Cristianesimo e capitalismo: teologia ed economia

di Francesco Maria Civili
15 Agosto 2020

In Deuteronomio (23, 20-21) sta scritto: “Non farai al tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro né di viveri né di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello, perché il Signore, tuo Dio, ti benedica in tutto ciò a cui metterai mano, nella terra in cui stai per prenderne possesso”. E in Luca (6, 34-35) sta scritto: “E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta?

Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”. Su questi due passi biblici il pensiero cristiano condannava l’usura: per questo motivo il ruolo di usuraio fu rivestito principalmente da ebrei, perché prestavano a “non-ebrei” quindi non andavano contro i dettami del Deuteronomio.

Il passo del Vangelo di Luca però sembrava proibire anche l’applicazione d’interesse in sé e quindi essa fu ripudiata come peccato d’usura, anche se i teologi cristiani riconoscevano il profitto come moralmente lecito. Il divieto fu però tale in teoria, ma non nella realtà, perché comunque si continuò ad attuare la pratica del prestito, anche presso istituti religiosi.

Da questi problemi sorsero delle questioni: quali erano i limiti per pagare l’interesse? E sorse così la teologia del giusto prezzo. Nel XIII secolo, sant’Alberto Magno scriveva nel suo Commento a Pietro Lombardo: “i beni valgono in base alla valutazione del mercato al momento della vendita”, cioè un prezzo era giusto se gli acquirenti erano disposti a pagarlo liberamente; affermazione che anche Adam Smith avrebbe accettato.

Sulla linea del maestro si collocò san Tommaso d’Aquino, partendo dall’idea di giustizia: egli affermava che il giusto prezzo non fosse qualcosa di assoluto, ma che dipendesse dalla volontà del venditore e dal desiderio di tutti i possibili acquirenti in un determinato momento. Il pensiero dell’Aquinate sull’argomento economico è un tema in realtà molto complesso che richiederebbe un approfondimento a parte.

Nel frattempo, i Canonisti contemporanei di Tommaso cominciarono già ad affermare che l’applicazione d’interesse non coincidesse necessariamente con l’usura: ad esempio, se si offriva una proprietà agricola come pegno per un prestito, chi prestava il denaro poteva ottenere tutta la sua produzione ricavata durante il periodo di prestito.

Già verso la fine del Duecento, la teologia cristiana aveva svolto un importante dibattito sul tema economico in materia di proprietà privata, credito, prestito etc. In questo modo contribuì ai successivi sviluppi commerciali tra XIV e XV secolo.