Cristianesimo e capitalismo: l’errore di Weber

di Francesco Maria Civili
7 Agosto 2020

Ne “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” (1904-1905), Max Weber affermava che alla base del processo di razionalizzazione che caratterizzava l’età contemporanea in campo politico (Stato burocratico) e in campo economico (sistema capitalistico) ci fosse un evento in particolare, la Riforma protestante (1517). Questo perché la dottrina luterana sosteneva che il fedele fosse strumento di Dio nel mondo, aprendo così a una “ascesi intramondana”, che assumeva il lavoro come vero e proprio esercizio morale.

 Un’ulteriore spinta fu poi data dalla dottrina calvinista, la quale sosteneva che il successo intramondano fosse un segno dell’elezione divina: in questo modo, i popoli di fede protestante interiorizzarono una razionalità orientata al profitto e alla ricerca dei migliori mezzi per raggiungerlo (come avvenne in Olanda, in Gran Bretagna o nelle tredici colonie inglesi del Nord America che assimilarono la cultura puritana dei Padri Pellegrini). Weber riteneva che tutto questo non fosse possibile prima della Riforma perché l’ascetismo limitava il consumo, condannava il commercio e considerava la ricerca di ricchezza una forma di dissipazione: tutti pregiudizi ostili al capitalismo.

Eppure nel precedente articolo abbiamo visto che non è stato così, probabilmente Weber era stato influenzato da un pregiudizio all’epoca molto diffuso a livello accademico, ossia che il Medioevo fosse stata un’epoca buia. Aveva ragione Weber a trovare nel cristianesimo le basi etico-teologiche del capitalismo, sbagliava nel ricondurle solo al credo protestante.

Ora, è vero che la Bibbia condanna vizi quali la cupidigia o l’avidità, ma non condanna il commercio in sé. Già sant’Agostino affermava che l’attività commerciale non fosse di per sé peccaminosa, ma che dipendesse dal comportamento morale dell’individuo. Inoltre, Agostino sosteneva che il prezzo non dipendesse solo dal venditore, ma anche dal desiderio dell’acquirente di possedere un certo prodotto.

Inoltre, come diceva anche Weber, per promuovere un sistema come quello capitalistico era necessario affermare una certa virtuosità del lavoro, che in Occidente è stata possibile solo grazie al cristianesimo: nel mondo greco-romano era impensabile una cosa del genere. I Greci disprezzavano il lavoro manuale: si pensi a Platone che considerava il ceto mercantile espressione dell’anima concupiscibile o ad Aristotele che riteneva che il miglior stile di vita fosse la bìos theoretikón, cioè la vita contemplativa, dedicata alla riflessione filosofica. Il mondo romano disprezzava l’attività commerciale: il reddito per accedere al cursus honorum era calcolato sulla base dei beni fondiari, non di quelli ricavati dal commercio. 

Nel 218 a.C., fu emanata la lex Claudia, che stabiliva che i senatori non potessero possedere navi di capacità superiore alle 300 anfore: i Romani, infatti, ritenevano che, essendo il commercio soggetto alle fluttuazioni della sorte, esso fosse un modo di arricchirsi indegno per chi voleva dedicarsi alla politica.

Il lavoro come esercizio morale non è un’idea esclusiva del luteranesimo, già nella Regola di san Benedetto è centrale la massima “ora et labora”, secondo la quale la vita monastica dev’essere condotta attraverso la preghiera e il lavoro. Non è un caso che poi i monasteri siano divenuti dei centri proto-capitalisti, perché i monaci pregavano e lavoravano: se non c’è un amore per il lavoro non è possibile avere dei lavoratori motivati e una visione positiva delle attività manuali e commerciali.

A seguito degli sviluppi economici che si verificarono dopo l’anno Mille, tra il XII e XIII secolo, la teologia cristiana iniziò a interrogarsi sulle questioni socio-economiche. Il dibattito che ne uscì sarà trattato in un altro articolo.