“Domina”: Livia Drusilla femminista? Quando la storia diventa commedia

di Pasquale Ferraro
16 Maggio 2021

Non è raro di questi tempi incorrere in serie tv, fiction e altre varie manifestazioni artistiche che fanno a pezzi la storia per piegarla al politicamente corretto e alle esigenze politiche ed ideologiche a noi contemporanee.

Abbiamo visto Achille “afroamericano” e altre varie storpiature, ma generalmente c’era un rispetto apparente per le fonti e, soprattutto, si cercava di raccontare la storia con un criterio che non fosse quello di una soap opera.

Le premesse della nuova serie targata Sky dal titolo accattivante ed evocativo Domina sembravano l’occasione adatta per scandagliare una delle figure femminili più affascinanti di quegli anni a cavallo fra due secoli che hanno segnato indelebilmente la storia di Roma: Livia Drusilla.

Grade amore di Ottaviano – prima che si coniasse il nome di Augusto – un genio assoluto, uno stratega cinico e freddo, ma con una visione, cosa assai rara anche allora che l’élite politica possedeva una cultura di base impensabile nella classe politica odierna.

Invece nella serie, il giovane Caio Giulio Cesare Ottaviano, appare come la macchietta di se stesso, un po’ isterico e soprattutto “bambinesco” cosa che non fu mai, forse neanche quando era in fasce.

Si sa che gli sceneggiatori anglosassoni hanno un’insana passione per rendere “trash” anche un mondo in cui il senso del tragico e dell’etica riusciva a fondersi perfettamente con un edonismo esilarante.

Del resto la storia di Roma altro non fu che una lenta lotta tra due grandi filosofie ellenistiche, l’epicureismo – mal tollerato – e lo Stoicismo, perfettamente in linea con il mos maiorum.

Non mancano diverse inesattezze storiche e qualche forzatura interpretativa che cerca in parte di superare la “storia sacra” di epoca augustea e la narrazione ufficiale mantenuta per tutta la permanenza al potere della dinastia giulio-claudia, senza però scadere in assurde riletture e ricostruire grottesche, come l’incontro di Bologna, quello in cui la pars cesariana, divisa fra Ottaviano, Antonio e Lepido –che allora era già Pontefice Massimo, succeduto a Cesare – si riunirono per stringere un patto che avrebbe portato al celebre secondo Triumvirato e che si concluse poi con la Battaglia di Filippi che vide perire gli odiati cesaricidi, ma anche e soprattutto la fine della res publica romana incarnata dagli optimates della vecchia aristocrazia senatoriale.

L’incontro in cui si compilarono le liste di proscrizione, sul modello Sillano, ma che a quanto pare  sempre per i dotti sceneggiatori, i protagonisti  ne ignoravano l’esistenza, e che la tradizione augustea fini per attribuire unicamente alla volontà di Marco Antonio. Non andò esattamente così, anzi come molti storici sapevano bene Ottaviano fu attore protagonista e le liste le compilarono insieme, ognuno aggiunse i suoi nemici, e ognuno dovette accettare quelli degli altri.

Cicerone fu vittima di Antonio e non un capriccio di Ottaviano per salvare Druso Claudiano padre di Livia Drusilla, ma forse gli sceneggiatori incauti ignorano l’esistenza delle Filippiche pronunciate e pubblicate da Cicerone e gli eventi politici salienti di quei mesi tumultuosi successivi alle Idi di Marzo del 44 a. C.

Comunque, ultimamente, gli studi classici non sono molto in voga nel mondo anglosassone.

La figura di Livia Drusilla appartiene al Pantheon delle figure femminili che hanno segnato la Storia di Roma, più come Agrippina che come Clelia. A Roma, nonostante qualche articolo femminista e enfatizzante, la condizione della donna non era certo quelle dell’antica Grecia, anzi. Anche se all’ombra delle Domus, la donna aveva un ruolo centrale in molte dinamiche, anche politiche, ma tutto deve essere contestualizzato.

Varie sono le amenità che si sentono scorrendo le puntate della serie, come, ad esempio, quando Livia rinfaccia ad Ottaviano “di non avere famiglia”. Errato, perché, benché il padre Gaio Ottavio fosse un Cavaliere di Velletri, per parte materna Ottaviano era un membro della gens Iulia, nipote prima e figlio adottivo poi di Giulio Cesare.

Piccoli particolari, ma una letturina ad Appiano o al buon Cassio Dione poteva evitare qualche figura barbina. La semplificazione non aiuta mai, soprattutto quando si fonde con la paradossale formula delle serie televisive.

Non mancano piccole venature di politicamente corretto non molto ostentate, ma comunque evidenti. Definire, poi, Livia Drusilla come la prima femminista della storia è oltremodo esagerato.

Livia Drusilla fu una donna del suo tempo, astuta, intelligente e spregiudicata. Non manovrò Ottaviano come si cerca di dimostrare e non salvò nessuna res publica, ma si assicuró – questo sì – con l’aiuto degli Dei e, forse, di qualche fiala di veleno che nessuno dei nipoti di Augusto – figli di Giulia e Agrippa – potesse impedire a Tiberio di divenire il successore di Augusto nel ruolo di princeps.

Seppe anche assicurarsi  poi che le volontà del marito defunto, cioè quella di mantenere inviata una repubblica oramai solo formale e assicurare a Tiberio la successione dinastica, venisse pienamente eseguita (si legga Tacito) . Quindi non in linea coi principi paterni.

La Livia storica non ha nulla a che fare con la versione pop femminista che ne è stata data in uno serie che non solo tradisce le aspettative, ma non riesce a rendere la straordinarietà di figure che non hanno alcun bisogno di essere trasformate e dunque tradite nella loro autenticità.