Il mega-assembramento per lo scudetto dell’Inter non ha causato nessun picco di contagi

di Daniele Dell'Orco
13 Maggio 2021

Il tanto temuto passaggio in zona arancione per la Regione Lombardia non ci sarà. Per l’ufficialità bisognerà aspettare domani, ma l’indice Rt in base ai dati disponibili non solo non è peggiorato, ma è addirittura migliore: il dato (calcolato sui casi sintomatici) è sceso a 0,87 (la settimana scorsa era a 0,92), con un intervallo compreso tra 0,85 e 0,89. In calo anche l’incidenza settimanale di casi ogni 100mila abitanti, altro parametro importante perché oltre i 250 scatta la zona rossa: in Lombardia il dato è invece attorno a 90, anche in questo caso in calo (la scorsa settimana l’incidenza era 114).

Un dato che evidenzia una volta di più l’eccessiva drammatizzazione mediatica degli eventi. Dopo la festa scudetto dell’Inter, un po’ come sucesse a Napoli in occasione della morte di Diego Armando Maradona, era partito il cronometro dell’apocalisse per determinare quanto sarebbe costata la “bravata” dei milanesi in termini di picchi di contagio. La direttrice del laboratorio del Sacco, Maria Rita Gismondodisse: “Mi auguro che essendo all’aria aperta, con contatti non troppo prolungati, le conseguenze non si paghino, ma le premesse ci sono tutte”. Mentre l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, assessore alla Sanità della Regione Puglia, spiegò sicuro: “I grandi assembramenti possono innescare catene di contagio. Focolai intrafamiliari”.

Massimo Andreoni, direttore scientifico Simit (Società italiana malattie infettive) si riferì alla festa in Piazza Duomo come un “errore gravissimo che costerà qualche vita umana”. Il virologo Giovanni Maga del Cnr di Pavia, addirittura, scomodò il paragone con l’India, la cui catastrofe “non ha a che fare con la variante indiana”, ma col fatto che “sono state troppo allentate le misure quando la situazione era difficile”. Massimo Galli, direttore del Sacco di Milano nonché tifoso interista, fu tra i primi a manifestare il disappunto: “È stata una manifestazione che, in quei termini, non aveva senso”.

Più pacati, e ben più evocativi, i pareri dell’immunologo Mauro Minelli e del prof. Giuseppe Remuzzi. Il primo quantificò in dieci giorni il lasso di tempo necessario a rilevare gli effetti della festa nerazzurra “per capire se e come dobbiamo considerare l’estate”. Il secondo si limitò a dire: “Se c’è una cosa che abbiamo imparato, è che nessuno ha certezze. Se questa cosa avrà conseguenze, semplicemente non lo so. Ma penso che tra due-tre settimane potremmo vederlo come se fosse un esperimento scientifico: se stare all’aperto si traduce in un aumento dei casi o no”.

Alla luce dei fatti, si tratta di uno stress-test pienamente riuscito. Che non deve certo foraggiare l’irresponsabilità, ma nemmeno alimentare l’ostinazione a dipingere scenari tragici.