ricordava l’utopia di Fiume contro gli Usa di Wilson e le grandi potenze occidentali. 

Abuso di droga e perversioni sessuali: ecco come l’hanno ridotto. Ecco come si dà modo a chi vive di luoghi comuni, di perpetuare un racconto piccino e insultante. Raccontare ancora quella complessità di genio attraverso il buco della serratura significa infatti rinunciare a cogliere la grandezza. Certo, il regime se ne servì, lo sorvegliò, ne strumentalizzò le opere, ne travisò in parte il messaggio. Lo ridusse male, insomma. Ma i posteri lo hanno ridotto perfino peggio. Gli spettatori accorsi nelle sale e inesperti rispetto alla sua figura rischiano di ricordarselo soltanto per i vizi. 

È vero che a complicare le cose concorre il fatto che le vita dell’anziano D’Annunzio nel film è intrecciata con quella di un giovane federale del PNF, Giovanni Comini, interpretato molto bene da Francesco Patanè. Bresciano, Comini era stato incaricato da Starace di tenere d’occhio il poeta al Vittoriale, fino alla morte, nel ’38, e rappresenta un personaggio particolare, fascista convinto e culturalmente preparato, in fondo buono, rimosso dall’incarico quando nel ‘40, dimostrando di essere legato a ciò che aveva ascoltato al Vittoriale, manifestò a Mussolini la contrarietà sua e della sua città nel conflitto al fianco di Hitler. 

Nel 1922 Mussolini si prese la scena, e il Vate ne restò male. Nel 2021, in un film a lui dedicato, il fascismo torna a prendersi la scena, ed è come sprecare un’opportunità per fini pedagogici. Se abbiamo così tanto bisogno di ripeterci e ripeterci che il fascismo fu solo male, significa che non ne siamo convinti, e chissà che il realismo popolare, distinguendo luci e ombre, non sia in fondo più saggio dell’assolutistica narrazione statale.

Il rapporto tra Mussolini e D’Annunzio rimane quello di due antagonisti in politica, affratellati da una missione in parte comune. “In Italia”, aveva detto Lenin, come raccontò Giacinto Menotti Serrati “ci sono soltanto tre uomini che possono fare la rivoluzione: Mussolini, D’Annunzio e Marinetti”. La spuntò il più realista dei tre, il più pragmatico, il più politico. Chi conosce l’impresa di Fiume sa che, per qualche tempo, il Comandante sentì di essere vicino davvero a una sua marcia su Roma, anche con repubblicani e socialisti. È evidente che una simile personalità non potesse che provare rammarico e sofferenza nel vedere un altro compiere un suo sogno. Ma il rapporto che traspare dal carteggio non è quello di due arcinemici.

Ci sono momenti di stima profonda e reciproca, ed è riduttivo considerare veritieri gli insulti e ipocriti gli elogi. Fu un rapporto conflittuale, complesso, di odio e amore allo stesso tempo. Per dispetto, citiamo, consapevoli di semplificare: “Fratello d’armi cruente e di vittorie senza strage, compagno d’ala temeraria e di spazio senza misura, ti reca la lode eroica delle tue conquiste (…) tu solo contro gli intrichi de’ vecchi contro le falsità degli ipocriti contro le paure degli esausti difendevi la tua patria la mia patria, l’Italia l’Italia l’Italia, tu solo a viso aperto”.(agosto – settembre 1936)

Un film piacevole, per carità, ma c’erano mille altri modi per raccontare il cattivo poeta, che non ridurlo a un patetico vegliardo capriccioso e insolente. Forse, meglio spiegano i suoi ultimi tempi le semplici parole di Carlo Delcroix, suo amico, soldato, scrittore e simbolo dei mutilati e invalidi di guerra: “…l’uomo che amò la gioia del vivere e conobbe la tristezza del non morire”.