L’Italia dei borghi: Atri e il Don Chisciotte

di Daniele Dell'Orco
13 Luglio 2021

Atri (TE) è un gioiello incastonato tra le lavorate colline abruzzesi da una parte e il blu dell’Adriatico dall’altra.
Atri è un borgo sorprendente per mille ragioni.
Due su tutte.

Non tutti sanno, ad esempio, che nel mondo oltre che a Roma e L’Aquila, anche ad Atri esiste una Porta Santa. La Perdonanza della quale sarebbe stata concessa da Papa Celestino V, il Papa eremita, abruzzese, che venne poi incarcerato e ucciso nel Castello di Fumone (FR);

Il piccolo borgo di Atri è, a tutti gli effetti, il luogo d’ispirazione del Don Chisciotte di Cervantes.
Il romanziere e uomo d’azione spagnolo, infatti, nella premessa di una delle opere più famose della letteratura mondiale, dedicata ad Ascanio Colonna, ricorda di aver servito come “camarero” ad Atri i Duchi Acquaviva e, in particolare, Giulio Acquaviva.
Chi era costui?
Per Cervantes il giovane Cardinale era un uomo maldestro, esaltato, maniaco di avventure e di gloria e incapace d’innalzarsi al di sopra della realtà.
Quando la famiglia Acquaviva partecipò alla grande Flotta della Lega Santa nella battaglia di Lepanto, Giulio spedì in guerra anche Cervantes che rimase gravemente ferito al petto e alla mano sinistra.
A Messina, dove la flotta fece ritorno, fu ricoverato presso l’Ospedale Maggiore della città. E, in Sicilia, durante la convalescenza, egli iniziò a scrivere il suo capolavoro: il Don Chisciotte della Mancia.
Uno dei personaggi più celebri della storia, Alonso Chisciano (o Don Chisciotte, appunto), trae il suo nome dalle “chisciotte”, dei pantaloni, leggermente bombati in ventre e di color rosso.
Erano gli stessi indossati abitualmente da Giulio Acquaviva, al quale Cervantes voleva idealmente indirizzare l’opera, sottolineandone l’inadeguatezza, sua come della nobiltà dell’epoca, a fronteggiare i nuovi tempi che correvano in un periodo storico caratterizzato dal materialismo e dal tramonto degli ideali.