Omicidio Emanuele Morganti, un po’ di chiarezza sul pestaggio di Alatri

di Daniele Dell'Orco
27 Marzo 2017
Aggiornamento ore 9.30 del 28 marzo 2017

Svolta nella notte per l’omicidio di Emanuele Morganti, il 20enne di Tecchiena di Alatri massacrato e ucciso da un branco di balordi davanti al Circolo Arci Mirò Music Club del centro ernico, Nel corso della nottata, infatti, intorno alle 3, i Carabinieri della Compagnia di Alatri, hanno eseguito il fermo d’indiziato di delitto nei confronti di due persone.

Si tratterebbe di due fratelli di Alatri da subito sulla bocca di tutti per quanto avvenuto la notte tra venerdì e sabato scorsi. Mario Castagnacci e Paolo Palmisani sarebbero stati infatti fermati a Roma, dove si nascondevano per paura delle spedizioni punitive che si stavano organizzando da parte degli amici di Emanuele, intorno alle 3 di questa notte.


Innanzitutto, il luogo. Alatri è un Comune di 30mila abitanti nel Nord della Provincia di Frosinone e la frazione di residenza di Emanuele Morganti, Tecchiena, conta da sola più della metà dei residenti totali. È un dettaglio tralasciato dai quotidiani nazionali ma che ha una sua valenza intrinseca poiché, chi è del posto lo sa bene, esistono dei mini campanilismi interni allo stesso Comune che hanno radici secolari e che riguardano da vicino le persone coinvolte. Perché l’assioma “Emanuele è morto per difendere la ragazza dagli albanesi” è parecchio leghista e per nulla veritiero. La realtà dei fatti, semmai, è molto più grave.

Da qui, il chiarimento numero due: non c’erano solo albanesi, o persone di origine albanese, a comporre il “branco” che si è macchiato dell’omicidio. Ad Alatri, infatti, un fatto ben noto alle forze dell’ordine locali da almeno due lustri, la microcriminalità albanese e quella del comune ciclopico compongono un legame parecchio stretto. A riprova di questo, pare che a sferrare il colpo mortale al 20enne di Montereo (Con una spranga? Con una chiave inglese? Con un palo?) sia stato proprio un cittadino italiano. Ma per ora le notizie, seppur in via di definizione, sono parecchio frammentate, ed è chiaro quindi che sia il caso di rimanere prudenti prima di liquidare il tutto con “un branco di 20 albanesi ammazza di botte un giovane italiano”.

Terzo chiarimento: il circolo. Il Mirò Music Club è un circolo Arci sito nella seconda piazza più importante del centro storico cittadino e si sviluppa in un seminterrato ben rifinito e ampliato dagli attuali gestori (ragazzi molto tranquilli). Di fronte al portone d’ingresso, ci sono degli uffici del Tribunale cittadino e una piccola sala mostre ma, soprattutto, l’ex ospedale di Alatri, diroccato da trent’anni per via della costruzione dello stabile nuovo, e impossibile da riqualificare a causa dell’ingente numero di risorse necessarie per la bonifica da amianto. Un edificio diroccato, in una piazzetta già di per sé parecchio cupa, rende Piazza Regina Margherita di notte un luogo molto, molto buio. Cosa c’entra? C’entra col fatto che girarsi dall’altra parte, quando accade qualcosa nell’oscurità, è abbastanza semplice. Prima dell’apertura del Mirò, infatti, non è che la piazza fosse proprio un parco giochi per bambini, anzi. Sarà anche questo forse, il motivo per cui anche nelle gestioni precedenti, il locale in termini di qualità della clientela non sia mai stato granché fortunato.

Quarto punto, che sostiene il precedente: la “sicurezza”. Le virgolette sono d’obbligo, visto che proprio i buttafuori, albanesi, pare abbiano recitato una parte, forse la più importante, nello svolgimento della vicenda. La “security”, nei locali di Alatri, fino a un anno fa non era nemmeno contemplata. Ora, se i gestori del Mirò, ma anche quelli di altri punti di ritrovo, hanno deciso di assumere del personale di sicurezza appare evidente che le precauzioni siano diventate necessarie. Perché? Perché le istituzioni forse non rappresentano una tutela sufficiente.

