Libertà per la storia

di Leonardo Tosoni
2 Maggio 2021

È proprio una boccata di aria buona il libro appena dato alle stampe dalla casa editrice Medusa, composto da due scritti, di Pierre Nora e Françoise Chandernagor, e con un lucidissimo saggio introduttivo Franco Cardini. Si intitola “Libertà per la storia. Inquisizioni postmoderne e altre aberrazioni”.

Tutto nasce dalla creazione, da parte di circa mille storici, della associazione “Liberté pour l’historie”, nel 2005, per opporsi all’allora incipiente sentimento di moralismo storiografico, espresso dalle leggi liberticide in campo storico. I due scritti oggi tradotti e proposti al lettore italiano risalgono al 2008, e rappresentarono una risposta dell’associazione alle cosiddette “leggi memoriali”, espressione per indicare quelle leggi che impongono il punto di vista ufficiale dello Stato su determinati avvenimenti storici.

Anche in Italia, ma più in generale in Occidente, si avverte pesantissima l’oppressione del moralismo storiografico; si tenta cioè sempre più di uniformare il giudizio sul passato, utilizzando parametri, categorie valoriali e morali del presente. È quello che Franco Cardini definisce il paradosso “del politically correct, nato per difendere la libertà di tutti e sviluppatosi attraverso una catena infinita di sistematici divieti (…) proposto come presidio d’integrale laicità etica e risoltosi in pretesco, inquisitoriale, orwelliano sospetto”. Insomma, la pretesa di rendere retroattiva e senza limiti la vittimizzazione storica del passato è soltanto una preoccupante conseguenza dell’imporsi totalitario di un pensiero dominante che non ammette distinzioni né diversità dei punti di vista.

Abbiamo visto scorrere nei telegiornali, la scorsa estate, le immagini delle devastazioni di monumenti e statue raffiguranti personaggi storici in paesi come gli Usa, la Francia, l’Inghilterra, il Belgio, ma anche l’Italia, con la triste vicenda di Indro Montanelli, le accuse a Colombo, e mille altre assurde polemiche. 

L’insofferenza manifestata da Pierre Nora, membro dell’Académie française, verso la storia scritta “sotto la pressione di gruppi di memoria interessati a far prevalere la loro particolare lettura” non può che essere allora pienamente condivisa, ma è un grido d’allarme che andrebbe raccolto da parte di tutti gli storici e dagli intellettuali prima che sia troppo tardi. È un segnale positivo, in questo senso, la creazione in queste stesse settimane della “Rete per la libertà di ricerca scientifica”, fondata in Germania, che sta raccogliendo centinaia di adesioni proprio per impedire che i pregiudizi e le intimidazioni di tipo ideologico-morale possano portare tanti giovani appassionati a rinunciare alla ricerca.

Ecco perché andrebbe posta l’attenzione sulla bassezza di quei parlamentari e politici che, come ricorda Françoise Chandernagor – prima donna a diplomarsi alla rinomata École national d’aministration (ENA) – tentano di soddisfare “ampie frazioni dell’elettorato senza alcuna spesa” investendosi di un ruolo ambitissimo “quello del giustiziere, e senza alcun pericolo giacché tutti i ‘criminali’ che si giustiziano sono già morti”.

Se non si riesce a cogliere il sopruso in questi atteggiamenti della politica – oggi tanto più accentuati rispetto al 2008 – si rischia di accettare passivamente un modus operandi che porterà l’Occidente sempre più a indebolirsi fino a perire, sotto il peso di un senso di colpa finalizzato a frenarne le energie vitali. Se non si riesce a capire che una narrazione ufficiale imposta agli storici è quanto di più oscurantista si possa immaginare, si finirà per accettare un criterio che mira a soffocare e distruggere la ricerca storica. Ed è anche un insulto incommensurabile alla libertà.

Tornano in mente, leggendo questo libro illuminante, le pagine del giovane Nietzsche, quando nel trovarsi a scrivere sulla storia, pur criticando la mitizzazione in quel tempo propugnata dalla classe politica rispetto al proprio passato – la “narrazione nazionale” oggi capovolta e ancor più feroce – il filosofo già avvertiva il sorgere di un bisogno moralistico di giudicare, da parte di chi iniziava a ritenere quel contesto come frutto del “del processo del mondo”, e quindi migliore rispetto al passato. Così, con tagliente ironia, sferzava: “senso e soluzione di tutti gli enigmi del divenire in genere, espressi nell’uomo moderno, il frutto più maturo sull’albero della conoscenza! – questo a mio avviso è una gonfia superbia”. E poi, poco dopo: “Europeo troppo superbo del diciannovesimo secolo, tu vaneggi! Il tuo sapere non porta a compimento la natura, ma soltanto uccide la tua propria”