Dante padre dell’identità italiana nel nuovo libro di Marcello Veneziani

di Federica Masi
25 Marzo 2021

              A settecento anni dalla morte, Dante ritorna sulla nostra scrivania con il nuovo libro di Marcello Veneziani – saggista e filosofo – in una versione insolita. Non la classica edizione critica, non il commento a supporto del testo, non la Commedia che abbiamo maneggiato a scuola, bensì un’antologia critica, Dante nostro padre, che raccoglie una selezione del corpus dantesco, introdotta da un lungo saggio.

“Dante Alighieri è il nostro princeps, l’Inizio da cui discende l’unità geospirituale, culturale e linguistica della nostra civiltà”, così Marcello Veneziani ci introduce nell’esegesi dell’opera pressoché omnia del poeta, riscostruendone non solo il percorso narrativo ma soprattutto l’itinerario esistenziale, scandito dalle tappe del pensiero.

Un libro che con acutezza descrittiva risponde al desiderio di ogni lettore di percorrere, in senso autentico e identitario, il sentiero dantesco seguendo la precisa scansione temporale dei suoi scritti, suddivisi all’interno del testo in cinque grandi sezioni: l’Amore per Beatrice nella Vita Nova, la Sapienza nel Convivio, la Lingua nel De Vulgari Eloquentia, la Politica nel De Monarchia e infine la MadreTerra nelle Epistole e nella Quaestio.

L’invito che ci porge il filosofo pugliese da “amatore di Dante” (come preferisce definirsi) è di ritornare sui versi del Sommo per riscoprire la nostra “Idantità”, termine che non vuol essere un refuso ma una tesi – precisa l’autore. E come? Tornando “al principio e ai principi da cui principiò il nostro cammino”. Non ha alcun dubbio Veneziani, lo esplicita sin dalle prime pagine, Dante “è il poeta, il profeta, il fondatore, lo scrittore e il testimone originario dell’Italia nostra”, colui che ha concepito la civiltà italiana ancor prima della nazione e dello stato, senza armi se non con la forza delle parole. Con Dante viene legittimato il nucleo fondativo dell’Italia, poiché “fu lui a riannodare la civiltà cristiana e la civiltà romana, riconoscendo l’impero e la chiesa come i genitori dell’Italia, con ruoli ben distinti”. Dunque, impero da una parte e papato dall’altra: non due poteri subordinati ma due soli indipendenti, sovrani, sottoposti al giudizio di Dio e designati a guidare l’uomo verso la felicità, terrena e spirituale. Premesso questo, non si faccia l’errore di scambiare Dante per un vagheggiatore di ideali o promotore di un esasperato nazionalismo, come vorrebbero le ultime rivisitazioni; la visione del poeta, avverte Veneziani, si basa su una precisa considerazione dei due poteri, che si combinano in un’unica anima universale, posta al di sopra di ogni altro organo più piccolo e faro di tutti i popoli.

L’abilità interpretativa dell’autore mette in risalto due aspetti fondamentali della concezione dantesca: la capacità profetica e visionaria del pensatore, oltre alla tensione religiosa verso Dio, e le ombre che lo hanno avvolto, tra cui il conflitto con la sua epoca, rea di non averne saputo apprezzare e comprendere la statura morale e intellettuale. Attento alle più tenere flessioni dell’animo di Dante, il saggista lo ribattezza “maestro che non ebbe discepoli”, e a buon diritto: tutti hanno tentato di ispirarsi nel corso del tempo, ma nessuno è divenuto suo degno continuatore. Dante perciò rimane esule, anche dopo la morte, e lo scrive bene Veneziani nella sua attenta analisi: “L’inattualità fu il destino di Dante e non solo nel suo tempo, ma anche nei tempi che ne seguirono”. E nel nostro tempo è ancora inattuale? Il presente, purtroppo, è apertamente in contrasto con Dante, poiché è in atto – riassumendo l’autore –  il tentativo di sottrarlo al Medioevo Oscuro e affidarlo indebitamente al Rinascimento Luminoso. A questo si aggiunga la passività con la quale ci si è sempre approcciati ai suoi testi tra i banchi di scuola, un obbligo didattico che “condannò la sua grandezza all’Inferno”, e a seguire le recenti censure nel nome del politicamente corretto.

L’amore per Dante, quindi, non è continuo e vivo nella storia, a volte si spegne, altre volte viene proibito e diventa clandestino. Si riaccende col Romanticismo, col Risorgimento e l’Unità d’Italia, ma pochi ne colsero la vera grandezza. Ad agevolare la ricostruzione del profilo imponente di Dante è la ricchezza di riferimenti autoriali presenti nel libro: Boccaccio, Bruni, Vico, Leopardi, Rossetti, Byron, Gentile, Croce, Pound, Eliot, Guènon, Evola, Vlali, Gilson, Papini, Borges, Noventa, Del Noce, Morghen e Quadrelli.

Finalmente, con questo libro, il Dante “che abbiamo rimosso e imbalsamato nella teca della letteratura, imprigionato a lungo in un tetro castello medioevale” viene sottratto alle distorsioni interpretative moderne.

In Dante nostro padre si palesano così due protagonisti: il poeta, che compie il cammino, e il lettore, che realizza inconsciamente un ricongiungimento con la nostra identità italiana. Una lettura audace e acuta, purificata dalle scorie della modernità, sconsigliata a chi vorrebbe Dante diverso da quello che è, e profondamente suggerita a chi Dante lo ama davvero.