Quinto punto, che sostiene il precedente: le istituzioni. Come può un sindaco liquidare un problema oggettivo di sicurezza nel proprio comune con un semplice “Eh sa, abbiamo solo due volanti in tutto il territorio”? Com’è possibile pronunciare un’ammissione d’impotenza come primo commento? Che segnale manda alla comunità che rappresenta? Ecco un problema grande di Alatri di cui nessuno parla: la connivenza. Tutti si sentono incolpevoli. Sempre.

Sesto punto, che sostiene il precedente: le telecamere. Ad Alatri è un tema dibattuto da anni. Il servizio di telecamere che dovrebbe scongiurare non solo episodi drammatici come questo, ma pure i semplici atti vandalici, che in un centro storico dalle radici millenarie come quello ciclopico sono stati via via sempre più frequenti, sia nella Civita della cittadina, sia nella piazza principale, Santa Maria Maggiore, spesso e volentieri, al momento del bisogno, si è rivelato inattivo. A quanto pare, a due giorni dall’accaduto, sarebbe spuntato un filmato ripreso proprio dalle telecamere “intermittenti”, e tutto questo semplificherebbe il lavoro degli inquirenti. Ma non sarebbe certo una novità se registrazioni del genere fossero solo fantasia.

Settimo punto, che purtroppo è legato al precedente: le testimonianze. Ma davvero in un locale che alle 2 del mattino di venerdì sera conta, ogni santa volta, almeno 15-20 persone all’esterno (fumatori, gente che prende aria, amici che chiacchierano, ragazzi all’ingresso che accolgono i clienti), nessuno sia riuscito a vedere chiaramente (!!!) cosa sia successo? In molti si difendono asserendo che loro, la testimonianza, l’abbiano regolarmente rilasciata nella caserma delle forze dell’ordine locali. Ma, durante le testimonianze, c’è sempre da vedere quello che si dice. Basta una perifrasi, un “tizio” anziché un nome e un cognome, un “forse, non ricordo”, per rendersi omertosi tanto quanto quelli che hanno preferito il silenzio.

Ottavo punto, legatissimo al precedente: la signora del Tg5. “Emanuele era un ragazzo rissoso”, dice. Dall’alto dei suoi sessant’anni d’età. Chiaro che lo scoop giornalistico produca dei mostri, e chiaro che i 12 secondi di comparsa televisiva facciano gola a una persona profondamente semplice e ignorante, ma cosa significa “rissoso”? Tra le 1578 versioni discordanti ce n’è pure una secondo cui sia stato lo stesso Emanuele a cercare un faccia a faccia piuttosto brusco con il ragazzo che avrebbe avvicinato la sua fidanzatina, ma significa essere rissoso? Chiunque, all’interno di una club, tra il frastuono, un bicchiere di birra, e persone poco raccomandabili, se vedesse importunata la sua ragazza proverebbe quantomeno a mettersi in mezzo. E comunque, nessuna presunta umana reazione merita un epilogo del genere, a meno che non si abiti nel Bronx.

Ultimo punto, del tutto personale. Quando succedono episodi del genere penso ogni volta a un nome e un cognome: Roberto Saviano. Dal suo salotto buono, quel Saviano per cui tutto ciò che dicano o facciano persone dal pensiero diametralmente opposto al suo sia inaccettabile, pontifica, impartisce lezioni e rende sempre molto più grave del necessario il mondo che intende stigmatizzare. Appena qualcuno prova ad ipotizzare il rischio “emulazione” derivante dai suoi scritti, i suoi film, le sue serie tv, eccoti l’accusa di limitatezza. Forse, vivere sotto scorta da anni ha contribuito a far perdere a Saviano ogni minimo contatto con la realtà, dacché è innegabile che messaggi come le sue denunce anti-camorra, debbano essere veicolati non tanto e non solo nel modo più fedele possibile alla realtà, quanto nel modo giusto da permettere ai destinatari di recepirlo. A tutti i destinatari. Il mini esercito di boss del quartierino prodotto dalle Serie Tv, è impossibile da ignorare. E in provincia, dove è persino più facile sentirsi padroni del mondo, rappresenta un mostro.

Eterna gloria ed eterno amore per i familiari di Emanuele, che hanno visto la vita di un proprio figlio strappata nel modo più inumano che possa esistere e hanno avuto la cura di concedere l’espianto degli organi. Per ogni diabolica manifestazione terrena, esistono ed esisteranno sempre degli angeli in grado di far nascere il bene anche dal male più profondo.