La conversione religiosa è davvero un fenomeno banale? / 1

di Francesco Maria Civili
14 Aprile 2021

Spesso quando a livello mediatico si parla di “conversione religiosa”, si tende ad affrontare tale tematica con una certa leggerezza, ricoprendola della solita retorica che riconduce tutto al “miracolo”, ma che finisce per banalizzare il fenomeno e ridurlo a una questione confessionale. Lungi dal voler essere il solito e ripetente inno a una testimonianza di conversione di fede, il seguente elaborato si propone di analizzare e commentare un articolo, pubblicato a gennaio del 2020 sul noto giornale cristiano e conservatore statunitense First Things, dal titolo Islam made me Christian, che riporta la testimonianza di una giornalista italiana. La reporter racconta come la sua esperienza in un Paese di stampo musulmano l’abbia fatta diventare cristiana. La scelta di questo articolo è molto semplice: è il racconto di una conversione da un punto di vista laico, dove al centro non sta Dio, bensì l’esperienza umana, dalla quale poi si risale al trascendente. 

Prima di iniziare ci tengo a sottolineare che questo commento vuole solo portare alla luce alcuni spunti, propedeutici poi a maggiori approfondimenti da parte del Dipartimento di studi cattolici; è per questo motivo che alcune tematiche che meriterebbero maggiore attenzione saranno al momento affrontate in modo superficiale.

Islam made me Christian si potrebbe dividere in tre parti: la prima si focalizza sull’educazione dell’autrice, la seconda sulla sua esperienza in Tunisia che la portò alla conversione, mentre la terza parte è dedicata alle riflessioni finali. In questo articolo ci concentreremo sulla prima parte.

L’articolo si apre subito con il racconto dell’autrice sull’educazione ricevuta, il primo paragrafo è incentrato sull’educazione familiare: «Sono cresciuta nel Nord Italia, in una famiglia cattolica. Per noi, come per molte famiglie italiane, essere cattolici era più una questione di tradizione che di fede. Quando ero giovane, frequentai il catechismo a Milano, ricevetti i miei sacramenti e credevo in Dio. Ma i miei genitori non mi insegnarono a condurre uno stile di vita cattolico. Essi stessi non lo praticavano. Essi divorziarono quando ero ancora molto giovane. Partecipavamo alla messa solo a Natale e a Pasqua».

Già in queste prime righe, la giornalista rileva un problema che è abbastanza diffuso in Italia (e non solo): molte famiglie italiane si dichiarano cattoliche, ma lo sono solo per consuetudine e non per fede; fanno frequentare ai propri figli il catechismo, che spesso si rivela una scuola propedeutica all’ateismo piuttosto che alla formazione cristiana dei giovani: si tende a infantilizzare la liturgia, l’insegnamento delle Sacre Scritture e il pensiero cristiano, tant’è che quando i bambini crescono, non appena entrano nella fase adolescenziale dove si comincia a mettere in discussione tutto, rigettano quanto appreso perché visto come infantile. I genitori fanno ricevere i sacramenti ai propri figli, ma non insegnano loro come condurre una vita cristiana, perché neanche loro alla fine la praticano. E, esattamente come la famiglia dell’autrice, buona parte delle famiglie italiane va a messa solo nelle grandi occasioni (Natale e Pasqua), ma sempre per consuetudine.

A incentivare la ribellione degli adolescenti verso la religione è però anche il sistema educativo italiano. Nazione Futura ha più volte affrontato questa problematica: il sistema educativo italiano tende a simpatizzare verso le ideologie progressiste, che ovviamente sono ostili al pensiero conservatore e a quello cristiano. Credo che a molti di noi sia, infatti, capitato durante il proprio percorso scolastico di avere il tipico docente progressista e anticlericale, secondo il quale la Destra si identifica solo con il fascismo (evidentemente la Destra liberale o quella conservatrice sono solo un’invenzione) e la Chiesa è bigotta e oscurantista. Quando a scuola si studiano autori come Dante o Galileo Galilei, li si affronta spesso attraverso una lettura polemica nei confronti del mondo cristiano; la stessa cosa avviene anche per i fenomeni storici come il Medioevo o la Rivoluzione scientifica – a riguardo ci vorrebbero delle analisi storiche per dimostrare come questo pregiudizio anticristiano, proveniente da determinate dottrine politico-filosofiche, sia invece scorretto e assolutamente riduzionista, ma ciò richiederebbe un lavoro a parte di cui prossimamente il Dipartimento di studi cattolici si assumerà il compito. L’autrice dell’articolo non si esime dall’evidenziare questo problema nel sistema educativo: «Il mio rifiuto verso la fede fu in parte dovuto alla formazione che ricevetti a scuola».

Non che in altri Paesi il problema sull’insegnamento del cristianesimo sia minore: la giornalista infatti racconta di essersi formata presso il King’s College di Londra e all’UCL, dimostrando come anche nei sistemi educativi anglosassoni il problema non venga meno per nulla. Nelle facoltà di filosofia si studiano solo autori appartenenti all’Età Moderna, senza nemmeno considerare autori antichi o medievali. Questo promuove, però, il tipico pregiudizio secondo il quale tutte le grandi riflessioni sono avvenute solo in Età Moderna, mentre gli autori antichi e medievali hanno sviluppato pensieri datati e ormai superati – idea tipica delle dottrine teleologiche progressiste. L’alternativa al pensiero moderno nelle università anglosassoni è ovviamente il pensiero postmoderno, il quale dice di voler mettere in crisi il primo, ma in realtà ne preserva alcuni elementi.

Concludo il commento alla prima parte di Islam made me Christian, sottolineando come l’autrice abbia posto l’attenzione su la famiglia, la scuola e l’università, perché sono le tre realtà in cui si compie il processo di educazione dell’individuo. L’educazione è un processo di conformazione a regole e valori condivisi in una determinata società; educare il cittadino significa integrarlo in una comunità. Il fatto che, però, in Occidente molte famiglie tendano a non educare più i propri figli alla vita religiosa, che la scuola proponga un curriculum che lascia poco spazio al Cristianesimo e che l’università non ne parli nemmeno deve farci riflettere, perché, ciò nonostante, la società occidentale considera chi si è formato in questo modo un cittadino completo e integrato. È dunque inutile continuare a pensare che il Cristianesimo sia una dottrina mainstream in Occidente: ormai così non è e, procedendo per questa strada, la religione cristiana sarà sempre più emarginata.