Individuo e comunità

di Redazione
15 Settembre 2021

di Daniele Cortina

“La società è fatta di individui che si influenzano reciprocamente: l’uno per l’altro, con l’altro e contro l’altro.” George Simmel, 1908.

A cavallo fra gli anni ’80 e ’90 del Novecento, con la complicità colpevole da un punto di vista morale e politico dei conservatori, il primato della sovranità della società, dello Stato e della comunità tradizionale si è spostato sempre più verso l’individuo; il processo di individualizzazione della Società Occidentale era già in atto da tempo, potendo intravedere il suo inizio con l’inizio dell’età tecnica moderna ovvero la Prima Rivoluzione Industriale. In quel contesto di pieno e apparentemente illimitato sviluppo questa primitiva e selvaggia individualizzazione, ben rappresentata dal Robinson Crusoe, era frenata dalla presenza di svariate forme tradizionali di organizzazione collettiva dell’esistenza quali la famiglia, la classe sociale, il lavoro e tutto il complesso di abitudini acquisite: per dirlo con una espressione pittoresca, il buon mondo antico.

La rottura decisiva può essere individuata con il post-1968 quando il potenziale implicito della tecnica viene ad esprimersi in maniera piena ed esclusivamente utilitaristica, destabilizzando il sistema di certezze e tradizioni costruito nella e dalla società industriale. Il colpo di grazia fu dato da una “nuova idea conservatrice della società” facente capo agli esperimenti sociali in salsa Regan & Thatcher, laddove gli individui vennero sradicati da quei modelli, tanto istituzionalizzati quanto informali, che ne plasmavano l’esperienza.

Oggi quel terreno è occupato da un fronte di progressismo – liberal di sinistra che, impadronitosi di questa esperienza conservatrice americana ed inglese, estremizza il processo storico spingendo le forme sociali verso una duplice individualizzazione barbara e primitiva: da un lato il dissolversi di ogni figura sociale tradizionale e dall’altro l’incessante incombere di nuove preteseistituzionali sull’individuo.

Il principio è fare di sé stessi il centro dei propri progetti e di edificare sé stessi come il proprio capolavoro in un universo di monadi che non si specchiano più l’una nell’altra. L’uomo non è più qualcosa di dato perché definito da criteri ascrittivi, né un Essere attivo al centro dell’esperienza umana e delle condotte sociali, il più possibile concreto, desiderante, capace di conoscere le cose (per quanto limitato nelle sue conoscenze), in grado di scegliere e di (scegliere di) agire, ma è esclusivamente un primitivo ed informe prodotto delle proprie scelte di sopravvivenza senza una meta o un obiettivo alto e altro da perseguire, di fatto un atomo in collisione perpetua con altri atomi.

Per fare un esempio pensiamo al mondo dei social media: le nuove forme di comunicazione sincrone, flessibili, mobili, temporanee e trasversali riducono le possibilità di interpretazione collettiva, in termini di riflessione e comunicazione interpersonale, delle problematiche sociali, costringendo il soggetto ad affrontare da solo, in termini dunque di “intuizioni e pulsioni personali”, questioni di natura strutturale spesso al di sopra delle sue forze.L’individuo si ritrova così sprovvisto di forme di difesa collettive di fronte agli illimitati disegni di violenza e alle dinamiche spesso imprevedibili che il divenire storico intraprende. Conseguentemente, anche le contraddizioni sistemiche (ad es. diffusione illecita di viedo o immagini, cyberbullismo, sextortion, pedopornografia) vengono reinterpretate come fallimenti individuali (nei termini di inadeguatezza, di atelofobia, visione pessimistica della vita, ecc.). L’individuo si ritrova così in balia di condizioni e rapporti oltre la propria sfera di influenza, senza più quei necessari appigli e protezioni sociali che permettono di ripartire dopo essersi fermati, di rialzarsi dopo essere caduti.

Da un mondo in cui le istituzioni si proponevano di garantire agli individui la soddisfazione dei loro bisogni all’interno di una rete di protezione sociale si passa ad uno in cui è l’individuo a doversi far carico in via esclusiva propri bisogni primari, potendo contare solo su se stessi: l’individualizzazione atomizza ogni essere e ogni ente, distruggendo l’industriosità ed eliminando tutte quelle spinte comunitarie Nazionali alte e altre che hanno reso gli Stati – Nazioni laboriosi, volenterosi e dinamici.

Noi Conservatori dobbiamo criticare questa visione esclusivamente individualistica che, guardando alla persona come a un singolo isolato dal contesto, considera la società solamente come mezzo per raggiungere fini personali: solo un tessuto tradizionale, culturale e relazionale solido può permettere alla comunità di mantenere un certo grado di coesione e di normalità anche durante momenti di crisi politico-istituzionale, economici, oppure sanitari (sia detto per inciso e a dimostrazione empirica di quanto detto: le comunità contemporanee globali sembrano scricchiolare paurosamente sotto la spinta disgregante dell’attuale pandemia virale).

La possibilità di alleviare l’alienazione che l’epoca moderna porta con sé sta nel ritrovare un nuovo ed equilibrato senso conservatore di comunità che raccolga e motivi i membri di una comunità Nazionale ad impegnarsi e applicarsi per la grandezza della Nazione. I segnali in tal senso non mancano, ne sia esempio la recente fiammata di sentimento di appartenenza dovuta alle imprese di atleti e sportivi italiani, a dimostrazione che il desiderio di comunità non è defunto come vorrebbero farci intendere ma attende solo l’occasione giusta per potersi manifestare.

Le chiavi per recuperare questo senso di comunità, questa cultura nazionale, queste tradizioni sono l’appartenenza a un focolare comune aperto al mondo, fermo nei suoi fondamenti civici e culturali e quelli che possiamo definire come “egemonia di valori”, le tradizioni, i costumi e le istituzioni che consacrano e promuovono la nostra reciproca responsabilità e attraverso i quali gli esseri umani creano valori: la famiglia, la religione, la società civile, la scuola, il lavoro, le festività comuni, ma anche la conversazione, l’arte, la bellezza, l’allegria conviviale, tutte queste presunte anticaglie del passato devono essere trasfigurate in forme che diano senso ai tempi che stiamo vivendo. Compito non più rimandabile di noi pensatori conservatori quello di iniziare a plasmarle.